sardine gilet gialli
I gilet gialli sfilano su via du Louvre a Parigi nel febbraio 2019 (foto: Lorenzo Ghione)

Sardine e i gilet gialli sono stati più volte messi a paragone sulla stampa italiana. Senza dubbio, l’immagine di centinaia di persone che bloccano le rotonde in un Paese, la Francia, che vive di trasporti può avere la medesima portata rivoluzionaria e originale di quella di migliaia di sardine ferme in silenzio nelle piazze di un Paese, l’Italia, dove in politica non si fa altro che urlarsi addosso.

Gilet gialli e sardine, insomma, hanno costretto alla riflessione due popoli che ormai vivono immersi nei propri interessi quotidiani, troppo spesso alieni a quelli politici.

Nonostante questi punti di contatto, siamo in presenza di due movimenti estremamente diversi per contesto, composizione e soprattutto rivendicazioni di fondo. L’uno nasce nel novembre 2018 per lottare contro “il sistema” (Macron, ma anche la struttura politica più generale), l’altro si configura come adunate civili per rivendicare l’estraneità al cosiddetto “anti-sistema” (Salvini e compagnia).

Sardine e gilet gialli come i partiti tradizionali hanno fallito ancora

Le sardine si stanno delineando in questi giorni come l’unica vittoria mediatica di larga scala contro le “sparate” di Salvini, con le sue armi e giocando al suo gioco.

Indubbiamente, difatti, il ruolo dei social tanto per i gilet gialli quanto per le sardine è un aspetto ormai fondamenale, consolidato nelle proteste contemporanee. La eco che hanno avuto su internet le fotografie delle piazze piene di sardine hanno contribuito in larga parte al loro successo. I gilet gialli invece, oltre adutilizzare Facebook per convocare manifestazioni più o meno improvvisate, possono contare su alcuni militanti ormai noti che trasmettono in diretta sui social i cortei. Visto che l’immagine ormai sembra far politica, Salvini potrebbe aver trovato nelle sardine un valido concorrente al suo spin doctor Luca Morisi, che aggiorna notte e giorno i profili virtuali del capitano.

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Mattia Santori, uno degli ideatori bolognesi delle sardine (foto: Imagoeconomica)

Per quanto riguarda la vicinanza dei due movimenti a un qualche partito specifico, né le sardine né i gilet gialli vogliono effettivamente mostrarsi frutto della politica tradizionale, con la conseguenza che né il PD in Italia né i socialisti in Francia sono riusciti ad appropriarsi di questi due movimenti, che non vogliono bandiere di questo o quel partito nelle loro piazze. Essi nascono fuori dal Parlamento ed è lì che mostrano di voler restare, in quanto espressioni della fluidità della società civile che non ha bisogno di trasformarsi in una lenta macchina burocratica per protestare o rivendicare i propri diritti.

Certamente ciò non significa che, arrivati alle urne, buona parte delle sardine non sceglieranno di votare “pragmaticamente” il PD. Piuttosto, in un flashmob di piazza sarebbe rovinoso mostrare bandiere di partito, in particolare proprio di quello che ha fatto davvero poca opposizione quando Salvini era al governo. L’esperimento delle sardine sembra funzionare proprio perché fenomeno civico e non istituzionale. Tanto che i vari tentativi mediatici di minimizzare le sardine, attuati da testate come Il Giornale, vertono sulla presunta esistenza di legami (quasi massonici, a leggere gli articoli) tra le sardine e noti esponenti del PD, in primis Prodi. Come a dire che l’unico modo per colpire la piazza è mostrare i suoi legami con i palazzi.

Due lotte: sistema e anti-sistema

Crediamo ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola. In quelli che pur sbagliando ci provano, che pensano al proprio interesse personale solo dopo aver pensato a quello di tutti gli altri. Sono rimasti in pochi, ma ci sono. E torneremo a dargli coraggio, dicendogli grazie”. Nessuno di noi potrebbe immaginare un gilet giallo, sugli Champs-Elysées in fiamme, pronunciare questa frase. Questo è infatti un passaggio dal manifesto delle sardine, pubblicato sul loro profilo Facebook “6000 sardine”.

Al contempo Claudio Cerasa sulle pagine de Il Foglio elogia le sardine in quanto non contro il sistema (come i gilet gialli), ma contro gli anti-sistema. Eppure proprio il voler separare a tutti i costi sistema e anti-sistema nella propria lotta può essere pericoloso: quando l’uno alimenta l’altro, infatti, come ci si pone?

