paesi poveri coronavirus
Fonte: AFP / INDRANIL MUKHERJEE

In Italia è stato stimato che almeno 1 milione di persone potrebbe essere a rischio povertà a causa delle conseguenze economiche del coronavirus: la crisi economica originata dalla pandemia si annuncia senza precedenti e intanto ci si augura che il prezzo della benzina scenda nelle prossime settimane, a causa dei valori negativi raggiunti dal petrolio. Alcuni dei produttori sono Paesi poveri: dalla loro vicenda si trae spunto per parlare della tragedia che il mondo occidentale ancora non vede, accartocciato su se stesso sotto il peso della pandemia.

La crisi da coronavirus dei Paesi poveri (in crisi perenne)

Qualche settimana fa, quando ancora il prezzo del petrolio non era crollato e si pensava ancora di poter tenere sotto controllo la crisi del greggio manipolando l’offerta, il presidente del Messico Lopez Obrador ha invocato e ottenuto l’aiuto di Donald Trump per fare pressione sugli altri Paesi produttori, per tagliare radicalmente la produzione e mantenere stabile il valore del greggio.

Detto fatto: taglio avvenuto e produzione ridotta ai minimi storici. Tutto inutile, ovviamente. Il Messico, che ha una buona fetta del PIL derivante da incassi sulle royalties petrolifere, dovrà fronteggiare la guerra al coronavirus (nella quale già parte in drammatico svantaggio, considerate le miopie e le inefficienze del suo governo, nonché le condizioni igienico-sanitarie drammatiche in cui vive una larga parte dei suoi abitanti) praticamente senza gli introiti del greggio.

Restando in America latina, un altro produttore di petrolio in grande difficoltà è senz’altro il Venezuela, che già prima della pandemia non aveva medicinali per curare i suoi cittadini. Peraltro, dell’autoritarismo del leader di Caracas nessuno parla più, così come nemmeno delle altre storie di autoritarismo e spesso violenza di quel subcontinente. La serrata delle frontiere a causa del coronavirus ha chiuso tutti i problemi dei Paesi poveri dentro i loro confini e fare nuova luce su queste vicende è diventato quasi impossibile.

È diventato difficile, ad esempio, tenere sotto controllo la deriva autoritaria di Bolsonaro, che nemmeno era convinto, dall’alto del suo negazionismo, che la pandemia fosse reale o solo un’esagerazione di ipocondriaci europei. Intanto nelle favelas più povere si è cominciato a morire, a Manaus si scavano le fosse comuni, e di certo gli ospedali non cominceranno ad accogliere ora le centinaia di ultimi che rischiano di scomparire nei vicoli malfamati e puzzolenti dove il distanziamento sociale è una chimera impossibile.

Da ovest a est, se si parla di slum nell’Africa sub-sahariana viene in mente la Nigeria con i suoi milioni di persone stipate alla periferia di Lagos. Ma non c’è bisogno di rifarsi agli stereotipi più conosciuti per avere un’idea dell’impatto del coronavirus sui Paesi poveri del continente. I media internazionali più attenti stanno sottolineando da giorni che tutte le tragedie endemiche dell’Africa (guerre, malnutrizione, carestie, malattie) non faranno altro che agevolare la diffusione del coronavirus, se non l’hanno già fatto.

In effetti, dell’Africa non si sa quasi nulla: se le Ong chiedono correntemente la carità dei ricchi occidentali per inoculare i più banali vaccini ai popoli del Sud Sudan, del Malawi, del Congo (solo per restare agli esempi più noti di Paesi poveri), figurarsi quali sono le speranze di tenere sotto controllo il coronavirus coi tamponi a tappeto. A stento si è capito che il Sudafrica è stato interessato da una prima, consistente ondata di contagi, ma solo perché si tratta del Paese più benestante del continente.

Come si fa a preoccuparsi del coronavirus, se ancora continuano persino i combattimenti in Libia (o in altre regioni del mondo, come in Siria e nel martoriato Yemen)? Con tutte le sue patologie politiche, sociali ed economiche che non si arrestano a causa della pandemia, dell’Africa è probabile che presto si perderà completamente il controllo; le masse di migranti infette di coronavirus che busseranno di nuovo con insistenza alle porte dell’Europa come verranno accolte?

La migrazione è già diventato un tema attuale in India, dove i poveri e dimenticati, gli emarginati delle immense megalopoli hanno cercato di tornare nei loro villaggi, venendo bloccati dalla violenta polizia del premier Modi. Nuovi campi profughi si attendono in una nazione che, tra i Paesi in via di sviluppo, è tra quelli dove le condizioni di vita sono le più dure per centinaia di milioni di diseredati, una vera bomba a orologeria per tutta l’Asia.

In Asia, proprio a causa dei disagi da sovrappopolazione e delle criticità socioculturali (la promiscuità forzata dalla povertà, i precari regimi alimentari), il tema su cui pochi dibattono è la feroce repressione attuata da personaggi ben noti per il loro assurdo autoritarismo, come appunto Modi o Duterte nelle Filippine: quest’ultimo, pur di tenere la gente in quarantena non esita a ricorrere a intimidazioni e violenze corporali, o persino alla minaccia di sparare a bruciapelo su chi si trova in strada senza giustificato motivo. È la tragedia dell’assenza dello Stato di Diritto che si associa alla tragedia dell’economia e della fame e si rivela in tutta la sua ferocia ai tempi del coronavirus.

Soluzioni? Il ricorso ai “soliti” prestiti

La risposta alle criticità mondiali per ora è sempre la stessa: erogare tanti, tanti soldi ai più bisognosi. La Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale si trovano di fronte a richieste senza precedenti dei Paesi poveri, soprattutto dell’Africa, per centinaia di miliardi di dollari, avendo per ora risposto solo con poche decine. Il problema è sempre lo stesso: individuare nel capitale finanziario la soluzione a una crisi alimentata dalle disuguaglianze fondate dal capitale stesso non può essere una buona ricetta, o almeno l’unica ricetta, per aiutare i Paesi poveri.

Se nella capitale della Tanzania ci sono solo sei posti per la terapia intensiva, non sarà certo una cascata di dollari a crearne centinaia di migliaia di nuovi dal nulla: il rischio è che gli aiuti si perdano nella consueta spirale di corruzione e ambiguità, oppure alimentino una nuova forma di colonialismo economico, quello “della gratitudine”. Paesi come la Cina e la Russia stanno approfittando della gara di solidarietà per accaparrarsi consenso in Occidente, figurarsi in angoli del mondo già tradizionalmente esposti alla loro intrusiva presenza nel tessuto economico e nello sfruttamento delle risorse naturali.

In piena pandemia i Paesi ricchi o le potenze emergenti non sono più disposti ad aiutare i Paesi poveri “quasi” gratis. Il buon senso imporrebbe l’immediata cancellazione del debito estero delle nazioni più deboli, per concedere loro una mano più libera nella gestione dei nuovi prestiti internazionali. Eppure questa soluzione è rimasta lettera morta, almeno per ora. Nonostante tutto il mondo si appresti a indebitarsi (nessuno potrà risollevarsi da solo dalla pandemia, e i litigi europei sul MES lo dimostrano), i Paesi poveri rimangono sempre in fondo alla fila. Dall’America latina all’Africa all’Asia, lo spettro della prostrazione economica e sociale, prima ancora che sanitaria, è dietro l’angolo.

Ludovico Maremonti

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here