Super Champions

La Super Champions è l’ennesimo tentativo di snaturare uno sport che sta subendo sempre più la tirannia delle logiche economiche. Il romanticismo sta lentamente cedendo, e questa è la più grande delle sconfitte.

Il controverso e discusso progetto della Super Champions League sta creando forti contrapposizioni e diversi malumori all’interno della comunità calcistica europea. È senza dubbio alcuno il tema del momento, che sta spingendo molti rappresentanti di federazioni e club in tutta Europa ad esprimere il proprio punto di vista sulla opportunità di una sua realizzazione: ciò che lascia perplessi è che tali reazioni arrivino in un periodo nel quale gli argomenti sportivi di discussione, soprattutto in Italia, dovrebbero essere altri, come ad esempio il mondiale under 20 o il mondiale femminile, competizioni dove le nostre squadre sono riuscite e stanno tuttora riuscendo a distinguersi e che dovrebbero essere il vero punto di partenza per una rifondazione calcistica interna.

In cosa consiste la Super Champions?

Il piano, promosso dall’ECA (European Club Association), l’associazione dei club europei presieduta dal presidente della Juventus Andrea Agnelli, e parzialmente appoggiato dalla UEFA, prevede la realizzazione di tre diversi tornei UEFA, ciascuno da 32 squadre, la Super Champions, la Europa League ed un terzo torneo dal nome ancora sconosciuto al quale prenderanno parte le squadre situate più in basso nel ranking. Insomma, l’idea è quella di creare delle divisioni anche a livello europeo, tant’è che, così come avviene nei rispettivi campionati nazionali, sarebbe introdotto un meccanismo di retrocessioni e promozioni da una divisione all’altra, eliminando per sempre le fasi preliminari delle qualificazioni. Il progetto dovrebbe prendere il via dal 2024 e sarebbe una vera e propria rivoluzione per il calcio come siamo abituati a conoscerlo, anzitutto perché le gare del torneo si svolgerebbero nel weekend, con buona pace dei campionati nazionali, che sarebbero, pertanto, costretti a recuperare le partite durante la settimana.

Il motivo di tale ultima scelta è quella di dare maggior risalto al nuovo super torneo. Non a caso l’obiettivo, non dichiarato ma intuibile, sia della UEFA che dell’ECA è quello di fare in modo che i club ottengano più ricavi in termini di diritti televisivi: il mercato delle tv oggigiorno vede delle pretendenti sempre nuove e pronte ad investire, a volte disposte ad offrire cifre folli per aggiudicarsi i diritti di trasmissione dei campionati e, soprattutto, dei tornei internazionali come la Champions League, che negli ultimi anni ha generato un’attenzione e uno share molto superiore rispetto agli anni addietro. Di qui la necessità di introdurre un nuovo formato di Champions, fondata su un meccanismo differente che permetta ai club più noti e forti di scontrarsi più frequentemente, possibilmente ad orari notturni e nel weekend, in modo tale da attirare l’attenzione degli spettatori da tutto il mondo. Il gochino è semplice: più share, più spettacolarizzazione, più sponsorizzazioni, più introiti, più soldi in circolazione.

A chi gioverebbe realmente un meccanismo del genere?

I sostenitori della Super Champions si appellano a due cavalli di battaglia per giustificare la realizzazione del torneo: da un lato, si dice che grazie alla Super Champions anche le squadre meno sviluppate dal punto di vista economico potrebbero partecipare al torneo ed essere, quindi, avvantaggiate in termini di visibilità; dall’altro lato, vi è chi dice che, in fin dei conti, l’attuale meccanismo della Champions League non garantisce quella competitività che dovrebbe assicurare, dal momento che le squadre che arrivano fino in fondo sono sempre le solite note, pertanto vale la pena cambiare. D’altronde, è pur vero che squadre come Real Madrid, Barcellona, Psg, Juventus, Manchester City, Bayern Monaco, da diversi anni a questa parte risultano sempre presenti nelle fasi finali della maggiore competizione europea, rendendo la stessa un affare alla portata di pochi.

Eppure, alle tesi suesposte si può agevolmente replicare sostenendo che un torneo strutturato in questo modo altro non farebbe se non incrementare ulteriormente gli introiti dei grandi club onnipresenti. Tale ultima circostanza andrebbe ad ampliare ancor di più la forbice tra i club ricchi e quelli meno ricchi, specie quelli che non prendono parte alla competizione; ciò potrebbe avere delle ulteriori ricadute anche nei tornei nazionali, già resi meno spettacolari dal dominio interno delle anzidette solite note che difficilmente lasciano spazio a sorprese (si pensi al dominio ininterrotto della Juventus da 8 anni a questa parte).

Oltretutto, i weekend calcistici rappresentano qualcosa che è sempre appartenuto ai campionati nazionali; riservare sabato e domenica ai match della Super Champions vorrebbe dire snaturare i campionati di tutta Europa, che sarebbero vittime di un declassamento senza eguali e soffrirebbero un forte impoverimento in termini di share, a causa della inevitabile necessità di svolgere le partite di martedì o mercoledì.

La verità è che la Super Champions, promossa da nostri rappresentanti come volano di crescita, non è ciò di cui il calcio, specie quello italiano, ha bisogno. Altri sono i metodi utilizzabili per garantire una crescita, anche economica, ai campionati. Si prendano ad esempio la valorizzazione dei vivai (il mondiale under 20 può essere un ottimo punto di partenza) e il restyling degli stadi: creare nuove promesse, rendere il campionato più affascinante, riportare tifosi e soprattutto famiglie allo stadio, costituiscono delle insostituibili risorse e degli impareggiabili strumenti di sviluppo per questo sport.

L’esempio lampante è dato dall’Inghilterra, non a caso uno dei tanti paesi ad essersi opposto fortemente al modello della Super Champions. Perché mai un Paese che ha fatto dell’ammodernamento degli stadi, della valorizzazione dei supporters e della spettacolarizzazione del proprio campionato la sua fortuna dovrebbe aderire ad un sistema che potrebbe compromettere la sua posizione? Insomma, prendendo a modello la Premier League, anziché introdurre un sistema che gioverebbe soltanto ai club più ricchi e che ucciderebbe la storia e il fascino dei campionati nazionali, sarebbe più opportuno che ciascuno Stato e ciascuna Federazione Calcistica Nazionale Europea, specie quella italiana, si attivi per la creazione di un modello di calcio interno che non lasci nessuno indietro, affinché anche un Cagliari-Udinese possa avere lo stesso share e lo stesso numero di spetttatori di un Crystal Palace-Southampton.

Amedeo Polichetti

fonte immagine in evidenza: www.eurosport.it

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