
Lo scorso 7 marzo, alla vigilia della Giornata Internazionale della Donna, in Parlamento si discuteva e approvava il DDL Roccella. Il Disegno di legge in questione, anche chiamato Ddl Femminicidio, propone pene più severe per diversi reati legati al cosiddetto codice rosso e, in particolare, prevede la pena dell’ergastolo per chi compie un femminicidio.
Iniziativa nobile da parte della Ministra antiabortista ma era davvero necessario, nella nostra società ancora claudicante per quanto riguarda l’espiazione della violenza di genere e della cultura dello stupro, rendere il femminicidio un reato autonomo ed inasprire le pene?
Ddl Femminicidio: cosa prevede
La norma presentata a Palazzo Chigi dal Consiglio dei Ministri rende il femminicidio “un’autonoma fattispecie penale” e afferma che “Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di discriminazione o di odio verso la persona offesa in quanto donna o per reprimere l’esercizio dei suoi diritti o delle sue libertà o, comunque, l’espressione della sua personalità, è punito con l’ergastolo”. Il disegno di legge prevede anche ulteriori aggravanti e aumenti di pena per altri reati legati al codice rosso come i maltrattamenti in famiglia, le lesioni personali, la violenza sessuale, stalking e revenge porn.
Il Ministro Nordio, presente anche lui alla conferenza stampa di Palazzo Chigi, è intervenuto per annunciare alcune parti integranti della “svolta epocale” che questo ddl propone: secondo Nordio “la figura della vittima o dei parenti viene valorizzata perché diventa a tutti gli effetti protagonista della dialettica processuale”. Le vittime dei reati infatti, secondo lo schema, saranno ascoltate direttamente dai pm senza passare per la polizia giudiziaria e, nel caso di patteggiamento, il Pm sarà comunque obbligato ad ascoltare la versione della vittima anche se questa potrebbe non essere rilevante.
I magistrati poi, secondo il ddl, avranno l’obbligo di partecipare a specifici corsi di formazione sui reati contro le donne.
Le reazioni da parte dell’opposizione e non solo
Da parte della maggioranza, i commenti all’introduzione del reato di femminicidio nel codice penale sono stati tutti favorevoli e celebrativi di questo governo, il quale, stando ai primi commenti post approvazione, prende decisioni concrete per contrastare la violenza di genere.
Le reazioni da parte dell’opposizione, però, non sono state così tanto evocative di una vittoria. Fiorella Zabatta, di Alleanza Verdi Sinistra, è stata una delle più dirette dicendo che “L’ultimo disegno di legge sul femminicidio è incompleto perché non affronta la questione nella sua interezza: se da un lato è fondamentale tutelare le vittime e punire i colpevoli, dall’altro è altrettanto necessario intervenire sulle radici culturali e sociali della violenza di genere.”
A pensarla come Zabatta c’è anche la Cgil che in una nota a cura dell’Esecutivo nazionale donne Fisac CGIL ha specificato che “La prevenzione del femminicidio non può basarsi esclusivamente sulla repressione, ma deve fondarsi su un cambiamento culturale e su un sistema di protezione efficace. Il riconoscimento precoce dei reati spia e l’intervento tempestivo possono salvare vite.” ed ha continuato affermando che “L’approccio della destra politica risulta essere privo di una visione risolutiva sistemica, prediligendo un sistema giustizialista con annunci roboanti e nessun cambiamento culturale.”
Era davvero necessario?
Alla luce delle reazioni che una manovra come questa ha generato effettivamente viene da chiederselo. Era davvero necessario approvare un disegno di legge che rende il femminicidio un reato che si può punire solamente con l’ergastolo? Perché puntare tutto sulla repressione e la punizione invece che educare e tutelare? La risposta è tanto semplice quanto triste.
Perché in un Paese con un Governo giusto che approva leggi giuste gli unici ad essere educati e a dover compiere corsi di formazione dovrebbero essere tuttƏ, non solo i magistrati. In un Paese giusto con un Governo giusto che afferma solennemente di avere a cuore tutti i diritti e le necessità delle donne, non verrebbe mai in mente di riempire i consultori di attivisti pro-vita e gli ospedali di medici obiettori di coscienza rendendo l’accesso all’IVG un calvario. In un Paese giusto con un Governo giusto per contrastare un fenomeno grave come questo, non si cercherebbero soltanto soluzioni “post mortem”, ma si combatterebbe il fenomeno intervenendo sulla cultura e sulla tutela delle vittime (vive). In un Paese giusto si farebbe tutto questo.
Ma, evidentemente, il Paese giusto con leggi giuste per le donne, non esiste ancora.
Benedetta Gravina
















































