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Fonte: Foto di Sargis Chilingaryan via Unsplash

Hai mai sentito parlare della “stanza cinese”? È un esperimento di John Searle. Una persona che non conosce il cinese viene chiusa a chiave in una stanza, mentre fuori un’altra persona introduce biglietti scritti in lingua cinese in una buca delle lettere. All’interno della stanza c’è una guida che può essere consultata per rispondere ai biglietti. Questa storia ci offre qualche indicazione su ciò che hanno in comune i lavoratori di Amazon e i rider.

Chi è fuori dalla stanza ha l’impressione che l’altra persona sia in grado di parlare la sua stessa lingua. È quello che succede ogni volta che pensiamo che non ci sia differenza tra l’intelligenza e un comportamento intelligente; alcuni sostengono che sia opportuno parlare di “coscienza”, soprattutto quando ci riferiamo alla tecnologia, alle piattaforme e agli algoritmi che le sorreggono.

Il ruolo delle piattaforme nella trasformazione del lavoro

I dati forniti dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro ci dicono che proliferano le piattaforme online sul modello di Amazon: si contavano 777 potenziali datori di lavoro digitali a gennaio 2021. Sembrerà curioso che la maggior parte di queste compagnie siano classificabili come piccole (non più di 10 dipendenti) e medie (11-50 dipendenti) imprese. È difficile stimare quanti sono i lavoratori all’attivo perché non sempre le aziende includono le informazioni sul numero dei freelance coinvolti nei propri report annuali.

Fonte: ILO – Owler database, annual reports and filings by platform companies to the SEC (USA)

Il documento affronta il tema della rapida ascesa del machine learning, che trasmette l’esatto combinato di errori e lacune al funzionamento ordinario delle piattaforme, generando a catena problemi di responsabilità e lesioni nei confronti dei consumatori e dei diritti fondamentali. A tal proposito, sarebbe opportuno che i governi abbiano accesso ai codici sorgente degli algoritmi in circostanze e condizioni appropriate (per esempio, per controllare che vengano inserite clausole che porterebbero a licenziamenti ingiusti). Ma il punto è che gli accordi stipulati a livello internazionale, tra Stati membri del WTO, ne proibiscono il trasferimento o l’accesso.

Secondo i sindacati, JustEat ha imboccato la direzione giusta con la firma del CCNL logistica, prevedendo l’assunzione con contratto part-time, stipendio minimo garantito e riconoscimento della subordinazione entro la fine dell’anno. Tra chi si occupa di consegne, gli shopper – lavoratori della spesa a domicilio – rappresentano un caso a parte. Fallita l’intesa con Fisascat Cisl, bocciata perché manteneva in auge forme di lavoro autonomo e l’utilizzo degli algoritmi reputazionali, Assogrocery-Everli sigla l’accordo con USI – Unione Shopper Italia. Dice il rider Antonio Prisco*: «La flessibilità ha senso se c’è un salario minimo garantito e una legge sulla rappresentanza».

Negata, per il momento, per i 6000 lavoratori Amazon in Alabama, sebbene la consultazione per la creazione di un’organizzazione sindacale avesse ottenuto l’appoggio indiretto del presidente Biden. Casper Gelderblom e Riccardo Emilio Chesta su Sbilanciamoci avanzano l’ipotesi che sia il sindacalismo formale tradizionale a dover mutare: «La sconfitta nello stabilimento di Bessemer non è sicuramente marginale, perché avviene negli Stati Uniti, nel cuore del modello Amazon, ma al contempo è in controtendenza rispetto a movimenti di lavoratori che nel mondo vanno contro il modello a tabula rasa sindacale esplicitamente rivendicato da Bezos». In Italia, invece, il 5 maggio 2021 è stata scritta una pagina importante di storia: le prime elezioni delle rappresentanze sindacali nella multinazionale si sono tenute a Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza. 

Intanto l’indagine della procura di Milano sul “caporalato digitale“, sui dati forniti da INPS e Inail, ha portato alla sottoscrizione del Protocollo Quadro Sperimentale per la legalità tra Assodelivery e sindacati. L’apertura di un fascicolo che riprende il senso di quanto provato da Prisco, quando si è ritrovato a dover portare in tribunale un’entità intangibile insieme ad altri rider. «L’algoritmo non nasce dal nulla perché i programmatori l’hanno programmato così. Il problema del codice si potrebbe comprendere se non fosse discriminatorio. Vogliono destabilizzare il concetto di mondo del lavoro con questa idea che l’algoritmo sia infallibile» – ci ha detto Prisco.

Unirsi per lavorare con dignità

Piattaforme: Lavoratori amazon e riderPhoto by Edouard Gilles on Unsplash

A Napoli in Galleria Principe è nata la Casa del rider. Uno spazio per riunirsi, per guardarsi in faccia. Poi anche per riposare tra un turno e l’altro, ricaricare le bici e i cellulari. Infine, per usufruire dei servizi igienici: tuttǝ hanno diritto ad andare in bagno (in molte città per le rider rappresenta ancora oggi un incubo: non c’è modo di cambiare gli assorbenti in bar e ristoranti). Anche Amazon ha confessato che, per ridurre i tempi di consegna, agli autisti non veniva lasciata altra scelta che farla in bottiglie di plastica. Il lavoro è tuo se sai arrangiarti, in pratica, se interiorizzi la flessibilità.

Lo racconta Antonio Prisco: «La prima fase degli algoritmi e delle piattaforme è dovuta all’assenza di una coscienza di classe da parte dei lavoratori. Noi ci incontravamo per 5 minuti davanti ai fast food. Non con pochi sforzi siamo riusciti a mettere insieme realtà molto diverse». Per fronteggiare il capitalismo digitale serve armarsi di solidarietà e rispondere alla deregolamentazione con l’organizzazione. Da un punto all’altro della filiera occorre rafforzare i tratti comuni tra lavoratrici e lavoratori a livello transnazionale (su Arte.tv è disponibile il documentario “Invisibili, i proletari del clic“), per rivendicare un utilizzo dei dati più trasparente da parte delle piattaforme, ma non solo. Urgenti restano le questioni sulla definizione dei criteri di progettazione degli algoritmi.

In termini di responsabilità civile per danno da intelligenza artificiale, la dottrina maggioritaria fa riferimento all’arsenale della responsabilità oggettiva, “intesa come responsabilità contrapposta a quella per colpa“. Nelle zone d’ombra, tuttavia, si insediano i dubbi. Come è possibile che macchine considerate perfette, quasi capaci di superare l’uomo, possano commettere degli errori? La colpa sarà della macchina, del custode (il programmatore) o del proprietario?

A chi spetta l’arduo compito di insegnare alle macchine la declinazione del concetto di dignità nei confronti degli esseri umani, se non è stata ancora del tutto chiarita la sua preminenza dinanzi al profitto? Gli scioperi del 22 e del 26 marzo 2021 ricordano che quando si prende consapevolezza le battaglie diventano di tutte e tutti.

Sara C. Santoriello

*Grazie Antonio, a nome di tuttǝ.

Greenpeace

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