Prima vennero a prendere Mimmo Lucano...

E non dissi nulla, perché non abitavo a Riace, e di un paesino sperduto nelle aspre viscere della Calabria, tra la polvere delle strade sterrate e il piombo delle pistole, non m’importava affatto. Poi stabilirono che tutti i migranti lì ospitati dovessero essere trasferiti altrove, ma non me ne curai più di tanto, perché nessuno di loro sarebbe venuto ad abitare accanto a me, e in ogni caso la loro sorte non era un mio problema. Quindi separarono i bambini all’interno di una mensa di Lodi, e feci spallucce, perché pensai che in fondo sono solo bambini, che crescendo avrebbero certo dimenticato un panino avvolto nell’alluminio o il brick accartocciato di un succo di frutta alla mela. In seguito decisero di finanziare le associazioni antiabortiste, di stampare e affiggere ovunque manifesti contro l’aborto, e al pensiero ne sorrisi, perché non essendo donna non avrei mai dovuto avere a che fare con i consultori e tutta quella roba lì.

Vorrei poter dire che fu così che tutto ebbe inizio, ma mentirei: è così che tutto ebbe fine.

A volte mi ritrovo a fantasticare sui libri di storia del futuro, quelli che racconteranno la nostra epoca; e immagino una dicitura appena sotto il titolo, un piccolo paragrafetto in corsivo che avverte: “Per conoscere cosa accadde nei primi decenni del terzo millennio, torna indietro di cinquantasei pagine e rileggi il capitolo sull’avanzata dei totalitarismi”.

Poi un punto. Fine del capitolo. E di questa storia. Perché non c’è bisogno di aggiungere altro, sappiamo già tutto ciò che c’è da sapere, e all’interrogazione saremo preparati. Preparatissimi. Brava, Italia, hai studiato bene, nove. Torna a posto.

Lo vedete il sorriso sul volto dello studente che tornerà a casa e annuncerà ai genitori di aver preso un voto eccellente? Lo vedete, nella sua corsa sfrenata lungo i marciapiedi, evitando come in un videogioco le mattonelle rotte e piroettando intorno ai cespugli d’erba bruciati dal sole come in una danza, canticchiando il motivetto della vittoria? Siamo noi, in questo preciso istante. Noi col grembiule spiegazzato, la mano destra sporca di pastello e i lacci sciolti, che pregustiamo la fetta di torta di mele – anzi no, facciamo di panna e cioccolato – che ci siamo meritati per aver fatto il nostro dovere, per aver obbedito agli ordini, mentre l’intera classe continua a guardarci attonita, smarrita, forse con un po’ d’invidia inespressa, a rendere il silenzio ancora più denso, inscalfibile.

Non è certo questa la storia che avrei voluto raccontare. Ma immagino che non si possa fare altro, a un certo punto, che respirare la realtà a pieni polmoni e sputare fuori speranze e aspettative, come quando appena svegli immergiamo il viso nell’acqua ghiacciata per allontanare la stanchezza e gli ultimi residui di sogni. È arrivato il momento di accettare che tutto ciò che viene compiuto in nome del nostro silenzio è molto più di un’omissione: è una dichiarazione di complicità, un’ammissione di colpevolezza. È tutto ciò che è, e tutto ciò che è Stato.

Lo Stato che arresta Mimmo Lucano e fa di tutto per spazzare via ogni traccia del modello Riace, vaporizzandolo nel biasimo dell’oblio, come se non fosse mai esistita alternativa né possa esistere una parola contraria. Lo Stato che attende un rimorso di coscienza per ammettere l’assassinio di Stefano Cucchi, che si appiglia alla presunzione d’innocenza solo per chi ha la pelle abbastanza bianca da poterci scrivere sopra con l’inchiostro della propaganda, che tra un insulto e uno sberleffo spergiura vendetta a chi ha osato contraddirlo. Lo Stato che segrega e divide, separa e allontana, che si dice a favore della vita quando allunga le mani sull’utero delle donne, in una potestà che da patria diventa patriarcale, per poi rinnegare se stesso con la più agevole delle noncuranze, lasciando annegare donne e bambini nel cimitero gorgogliante del Mediterraneo.

È lo Stato che è sempre stato, che è e che sempre sarà, l’abominio del senso comune, il ripudio della libertà, l’esecuzione in pubblica piazza della coscienza. Uno Stato che prima ancora delle parole e delle azioni, fa di tutto per controllare i pensieri dei suoi sudditi. Perché è da lì che nasce la cieca obbedienza, la passiva accettazione, la segreta e irrequieta contentezza per ogni privazione che viene imposta come privilegio. La letteratura distopica del novecento è piena di esempi simili. Ma quella, a scuola, inginocchiati davanti al crocifisso a rendere grazie per il pane quotidiano e per lo spazio in più ricavato dall’aver sbattuto fuori gli schifosi stranieri, non si studia.

Alla fine verranno a prendere anche me, ne sono sicuro. Verranno a prendermi nel mio silenzio complice, nella mia solitudine beata, nella mia indignazione accademica e superflua. E l’unica cosa che sarò in grado di dire, mentre vedrò il sole riverberare alla finestra un’ultima volta, e la foglia purpurea del faggio abbandonarsi placidamente al vento, sarà: «Ce ne avete messo di tempo».

Emanuele Tanzilli
@ematanzilli1

1 COMMENTO

  1. Non so se dopo 32 anni verranno a prendere anche me, per strapparmi via da questo che un tempo fu un paese ospitale, ma io non li aspetterò pacificamente. Io lotterò con tutte le mie forze! Perché è la cosa necessaria affinché la storia non si ripeta!

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