Fino a quando definiremo il calcio soltanto un gioco?

Il calcio non è più un semplice gioco. Affermazione tanto banale quanto veritiera. Ormai lo sport più popolare al mondo ha assunto interessi di proporzioni così immense che ridurlo nell’accezione più comune del termine non è più plausibile. In un universo parallelo pare si stia delineando un altro gioco con altre regole, con altri attori, con altri interessi che influenzano non poco quello che i sudamericani chiamano il fútbol.

Di fronte a tale constatazione qualcuno potrebbe rispondere che, molto probabilmente, è da quando esiste il calcio che sono presenti interessi, e come dargli torto del resto. In effetti, già dall’ultimo decennio del diciannovesimo secolo, dopo l’avvento dei primi trofei ufficiali in Inghilterra, ci sono stati i primi club a mettere a libro paga i calciatori migliori; tuttavia risulta difficile non evidenziare come il flusso di denaro e potere immesso in questi ultimi dieci anni siano, stavolta, davvero ragguardevoli e ormai fuori controllo.

“Il calcio è un gioco ma anche un fenomeno sociale. Quando miliardi di persone si preoccupano di un gioco, esso cessa di essere solo un gioco”. Parole queste pronunciate dallo scrittore ugandese, naturalizzato britannico, Simon Kuper, che non fa altro che rimarcare quello che oggi è sotto la vista di tutti: il calcio ormai coinvolge miliardi di persone.

Nuovi Mondi

Il pensiero che il calcio potesse entrare in tutte le case del mondo è sempre stato vivo nella testa di ogni appassionato, ancor di più oggi con internet e i social presenti in ogni singola parte del pianeta. Ma che i capitali di molti paesi lontani, non solo geograficamente ma anche culturalmente, potessero travolgere il calcio europeo è una realtà che forse mai nessuno aveva minimanente immaginato.

Denaro fresco per i vecchi club europei, linfa vitale per gli interessi e le strategie degli sceicchi arabi e delle holding del sud-est asiatico. Un processo osmotico che consiste nel dare e ricevere equamente, dove gli investitori questa volta non ricercano solo profitti, ma anche opportunità di crescita per i propri movimenti calcistici nazionali.

Esempio lampante è quello dell’Arabia Saudita che, prima dei mondiali in Russia, siglò un accordo con la Liga spagnola con la quale s’impegnava ad accogliere e smistare in varie squadre iberiche una rappresentanza di calciatori sauditi in vista della rassegna russa. Risultato? La selezione di Juan Antonio Pizzi è stata sì eliminata al primo turno, ma ha comunque portato a casa tre punti, superando il ben più quotato Egitto e mostrando, inoltre, un discreto sistema di gioco. Il tornaconto spagnolo? Semplice, scalzare la Premier e diventare il campionato più visto in Arabia.

Allora l’Italia, in questo Risiko virtuale, non è voluta esser da meno riuscendo a strappare circa 7 milioni di euro per far disputare nel paese arabo la vagabonda Supercoppa nazionale, alla faccia di chi invoca i diritti dei giornalisti e delle donne, ridotti ai minimi termini nei pressi di La Mecca e dintorni. Troppo importanti i petroldollari e gli interessi degli sceicchi – in fondo, diciamolo pure, sono tuttora caldi i canali commerciali fra i due Stati.

Ma se l’Italia fa un passo, gli altri ne fanno cinque. L’esempio è nuovamente la Spagna che insegna ancora una volta come espandere al massimo un suo prodotto, la seconda serie. In che modo? Trasmettere gratuitamente in 155 Paesi nel mondo sul canale YouTube della Lega tutte le gare di campionato con telecronaca in inglese. Trovata geniale che avrà il suo incipit già dal prossimo turno, assicurando alla competizione massima visibilità attraverso uno degli strumenti di diffusione più importanti della rete. Come detto resta ancora indietro il Bel Paese che, a parte qualche amichevole trasmessa sui canali social ufficiali delle formazioni italiane, non ha ancora un piano per distribuire i diritti di gare ufficiali ai colossi del web come Facebook o YouTube.

Top Player o Top Manager

Se negli anni scorsi ad accendere gli animi dei tifosi nelle calde estati era la stella brasiliana o un top player europeo, ora è facile leggere sui titoli dei giornali a caratteri cubitali il nome di un top manager, a testimonianza che i gol in campo senza quelli fatti fra le poltrone servono a poco. Si son ben mosse in questo senso le due milanesi ingaggiando Marotta (sponda nerazzura) e Gazidis (sponda rossonera).

Se per Beppe Marotta non serve spender alcuna parola, dato il suo glorioso passato in giacca bianconera, per il dirigente milanista bisogna riconoscere il suo altrettanto passato glorioso – in termini economici, sia chiaro – con l’Arsenal, dove ha ben amministrato le casse del club londinese, nonostante pendesse sulla testa come un macigno lo stadio costruito qualche anno prima che il manager sudafricano s’insediasse. Più di seicento milioni spesi in calciomercato e leadership economica fortificato hanno regalato, però, solamente tre FA Cup e tre Community Shield.

Poco importa, dunque, a Elliott se la bacheca è quella che è, l’importante è il raggiungimento dell’elitè economica europea. Con le Big del Vecchio Continente alla ricerca continua e disperata di potere e influenza decisionale, risulta difficile non immaginare un crescente e irreversibile gap economico con il resto dei club europei, che porterà a una imminente scissione nell’annunciata Superlega. Una sorta di tavola rotonda dove potranno sedersi solo determinati club, con determinate doti finanziarie e determinato peso decisionale.

Un calcio che sta mutando giorno dopo giorno quindi e che non vede ancora in dirittura d’arrivo il punto di saturazione, a testimonianza del fatto che c’è ancora spazio per nuove idee, nuovi capitali, nuovi interessi.

Tradizioni senza bandiere e loghi senza storia con molta probabilità segneranno il futuro dell’amato pallone, con il rischio di azzerare storiche rivalità, magari accendendone altre, con l’offerta continua di gare su gare senza sosta. Offrire un prodotto sempre migliore sarà l’obiettivo primario dei nuovi protagonisti che governano il calcio mondiale, un prodotto elitario che rappresenta pochi ma che coinvolgerà praticamente tutto il mondo. Non sarà, pertanto, un’utopia se un domani ci troveremo a esultare per gli ingaggi di sempre più affamati top manager, se gioiremo per un contratto milionario di sponsorizzazione o, peggio, se la squadra per cui tifiamo raggiungerà il miliardo di followers. Non conosciamo ancora quale sarà, quindi, lo scenario prossimo del calcio, non sappiamo ancora se l’emozione per un gol sarà ancora il motore di tutto ciò.

Possiamo solamente immaginare tutti i futuri possibili, ma molto probabilmente saremmo già in ritardo, perché il calcio si sta trasformando e si trasformerà sempre più velocemente.

Ivan D’Ercole

Fonte immagine di copertina: www.sports.ru