Argentina, Fernández supera Macri: non c'è più posto per il Neoliberismo
Fonte: eldestapeweb.com

Gli esiti del primo turno delle elezioni in Argentina non sono stati certamente sorprendenti, soprattutto con riferimento all’attuale contesto socio-economico dell’America Latina: il candidato peronista-giustizialista Alberto Fernández ha prevalso su Mauricio Macri, del centrodestra neoliberista. Come per ogni appuntamento con la democrazia celebratosi nel Paese “cartina di tornasole” del continente, i risultati di queste elezioni raccontano qualcosa di più sistemico, tra percentuali, vincitori e vinti.

I risultati: Fernández sconfigge Macri e sfiora la presidenza

Il responso delle urne è stato impietoso per il presidente uscente Macri: a scrutinio avanzato, il candidato e leader di PRO (Proposta Repubblicana) supera di poco il 40% dei voti con 10 milioni di voti. Un risultato in realtà sovrapponibile a quello del primo turno delle elezioni generali del 2015, se non addirittura migliore, ma in presenza di un quadro politico completamente rinnovato.

Infatti, a fare la differenza è stata la prestazione del principale avversario del Frente de Todos, in linea coni pronostici della vigilia e con i risultati delle elezioni generali primarie (“PASO“) ma non per questo meno dirompente. I “peronisti di Sinistra“, guidati da Fernández e dall’influente ex-presidentessa Cristina de Kirchner, sono infatti tornati in vetta nei consensi con più del 48%, e 12 milioni di voti, ben dieci punti in più rispetto alla sfortunata tornata elettorale del 2015.

Argentina Fernández Macri
Il duo Fernández-Kirchner. Fonte: Augustin Marcarian, Reuters, france24.com

Dunque, a confermarsi è sostanzialmente la stessa dialettica politica che ha dominato l’Argentina dagli anni quaranta del XX secolo: la consumata diarchia tra incarnazioni peroniste e la “reazione”, più o meno liberista delle élite economiche del Paese. Una impasse, quella della “salsa argentina”, dalla quale non sembra esserci via d’uscita politica: anche la terza piazza, occupata con distacco al 6%, dall’ex peronista moderato Roberto Lavagna, non evade da questo contesto abbastanza claustrofobico, e non sarebbe comunque in grado di esercitare un’influenza significativa nemmeno al ballottaggio.

Ma l’Argentina è davvero così immobile come sembra?

L’Argentina si muove: verso un ballottaggio scontato eppure storico

Il Paese latino-americano si avvia verso un secondo turno dagli esiti abbastanza scontati: il distacco tra i candidati è infatti di oltre 8 punti percentuali, e i margini di Macri per invertire gli esiti del ballottaggio del 24 novembre sono stretti, contrariamente a quanto avvenuto nel 2015. Fernández può preparare le valige per la Casa Rosada, che verosimilmente aprirà le proprie porte al nuovo inquilino il prossimo 10 dicembre, che attende il prossimo turno come poco più di una conferma formale. Se l’aritmetica non è un’opinione, tanto più in politica, la situazione socio-economica argentina è decisamente più complessa della linearità.

Il Paese è stretto nella morsa di una crisi economica apparentemente senza fine, peggiorata negli ultimi anni. La presidenza di Macri, auto-annunciatasi come “rivoluzionaria”, ha cercato di integrare l’Argentina nel consesso economico internazionale e di risolvere i problemi finanziari con politiche di liberalizzazione e di austerità, in un Paese già affaticato e diseguale, avvalendosi di un prestito da 57,1 miliardi all’FMI, da restituire e da contraccambiare con altre riforme.

Nessuno dei risultati che l’ormai ex-Presidente si era dato sono stati raggiunti: il debito continua a salire, la morsa dell’inflazione stritola i consumi e la disoccupazione cresce senza ammortizzatori sociali, mentre il PIL si contrae del 3% nel 2019 e il tasso di povertà raggiunge il 35%.

Mauricio Macri. Fonte: Eitan Abramovich, AFP, Getty Images

L’esecutivo guidato dal duo Fernández-Kirchner si propone di rinegoziare il debito coi creditori e di avviare una nuova stagione di investimenti sociali risollevando l’economia e facendo sì che gli argentini «non debbano più soffrire».

Ciò che si ripropone è sostanzialmente una riedizione dei governi che hanno guidato l’Argentina dal 2003 al 2015, i quali hanno tamponato i problemi socio-economici senza risolverli: non è dato sapere come intendano raggiungere gli ambiziosi programmi elettorali. Gli elettori, senza eccessivi entusiasmi, hanno premiato i peronisti soprattutto per bocciare il neoliberismo, ma non hanno trovato il sospirato cambiamento.

Stavolta, però, il governo argentino non potrà forzatamente procedere sui binari tradizionali: la crisi e le conseguenti problematiche economiche e finanziarie, la cui urgenza è sempre meno rimandabile, lo impongono con la forza materialista della concretezza. Il nuovo Presidente dovrà necessariamente condurre il Paese verso una fase nuova: come ha dimostrato l’ondata di proteste degli ultimi mesi, se la politica è ferma al passato, la società argentina non lo è assolutamente e stimolerà forzatamente la prima a muoversi, come avviene nel resto del continente.

Il destino dell’America Latina, oltre il neoliberismo

Qualcosa si muove, in profondità, tra le viscere dell’intera America Latina. Un disagio socio-economico aspro ed endemico si condensa in volatili idrometeore che si stagliano sul cielo della politica, pronte ad annerirsi in cumulonembi dalle precipitazioni minacciose e violente: le nubi grondanti di pioggia incendiaria in Cile, Venezuela, Colombia, Ecuador e Argentina esprimono il sovraccarico di una vera e propria catastrofe sociale, la cui eco è talmente forte da occupare le prime pagine della stampa internazionale.

Nelle piazze come nelle urne, la protesta latino-americana esplode con tutto il suo fragore: i colpevoli sono disuguaglianze insostenibili, esasperate da classi dirigenti autoreferenziali, corrotte e impreparate, nel contesto di economie scarsamente performanti che impediscono politiche keynesiane e di welfare.

Una trappola da cui manca una via d’uscita, che non può essere, come ormai dimostrato dai fatti, il neoliberismo. La proposta altrettanto chiara e risoluta che superi le contraddizioni populiste e inefficienti del passato, ma che parta dalle questioni sociali. Oltre alle idee, mancano nuovi interpreti politici in grado di metterle in pratica.

Proteste popolari per il carovita a Buenos Aires. Fonte: LaPresse, it.insideover.com

L’Argentina è forse il caso più esplicativo della geopolitica sudamericana: se la ricetta neoliberista di Macri ha fallito, Fernández ha tutto da dimostrare. Il rifluire di una sbiadita onda rosa non può essere sufficiente: il Paese deve necessariamente darsi un indirizzo politico in discontinuità per risolvere le sue contraddizioni, in presenza allo stesso tempo di un quadro macro-economico che pone limiti invalicabili e domande sociali che non possono essere lasciate inevase.

Un’orizzonte diverso dalla classica storia politica argentina, che passa nella cruna di un ago tra moderazione e radicalità, descrive l’acrobazia politica che le contingenze imporrebbero.

Ancora una volta, l’Argentina racconta la storia contemporanea dell’Occidente, ancora tutta da scrivere.

Luigi Iannone

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