Sebbene gli italiani giustamente stiano aspettando “un politico con la P maiuscola”, niente si staglia all’orizzonte per il momento. Quando Minniti si accorda con la guardia costiera libica per una politica migratoria degna della Lega e al contempo Renzi avanza a colpi di Jobs Act e precariato, sembra necessario rifiutare anche il sistema per abbattere l’anti-sistema. Evitare che domani possa nascere un altro Salvini è forse più importante che la sua sconfitta imminente. Proprio per questo un atto di lungimiranza politica sarebbe rendersi conto del reciproco alimentarsi tra il sistema presente e l’anti-sistema futuro. L’eccezionale risultato elettorale dei 5 Stelle alle loro prima apparizione nazionale nel 2013 proviene dai tanti elettori ed elettrici che volevano chiudere sia col PD che col PDL – quindi con quel tipo di politica qualificabile come “sistema”.

Da questo angolo di lettura è evidente che la rappresentanza politica in Parlamento è una necessità più che mai evidente per la voce delle tante sardine che protestano contro le deformazioni del sistema (sempre Salvini) piuttosto che contro il sistema in sé. Alcune si accontenteranno del PD, sperando di migliorarlo, altre aspetteranno ancora il famoso politico con la P maiuscola. I gilet gialli hanno invece scelto tutt’altra retorica. Molti del movimento infatti non solo non cercano la rappresentanza istituzionale dei partiti ma la rifiutano tout court. Sugli Champs-Elysées nessuno manifesta in attesa di un politico con la P maiuscola.

Il sorriso di Macron, che è poi lo stesso di Renzi, racconta di una società di finti uguali, in cui non esistono più povero e ricco, ma tutti hanno finalmente le stesse opportunità. I gilet gialli sono il frutto della rabbia verso questa narrazione della realtà, che dietro il “tutti uguali” cela in realtà enormi differenze economiche, di accesso ai servizi, di condizioni di lavoro – insomma: di classe.

Come nota il sociologo Benoit Coquard nel caso dei gilet gialli, linfa vitale di questo movimento è il suo trans-classismo, ovvero la capacità di raccogliere non solo istanze diverse (dal carovita ai diritti delle donne, passando per la richiesta di referendum popolare), ma anche diversi gruppi sociali. E continuano a farlo, scendendo ancora per le strade dopo aver festeggiato un anno di mobilitazione il 16 novembre scorso. 

L’insanabile differenza: città e periferia

Non resta che osservare le future evoluzioni di due movimenti che, seppur condividendo qualche aspetto comune, non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro. Anche perché il paragone non tiene, soprattutto, sui metodi di azione. Uscendo dallo stereotipo mediatico del gilet giallo per forza “violento”, lo spirito della mobilitazione in Francia è totalmente differente dal flash mob che accompagna le sardine: criticare Macron e l’establishment significa prendersela col sistema e non con la sua degenerazione, come invece accade per le sardine e Salvini. Questo resta un punto di forte distanza tra i due movimenti.

Le sardine a Bologna il 14 novembre 2019 (foto: Agenzia DIRE)

Ad ogni modo, un elemento dirompente in entrambe le proteste è la (ri)conquista delle piazze e delle strade della propria città. A Bologna, mentre Salvini era relegato in un palazzetto dello sport, 13mila sardine si radunavano nel cuore del centro, in Piazza Maggiore. Quella piazza che il 21 aprile 1945 accoglieva soldati e partigiani in festa per la vittoria contro il nazifascismo. 13 mila persone in piazza sono state un grande risultato, ma da un lato è anche triste stupirsi per tali cifre proprio in questa città.

Tuttavia, almeno in queste prime fasi la città come unità politica e sociale sembra essere anche il solo luogo di provenienza oltre che di riferimento per le sardine. L’ormai noto sondaggio commissionato da ASMEL mostra che in Italia il centro-sinistra vince nei centri con più di 60 mila abitanti, soglia sotto la quale vincono i partiti di destra. 

