L'Argentina tra pandemia e debito: l'incudine e il martello
Fonte: Investireoggi.it

L’America Latina sta soffrendo le conseguenze economiche della pandemia. La Commissione Economica per l’America Latina ha aggiornato le proiezioni per il 2020, stimando una caduta del 5,3% del PIL per l’intera regione, nella quale le nazioni più colpite saranno il Venezuela (-18%), l’Ecuador e il Messico (entrambi registreranno un -6.5%). Tuttavia, in questo quadro generalmente negativo ci sono Paesi che si trovano ad affrontare la crisi economico-sanitaria tra l’incudine e il martello, tra il rischio di default del debito sovrano e una recessione economica che non sembra avere fine. È il caso dell’Argentina.

L’Argentina prima della pandemia

Alle elezioni di ottobre 2019 c’è stato un avvicendamento alla presidenza del Paese: il presidente in carica Mauricio Macri ha perso lasciando dopo un solo mandato la Casa Rosada al peronista Alberto Fernández, ex capo del Gabinetto del presidente Néstor Kirchner (2003-2007).

Fernández ha ereditato una situazione non facile, figlia delle politiche neoliberali di Macri e registrata da una caduta del PIL pro capite del 9% in quattro anni, una pesante svalutazione del peso, un’inflazione galoppante fino al 54% annuale, il deterioramento degli indicatori sociali (la povertà ha raggiunto il 35%) e lo Stato in default parziale sul debito sovrano (88% del PIL), con annesso il prestito di 57 miliardi di dollari del FMI a guida Lagarde (il più grande della storia del Fondo), e una fuga di capitali di 90 miliardi di dollari.

La nuova amministrazione, entrata in carica a dicembre, stava intraprendendo alcune misure di riattivazione economica e negoziando il debito con i creditori quando è scoppiata la pandemia. Un’ulteriore crisi alla crisi.

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Mauricio Macri e Alberto Fernández. Fonte: open.online

La situazione sanitaria e il lockdown

La pandemia ha colpito l’America Latina con leggero ritardo rispetto all’Europa, ma come abbiamo potuto vedere ciascun Paese ha risposto in modo differente. L’Argentina si iscrive tra le nazioni che tempestivamente (e fino ad oggi efficacemente) hanno affrontato il problema, agli antipodi rispetto al negazionismo di Bolsonaro in Brasile o alle situazioni drammatiche in Ecuador.

Senza indugi sull’imperativo di «appiattire la curva» dei contagi, Fernández il 19 marzo (con soli 128 casi confermati, prevalentemente provenienti dall’estero) ha deciso per il lockdown, che a più riprese ha prorogato e calibrato secondo la situazione epidemiologica delle varie regioni per non saturare il sistema sanitario. La quarantena durerà fino al 24 maggio con alcune varianti e riaperture, ma sempre con la salute pubblica come priorità.

Le misure economiche di fronte alla crisi sanitaria

La quarantena imposta dalla pandemia ha frenato bruscamente l’attività economica. Nonostante gli stretti margini di manovra, il Governo sta mettendo in campo misure di sostegno al reddito per i settori più vulnerabili, per i quali l’isolamento non sempre è possibile o comporta la perdita dell’unica fonte di reddito (spesso nell’economia informale, che rappresenta più del 35% dell’occupazione totale).

Ad esempio, sono stati istituiti trasferimenti diretti come l’Ingreso familiar de emergencia (circa 120 euro), incentivi economici al personale sanitario, la sospensione dei tagli alle utenze in caso di morosità, sostegno finanziario per le imprese (tra cui un fondo di garanzia per le piccole e medie imprese), blocco dei licenziamenti, mentre lo Stato si farà carico di parte degli stipendi delle imprese in crisi. Tuttavia la situazione rimane molto complicata e non senza conflitto con i grandi imprenditori del Paese, esacerbata dalla crisi economica e sociale in cui l’Argentina già si trovava.

