Una donna, Sibilla Aleramo
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Nel romanzo “Una donna” Sibilla Aleramo celebra la propria rinascita come una asceta moderna, analizzando e ripercorrendo la sua vita fino alla decisione – necessaria – di abbandonare il figlio e la dimensione materna per ritrovare la dignità e il rispetto per se stessa.

“Una donna”, il romanzo di Sibilla Aleramo

Una donna, Aleramo
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Non è un diario e non è neppure un romanzo: “Una donna” potrebbe definirsi quasi come un esercizio di autoanalisi sotto forma letteraria, una riflessione spesso spietata e senza sconti sulla vita vissuta e un pensiero a quella vita che avrebbe potuto essere. Se il protagonista dell’intero romanzo è il femminismo, una coscienza femminile anticipatrice, è anche vero che questo romanzo è un simbolo di crescita e rinascita, di ribellione al sistema patriarcale, un’idea scandalosa e pericolosa in un romanzo del 1906. E in una vita vissuta in quegli stessi anni. Sibilla – pseudonimo di Marta Felicina Faccio, detta Rina -, nata ad Alessandria nel 1896 da padre ingegnere e madre casalinga, la più grande di quattro figli, ha vissuto una infanzia felice e serena. Per volere paterno la famiglia si trasferì da Milano a Civitanova Marche, quando Rina era ancora adolescente, e dal trasferimento in poi la sua vita è bruscamente cambiata. Prima il malessere interiore della madre che la porterà a tentare il suicidio e poi al manicomio, poi lo stupro che ha subito, appena quindicenne, da un impiegato della fabbrica di cui lo stesso padre era direttore. Tutte queste situazioni, secondo la critica, sono la chiave per interpretare quelle esperienze sicuramente sui generis che sperimenterà agli inizi del ‘900.

Nel 1902 inizia a scrivere il suo primo romanzo, “Una donna”, pubblicato nel 1906 in cui la scrittrice, attraverso una narrazione lieve racconta la sua vita fino alla decisione di abbandonare tutto e di rinascere, una nuova vita, andando a spezzare uno dei capisaldi della vita di una donna: la maternità, la “mostruosa catena della immolazione materna”. Si scopre così che la giovane Rina è stata costretta a sposare il suo stupratore, un matrimonio da cui anni dopo è nato il figlio Walter, un figlio che rappresenta l’unico spiraglio di amore in una relazione che di amore ha nulla, sposata a un uomo rozzo, incolto, burbero, che vedeva come un pericolo l’esaltazione della moglie per i primi, timidi, diritti delle done. Fino ad arrivare alla scelta dolorosa e però catartica che la porterà ad abbandonare il figlio (e il marito) per ricomporre e vivere la propria vita.

In questa storia si intrecciano varie figure: innanzitutto il padre, all’apparenza un uomo illuminato e progressista che invece nasconde una doppia vita di marito disonesto, traditore ed egoista nei confronti della moglie; c’è poi la madre, paradigma della donna che accetta il suo ruolo di moglie e madre senza alcuna riserva, e che è disposta a sopportare il tradimento e la più completa indifferenza del marito pur di non turbare lo status quo, fino al momento in cui il peso di questa vita sarà troppo pesante e si rifugerà quasi nella follia per poterlo sopportare; e infine la figura del marito di Sibilla, legato alla tradizionale figura del marito padrone, violento e possessivo. Ha solo 15 anni quando Sibilla lo sposa perché convinta di essere ormai di proprietà dell’uomo che l’ha violentata:

Il primo grande dolore che avevo provato mi era venuto da mio padre, dalla scoperta della debolezza d’un uomo che m’era parso un dio. Io avevo bisogno di ammirare innanzi di amare. Accettando l’unione con un essere che m’aveva oppressa e gettata a terra, piccola e senza difesa, avevo creduto di ubbidire alla natura, al mio destino di donna che m’imponesse di riconoscere la mia impotenza a camminar sola”.

Ma sarà a causa del marito (o grazie a lui) che troverà il coraggio per ribellarsi a quella vita, attraverso rinunce dolorose fino alla sua rinascita.

Il mito della rinascita

È noto il dissidio interiore della protagonista di “Una donna”, alias Aleramo, nella sua scelta tra la vita oppressiva familiare – in cui essere donna, moglie, madre significa essere trattata alla stregua di una minorenne controllata dai genitori – e la propria indipendenza; questo dilemma si risolve sia nella vita vera che nella finzione letteraria con una scelta coraggiosa per i tempi, con l’abbandono del marito e del figlio, e con grave scandalo per la società dell’epoca. La scelta della libertà, per Sibilla Aleramo, è una scelta di crescita che rinnega il sistema patriarcale. La protagonista del romanzo trova il coraggio di ribellarsi tramite l’orrore della carne e l’amore per il figlio, da questi due momenti prende consapevolezza del proprio bisogno di rinascita, possibile solo passando per il distacco dalla famiglia:

Il caso, il destino, forse l’oscura logica delle cose aveva voluto che, finalmente, io fossi costretta a mostrare all’uomo di cui ero schiava tutto il mio orrore per il suo abbraccio. […] Lo strappo furibondo alla catena non era avvenuto nelle lunghe ore in cui essa mi dilaniava l’anima:la carne era stata più ribelle, aveva urlato, s’era svincolata; ad essa dovevo la mia liberazione.”

Questa liberazione però è anche abbandono del figlio amato. Ma è un dolore necessario: la ribellione istintiva alla violenza del marito- padrone, l’aver preso coscienza di vivere una vita di menzogne risolvono il dilemma. Al figlio lasciato nella vita precedente ha dato un esempio di dignità e di onestà femminile. L’archetipo della Grande Madre di vita e di morte rappresenta il mito della rinascita che traspare nelle opere, tutte, della Aleramo: il suo intuito l’ha portata lì dove poche altre si sono avventurate con coraggio. La vicenda di Sibilla Aleramo – femminista, scrittrice, donna dagli innumerevoli scandali e dalle molteplici sconfitte, che però dalla figura della Grande Madre ha attinto la forza e il coraggio di essere se stessa senza compromessi, ha trovato la forza di autorigenerarsi (da moglie e madre a scrittrice) e nel processo di rinascita che l’ha portata poi a una nuova creazione della sua identità ha indicato la via alle altre donne.

Valentina Cimino

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