Al contrario i gilet gialli nascono nelle campagne e periferie, sui rond-points (rotonde) dove bloccano il traffico e fanno assemblea. La città viene sfruttata come luogo di rivendicazione, piazza mediatica e politica molto efficace soprattutto in un Paese dove tutto ruota attorno Parigi. Tra i cittadini francesi urbani e non, la città rimane il simbolo del potere, tanto da distruggere quanto da reclamare. I prossimi mesi ci daranno invece maggiori indizi sulle sardine, per capire se riusciranno a percorrere mari oltre i confini della città, che rappresenta oggi solo una parte minoritaria e per certi versi elitista del Paese.

Lorenzo Ghione

2 Commenti

  1. E bravo Lorenzo, anche stavolta hai le idee molto chiare e con altrettanta chiarezza sei riuscito ad esporre il tuo condivisibile pensiero.

  2. Il movimento delle sardine, nato qualche mese fa in Italia sta emergendo in tutta la sua forza espressiva e presenza fisica. Da un probabile stratagemma immaginato da quattro amici, presumibilmente per sostenere, in Emilia Romagna, la candidatura alle elezioni regionali di Stefano Bonaccini, si è trasformato rapidamente in un fenomeno di massa che ha riempito le piazze di tutta Italia. La caratteristica principale, ufficialmente, è quella di combattere l’odio diffuso che la destra ha contribuito a creare negli ultimi tempi e modificare i toni e il linguaggio in uso nella comunicazione in politica, nonché riempire i vuoti che la politica stessa ha prodotto. Una politica diventata cialtrona e becera per cui le sardine chiedono a gran voce una inversione di tendenza. Ma sappiamo bene che i problemi reali del paese non possono ricondursi a una semplice connessione con l’estetica, al contrario sono tematiche concrete, perché reali sono gli oppressi, i deboli e tutti i poveri che più degli altri pagano il prezzo della crisi e le conseguenze di un capitalismo disumano e spietato. Di sicuro e reale c’è la fisicità delle piazze, finalmente si scende di nuovo nell’arena, una spinta dal basso che fa ben sperare. Piazza San Giovanni è stata un bel colpo d’occhio, l’auspicio è che questo movimento non faccia la fine di tanti altri, girotondi, popolo viola, popolo arancione etc…ma che col tempo diventi la nuova sinistra, una vera sinistra che riesca a compattarsi per fare argine alla destra reazionaria che avanza. Un errore, però, non bisogna commettere. Demonizzare i Comunisti, quelli veri, come si è fatto con alcuni militanti a Firenze che stavano facendo semplice opera di volantinaggio, mezzo storico di comunicazione dei comunisti, o ammonendo qualcuno perché ancora, bontà sua, ha il coraggio di sventolare la bandiera rossa con la falce e martello, dimenticando che i comunisti non s’infilano nelle piazze, i comunisti nelle piazze, storicamente ci sono sempre stati. Per portare idee di uguaglianza sociale, libertà e lotta per i diritti. Come stanno facendo le sardine del resto. E’ un enorme abbaglio accodarsi al teorema della UE che equipara il comunismo al nazismo, è una disonestà oscurantista, una operazione di revisionismo storico. E’ solo superficialità, dice Thomas Mann e chi lo fa è solo apparentemente un democratico, ma nel profondo del suo cuore è già fascista e riserva tutto il proprio odio al comunismo. Questa ondata di rinnovamento crescerà e si espanderà, ci vorrà tutto il tempo che le sardine hanno bisogno, ma quanto prima si troveranno nella condizione di dover scegliere la loro collocazione politica come è naturale che sia. Combattere il capitale e tutto ciò che ne consegue in termini di precariato e sfruttamento oppure continuare a sostenere i governi borghesi dei quali anche ‘certa sinistra’ è stata parte integrante o addirittura, come nel governo attuale, protagonista. E’ inutile girarci intorno, non ci può essere impegno politico a sinistra prescindendo dalla lotta di classe. Ilva, Whirlpool e molte altre crisi aziendali sono lì a confermarlo. Bisogna sentire dal profondo ogni ingiustizia e stare davvero al fianco degli sfruttati, degli emarginati, dei migranti e di tutti i poveri per battersi e unificare la lotta contro le forze del male, contro la destra reazionaria, contro i poteri forti di una Unione Europea che ci vuole servi, e contro un sistema capitalistico che schiaccia sempre più la dignità dei lavoratori producendo impoverimento e rimarcando lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Una lotta senza se e senza ma, così come insegnano le rivoluzioni latinoamericane, per l’uguaglianza, i diritti e la Libertà e per costruire concretamente e realmente le basi per un mondo migliore.

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