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Fonte: FarodiRoma

Violenza e disuguaglianze di genere in Argentina

Di fatto, la situazione di miseria e povertà è drammatica soprattutto nei quartieri popolari e le disuguaglianze esistenti si stanno aggravando enormemente. In reazione sono sorte reti autogestite di distribuzione di beni di prima necessità, mense popolari nelle scuole e cooperative autogestite di produzione di materiale sanitario. In prima fila contro la pandemia vi sono le donne e il loro lavoro di cura, in un contesto dove l’isolamento ha rafforzato la divisione sessuale del lavoro, sovraccaricando in modo sproporzionato le donne con le nuove esigenze di una riproduzione sociale in crisi per la logica del debito e la pandemia.

Non solo, la quarantena ha ridefinito anche le mappe della violenza urbana, rendendo ancora più evidenti problemi strutturali dell’Argentina. Lo spazio pubblico è stato militarizzato e non sono rari episodi di violenza e abusi dei corpi di polizia, fino a casi spaventosamente simili a quello di Stefano Cucchi, come il caso di Magalí Morales.

Così la violenza urbana si intreccia con la violenza di genere, che ha visto con il lockdown un aumento delle denunce e ha registrato l’agghiacciante cifra di un femminicidio ogni 32 ore nei primi 30 giorni. Il governo ha approvato l’esonero dalla quarantena in caso di violenza domestica e l’attivazione del protocollo anti-violenza attraverso la richiesta di una mascherina rossa alle farmacie. Misure necessarie, ma forse insufficienti.

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Fonte: Dinamo Press, foto di Gastón Bejas.

La negoziazione del debito

A complicare il quadro c’è il debito. Infatti la riattivazione economica, oltre a dipendere dal successo delle misure messe in campo da Fernández contro la pandemia, si gioca sul riordinamento macroeconomico che seguirà la rinegoziazione del debito. L’Argentina ha un debito pubblico di 200 miliardi di dollari (metà detenuto all’estero e in valuta estera, l’altra metà con il FMI e in titoli locali in pesos) dichiarato insostenibile dallo stesso FMI, non ha riserve internazionali né accesso ai mercati internazionali di credito.

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“Il debito è con il popolo non con il FMI”: manifestazione contro il Fondo Monetario Internazionale a Buenos Aires, agosto 2019. Fonte: Limes online, foto di Ricardo Geppi.

Recentemente il Governo ha comunicato di non aver versato 500 milioni di dollari ai creditori internazionali che avrebbe dovuto pagare entro il 22 aprile. Da quel momento, il Paese ha 30 giorni per trovare un accordo per evitare il default. Il ministro dell’Economia Martín Guzmán, vicino all’economista Joseph Stiglitz, ha presentato ai 5 fondi di investimento detentori di gran parte del debito estero un’offerta di ristrutturazione basata su un taglio del capitale del 5.4%, una riduzione del debito da interessi del 62% (38 miliardi di dollari) e tre anni di grazia dai pagamenti. In parole dello stesso ministro, l’Argentina sta affrontano la risoluzione della crisi del debito secondo criteri di sostenibilità, buona fede e mutua collaborazione.

A sostegno della posizione negoziale argentina si sono schierati, con due appelli, 138 economisti di fama internazionale (tra cui Stiglitz, Piketty e Mazzucato) e 174 economisti argentini, chiedendo buona fede da parte dei creditori. Tuttavia, con scadenza a lunedì 11 maggio, l’offerta sembra essere stata rifiutata. Il Governo rimane comunque disponibile a continuare la negoziazione.

È chiaro il messaggio lanciato al sistema finanziario internazionale: l’Argentina riconosce i suoi debiti (non senza polemiche interne), ma l’unico modo per combattere la pandemia e rimettere l’economia su un sentiero di crescita sostenibile è trovare un accordo praticabile. L’alternativa, un accordo impossibile da mantenere, vista la situazione socio-economica in cui versa il paese da anni ed esacerbata dalla pandemia, può essere peggiore del default.

Augusto Heras

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