Giuseppe Conte unità nazionale
Fonte: Wired

Ricordate qualche settimana fa, quando a qualcuno balenava in mente l’ipotesi di un Governo di Unità Nazionale? Da un lato Renzi, con la sua Italia Viva, e dall’altro Salvini: l’idea era quella di un “Governo secondo Matteo” per deporre Giuseppe Conte e guidare l’Italia fino alle elezioni. La rapida diffusione del COVID-19 sembra aver sfumato questa possibilità, almeno per il momento, mentre i sondaggi d’opinione continuano a monitorare le variazioni di gradimento dei partiti politici di riferimento. Nonostante l’ipotesi non sia praticabile, l’Italia corre a due velocità, in due direzione opposte. Continua il braccio di ferro tra il governo Conte-bis e le Regioni.

Una prova difficile per il Conte-bis

Il governo Conte-bis è nato da un’unione di intenti al tramonto dell’alleanza giallo-verde. Dallo scorso autunno l’esecutivo ha vacillato più volte, un po’ per le diverse vedute che caratterizzano M5S, PD e LeU, un po’ per le pressioni derivanti dall’opposizione. I principali colpi erano stati sferzati da coloro che vi avevano preso parte: da Luigi Di Maio, capo politico emerito del M5S, a Matteo Renzi, poi fuoriuscito dal PD per fondare Italia Viva insieme ai suoi fedelissimi. Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, nel frattempo, avevano più volte invocato nuove elezioni.

Salvini, Meloni e la disfatta del centrodestra sovranista
Il centro-destra italiano: Giorgia Meloni (FdI), Silvio Berlusconi (Forza Italia) e Matteo Salvini (Lega)

Quando il COVID-19 è arrivato in Italia, il malcontento tra i gruppi politici non si è fatto attendere e, insieme ad esso, l’ipotesi di metter fine all’esecutivo di Giuseppe Conte per dar vita a un Governo di Unità Nazionale e trainare l’Italia fino a nuove elezioni. A Palazzo Chigi veniva recriminata una leadership debole, incapace di affrontare la diffusione di un virus inaspettato, letale sia per la popolazione che per il sistema sanitario nazionale, che non avrebbe retto il contagio di massa. PD, M5S e LeU avevano esplicitato fin da subito la propria contrarietà ad un simile scenario.

Dopo poco tempo, le prime smentite sono arrivate dal rottamatore Matteo Renzi: «Ora è il momento della massima collaborazione con tutti», aveva comunicato attraverso i suoi canali. Una linea seguita anche da Matteo Salvini che, nonostante l’assenza di alternative che possano rovesciare l’esecutivo, non perde occasione per sottolineare l’inadeguatezza nella gestione della crisi. Il freno è passato anche per l’avviso di Giorgia Meloni, che aveva trasmesso al centro-destra il disappunto nei confronti di qualsiasi “inciucio”. D’altronde sarebbe sembrato poco serio far cadere il Governo in una situazione del genere. Il Conte-bis porterà a nuove elezioni, questo sembra essere, al momento, l’auspicio.

Italia a due velocità, in due direzioni opposte

Le Regioni più colpite dal COVID-19 sono anche quelle considerate trainanti per l’economia del Paese. Mentre i decreti provano a disegnare l’unità nazionale, quantomeno negli stili di vita dei cittadini tutti ugualmente a rischio, le Regioni sperimentano le scenografie dei propri governatori. Al Governo viene richiesto uno sforzo ulteriore, ma l’Italia intera è ora chiusa su se stessa. Il resto del mondo, che attribuiva agli italiani scarsa affidabilità nel rispetto delle direttive, sta scoprendo in queste ore che è alquanto complesso contrastare un nemico invisibile.

Salvini insiste che bisogna chiudere tutto, seguito da Attilio Fontana (Lega), governatore della Regione Lombardia, che avrebbe voluto più audacia. Il ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia apre alla possibilità che i settori produttivi vengano chiusi: «Se i governatori vogliono chiudere altre fabbriche, purché non abbiano riferimenti con le filiere sanitaria e agroalimentare, il Governo non dirà di no, ma dovranno assumersi le loro responsabilità». Su questo punto anche Luca Zaia (Lega), governatore della Regione Veneto: «Non è facoltà della Regione, ma io credo che se non viene garantita la sicurezza nelle aziende, allora le imprese devono essere chiuse».

Vincenzo De Luca
Vincenzo De Luca. Fonte: Corriere della Sera

La fuga a Sud dalle zone rosse ha innescato una reazione a catena, nonché la paura che tacco e punta dello stivale non reggano la diffusione del contagio, per la già nota geometria variabile italiana, tra le altre cose, in materia di sanità. Il governatore della Regione Puglia Michele Emiliano (PD) è preoccupato per il boom di rientri delle ultime ore: «Un sovraccarico di questo genere del sistema sanitario pugliese sarà difficilissimo da gestire» dichiara a ben ragione, perché in Puglia i posti letto in terapia intensiva sono soltanto mille. Vincenzo De Luca (PD), governatore della Regione Campania, ha emanato una serie di ordinanze ancor più restrittive dei decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Governo di Unità Nazionale a parte, l’approccio alle emergenze, che mette in quarantena i diritti, non è nuovo e c’è bisogno di tenere alta l’attenzione per far sì che non diventi prassi anche nel post-epidemia, quando si dovranno affrontare gli effetti di una pausa improvvisa dagli affari.

Il rintocco del bollettino delle 18

Come in guerra, ma senza Radio Londra. Ogni giorno la Protezione civile rende noto il bollettino delle contagi e delle vittime alle ore 18.

Gli anziani stanno scontando il prezzo più elevato dei tagli alla sanità pubblica, per l’assenza di strutture e personale sufficiente a contenere un elevato numero di pazienti che necessitano della terapia intensiva. Quest’emergenza sanitaria è un fatto pubblico, in barba alle falle di anni di speculazioni – anche da parte di chi inneggiava al Governo di Unità Nazionale – a favore del settore privato, del numero chiuso nella Facoltà di Medicina e nei Corsi di Specializzazione post lauream, dell’aumento dei contratti precari, per lo più part-time, e del mancato supporto a un tassello chiave per il Welfare, perché, se non fosse già abbastanza chiaro, il diritto alla sanità è un diritto fondamentale degli esseri umani. Dai balconi, gli italiani in quarantena ringraziano il duro lavoro del personale sanitario con flash mob, canti e applausi.

Unità nazionale
Fonte: Fanpage

Il Coronavirus ci sta privando di un patrimonio storico e affettivo, quali sono i nostri nonni. A loro andranno i nostri sforzi e i nostri sacrifici. È per loro che diventa importante privarsi di un po’ di libertà e restare a casa, per ridurre al minimo la percentuale di possibilità che un ospedale si trovi a dover scegliere tra un giovane e un anziano al momento di dover salvare una vita. Quando tutto questo sarà finito, ricostruiremo sulle macerie.

Sara C. Santoriello

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