Roma De Rossi
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«Mi immaginavo coi cerotti e zoppo che volevo smettere, e loro ‘continua, continua’. Non è andata proprio così, ma devo accettarlo». Nelle parole con cui De Rossi ha annunciato il suo, improvviso, addio alla Roma, c’è soprattutto rassegnazione. Un’accettazione malinconica: per la carriera che poteva essere e non è stata, e per un finale sognato in grande stile e che invece è, finora, in punta di piedi come chi non vuole disturbare troppo.

Una carriera dedicata alla Roma, con qualche rimpianto

«Rimpianti? I rimpianti forse li ha anche Messi, che non ha vinto il Mondiale…». Alla stessa domanda, qualche anno fa De Rossi rispose: «Ho solo un unico rimpianto, quello di poter donare alla Roma una sola carriera». Eppure, quando afferma ciò il centrocampista di Ostia mente un po’ anche a se stesso: a cominciare dai rimpianti per lo Scudetto mancato, da lui inseguito fin dal debutto nell’ottobre 2001 — pochi mesi dopo quello che rimarrà l’ultimo titolo nazionale della Roma — e accarezzato spesso, con 9 secondi posti in 18 anni, i rimpianti per la sua carriera sono tanti.

Proseguendo poi con quello che è stato il suo nomignolo per tutta la carriera, “Capitan Futuro”: un futuro diventato presente solo due anni fa, dopo il ritiro di Francesco Totti. E proprio la “concorrenza” con un simbolo come Totti ha oscurato quello che, in altri momenti storici, sarebbe diventato uno dei giocatori più osannati della storia della Roma e del calcio italiano, a pieno merito. Il continuo confronto con un talento baciato dagli Dei del pallone, le accuse immeritate di “essere un peso per la Roma” e “restare solo per i soldi” hanno certamente influenzato un rapporto segnato anche dal continuo timore di perdersi (direzione Manchester, Madrid o Londra), per poi ritrovarsi e giurare amore eterno alla casacca giallorossa. Proprio come la Dolcenera di De Andrè, e quell’amore che “dall’ansia di perdersi ha avuto in un giorno la certezza di aversi”.

La rottura con la società sul ritiro

Chissà se De Rossi ha ascoltato questa canzone di recente. Perché nel capolavoro del cantautore genovese, l’amore finisce con un “mancato finale, così splendido e vero da potervi ingannare”. E con un finale amaro rischia di finire anche il rapporto tra la Roma e De Rossi, tradito da una società che sembra averlo abbandonato. Quando Daniele in conferenza stampa risponde: «Fienga dice che io sono già un bravo dirigente, ma se io fossi stato un dirigente avrei rinnovato il contratto a uno come me», il segnale è quello di una rottura netta, che De Rossi annuncia nei modi che l’hanno sempre contraddistinto davanti ai microfoni: una schiettezza ai limiti dello scomodo, accompagnata però da un’educazione impeccabile. Uno dei pochi calciatori ad avere sempre qualcosa di interessante da dire, mai banale.

Foto: LaPresse

Da tempo, tra noi tifosi romanisti — ok, mi tolgo la maschera — due fazioni contrapposte si dividono la piazza: da un lato chi sostiene la società nel progetto di crescita complessiva della squadra e del marchio Roma, dall’altro chi, anche alimentato dalle numerose radio romane, contesta a Pallotta la mancanza di vittorie, le promesse non rispettate e un atteggiamento troppo “aziendalista”. La vicenda De Rossi ha avuto il merito di mettere tutti d’accordo contro la società, anche i suoi difensori più strenui: Danielino ha un valore tecnico, umano e simbolico troppo alto per liquidarlo così. Sentire il nuovo CEO Fienga riferirsi più volte alla Roma come “l’azienda” è un affronto troppo grande. Nessuna azienda può scontentare un numero così alto di azionisti, alias tifosi.

Roma si schiera con De Rossi, si schiera con i suoi figli

Nel giorno del ritiro di Totti, il suo emozionante addio fu macchiato da una sola circostanza: ogni volta che il maxi-schermo dell’Olimpico inquadrava Pallotta o Spalletti, bordate di fischi piovevano dalle tribune. Roma e la Roma, come una mamma protettiva, sceglieva di schierarsi dalla parte del suo figlio prediletto, e di avversare chiunque fosse, anche solo nell’immaginario collettivo, contro di lui.

Analogamente, e in maniera ancora più netta, sta accadendo nel caso di De Rossi. Perché se Totti era ormai arrivato a 40 anni, ed era tutto sommato ragionevole l’idea di appendere gli scarpini al chiodo in quel momento, quello di De Rossi è stato un fulmine a ciel sereno. Un giocatore che, senza alcuna retorica, nelle partite in cui ha giocato quest’anno è stato nettamente il migliore in campo (Milan e Porto su tutte). La condizione fisica non è più delle migliori, tanto da costringerlo spesso ai box durante questa stagione: ma siamo certi che uno come lui non avrebbe preteso di giocare sempre, e si sarebbe accontentato di rappresentare un’importante risorsa in momenti chiave della stagione, ancora per un anno o due. Oltre al suo ruolo chiave di uomo spogliatoio, leader in campo anche più di quanto non fosse Totti, per peculiarità caratteriali diverse.

Invece, la storia giallorossa di De Rossi è destinata a chiudersi il 26 maggio — in una data già di per sé nefasta per la tifoseria romanista — dopo quello che sarà, con tutta probabilità, il fallimento della rincorsa Champions della Roma. Un addio lontano dagli sfarzi di quello che fu il saluto riservato a Totti, peraltro dopo una Champions League agguantata all’ultimo secondo con il gol di Perotti contro il Genoa. Anche da questi particolari, la figura di De Rossi che emerge è quella di un eroe malinconico. Un eroe che sa che i suoi sacrifici non saranno mai ripagati a dovere, sa che la sua sincerità spesso gli costerà cara. Ma va avanti, perché un codice morale tutto intrinseco gli dice che è giusto così. Per questo da tutti noi romanisti, e da tutti gli amanti del calcio, Danielino merita un enorme abbraccio. Come a dirgli: non è stato tutto vano.

Simone Martuscelli

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