Progressive italiano, origini e sviluppo di un retaggio culturale senza tempo
Fonte: Italian prog

Una storia tanto breve quanto intensa quella del rock progressivo nostrano: nell’arco del lustro compreso tra il 1971 e il 1976, anni caratterizzati da intense contestazioni organizzate da fazioni pseudo-politicizzate, il Bel Paese produce una pletora di complessi, piccoli e grandi, in grado, musicalmente parlando, di riflettere le inquietudini e di veicolare le aspirazioni di una generazione fortemente rivendicativa.

Per la società del nostro Paese sono tempi ardui: le grandi battaglie politiche, gli anni di piombo innescati dagli attentati del 12 dicembre 1969. Forse è stato proprio questo a rendere la musica di quel periodo un mezzo per gridare al mondo intero il proprio pensiero, una valvola di sfogo la cui principale mira è la reclamazione di quella serenità acquisita nei decenni precedenti che andava, via via, scemando.

Gruppi tra i quali possiamo annoverare la Premiata Forneria Marconi, il Banco del Mutuo Soccorso, gli Area e Le Orme, nella loro peculiarità autoctona, assunsero un ruolo centrale: sperimentano nuove forme di composizione dei brani superando la melodia classica e, così facendo, sovvertendo gli schemi della forma-canzone di stampo ottocentesco. Il fine primario della scena prog rock era produrre cultura e comunicazione con uno stile, nel gergo dell’epoca, “nuovo ad ogni costo”.

Per fare un breve excursus sulla magnifica stagione del rock progressivo italiano degli anni Settanta e sulla carriera di uno dei suoi massimi interpreti, Libero Pensiero ha raggiunto Franco Mussida, arrangiatore, compositore e virtuoso chitarrista della PFM, nonché amante della pedagogia musicale.

Uno scatto fotografico che ritrae l’ex PFM Franco Mussida

La Premiata Forneria Marconi è stato il complesso musicale nazionale che forse più di tutti ha interpretato a dovere la variante rock, nella sua forma progressive. Come è sorta in voi la brama di portare all’interno dei confini nostrani un genere fino ad allora poco masticato?

«Non riteniamo di essere stati i pionieri del prog rock in Italia, siamo semplicemente stati figli di una generazione che ha respirato un’aria comune a tutto il pianeta: abbiamo percepito che la nostra arte non è solo fatta di canzonette, ma di dedizione e impegno costante. La musica popolare, per come l’avevamo conosciuta, stava subendo alcune strutturali mutazioni genetiche che l’hanno portata ad inglobare elementi tipici di altri generi, tra i quali possiamo annoverare la classica e il jazz, e ritmi eterodossi. Le musiche si fanno più elaborate e diventano preponderanti, spesso con ambizioni sinfoniche: non sono più presenti le classiche forme della strofa, bridge, ritornello. La rivoluzione c’è stata anche in termini di ascolto: il pubblico, attraverso una musica immaginativa, tramite un contatto più profondo, più sentito, dedito ai timbri e ai suoni (quindi non più solo al canto) ha captato emozioni superiori.»

Tante le sue competenze in ambito musicale spicca, senza alcun dubbio, la notevole padronanza acquisita con la chitarra. Qual è il suo rapporto con lo strumento da lei prediletto?

«La chitarra è uno strumento che consente di esprimere una sensibilità musicale e umana imprescindibile per ogni amante del rock progressivo che si rispetti: attraverso essa ho scoperto la gioia di donare a me stesso e agli altri emozioni. Definisco la mia fidata compagna di una vita come una parte a me esterna che nei decenni mi ha accompagnato, educandomi. Sebbene mi sia cimentato nello strimpellare la sei corde diversi anni or sono, continua ad essere per me un territorio inesplorato che viene fuori man man che suono.»

Come si è evoluto il suono negli anni?

«La chitarra è uno strumento nato con una propria personalità definita e congiunta; con l’incedere del tempo è diventato essenzialmente monofonico e, quindi, utilizzato come strumento solista. Gran parte del merito va alla tecnologia: le sonorità si sono sviluppate con l’ausilio del pick-up che ha trattato timbricamente le vibrazioni delle corde in maniera differente rispetto al passato. Anche a livello strutturale c’è stata un’evoluzione non di poco conto: se prima c’era soltanto il legno e le grezze corde di budello a raccontare il suono, oggigiorno non è affatto così.»

Oltre ad essere stato tra i protagonisti della scena progressive nazionale, tra i suoi innumerevoli impegni in agenda vi è anche quello con il CPM – Music Intitute, una prestigiosa scuola di musica che ha sfornato svariate eccellenze. A suo parere, come si scopre un talento?

«Il CPM – Music Insitute è un istituto con una precisa identità, anche per quanto concerne l’approccio con i ragazzi: consideriamo ogni aspirante musicista un universo a sé stante. Incontriamo singolarmente ogni studente per comprendere al meglio quali sono le sue peculiarità, non sono a livello artistico, ma anche personale. Quando si parla di talento è opportuno, a mio parere, fare alcune suddivisioni: il genio, la persona di talento e la persona con la predisposizione. Tuttavia, per riconoscere le doti di un’artista o aspirante tale bisognerebbe accertarsi che vi siano delle qualità musicali istintive molto marcate. Non è soltanto questione di orecchio: il capire di avere davanti una persona che nel mondo della musica sa orientarsi meglio di altri gioca un ruolo di vitale importanza.»

Vincenzo Nicoletti

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