putin russia
Fonte: Reuters

Povero Vladimir Putin. A quest’ora pensava di godersi l’esito favorevole del referendum costituzionale che gli avrebbe consentito di rimanere de facto al potere fino al 2036 (almeno). Magari si sarebbe continuato a crogiolare nella propaganda di una grande Russia incredibilmente immune al coronavirus, visti i bassi numeri ufficiali sull’epidemia diffusi dalle agenzie governative. Aveva forse pensato di aumentare la sua popolarità segnalandosi come leader modello di efficacia ed efficienza, approfittando della drammatica congiuntura internazionale per risollevare il Paese dai suoi tanti affanni.

Il virus che sfida Putin

Invece, povero Vladimir Putin, niente di tutto questo si è verificato. Anzi, le cose non potrebbero andare peggio: aumento esponenziale dei contagi; referendum rinviato a data da destinarsi; carenze del sistema sanitario ormai a nudo; crisi economica che non risparmia un Paese già parecchio stressato sotto il profilo sociale. Una catastrofe vera e propria. Putin ha passato il mese di marzo a regalare ventilatori per terapia intensiva a mezzo mondo (compresa l’Italia), a inviare esperti sanitari e militari in altri Paesi (compresa l’Italia), a usare la solidarietà come grimaldello politico ed economico per future alleanze con Stati diventati di colpo ancora più deboli (compresa l’Italia); da metà aprile la situazione si è però ribaltata.

Putin ha dovuto ammettere che il conto presentato alla Russia dalla pandemia sta diventando salatissimo: l’inadeguatezza nella preparazione della risposta al virus è diventata palese, nonostante l’apparente lentezza della diffusione e il conseguente vantaggio nella predisposizione delle misure di contenimento. Oggi la Russia, il Paese più esteso al mondo, è al secondo posto per numero dei contagi, alle spalle della nazione guidata da un altro genio della prevenzione, Donald Trump.

Mancano posti letto e attrezzature negli ospedali dei grandi centri urbani. La situazione a Mosca si è aggravata già ad aprile, con uno sciame di ambulanze in continuo movimento, che lasciano i malati ammassati nei pronto soccorso stracolmi. La più assurda tragedia si apprende leggendo degli incendi provocati negli ospedali da ventilatori respiratori difettosi, che hanno provocato la morte di diverse persone. Il paradosso è che si tratterebbe proprio di modelli simili a quelli donati ai “clienti” esteri (compresa l’Italia, che però non li avrebbe ancora utilizzati).

Lo zar in difficoltà

Col rublo che precipita da ormai un mese e i contagi che aumentano, la popolarità di Putin sta annegando nell’incompetenza e inaffidabilità dell’esecutivo da lui controllato. Ormai si parla sempre più insistentemente dei dati sull’epidemia comunicati tra marzo e aprile come di dati falsati. Il governo avrebbe mistificato i numeri sui contagi per dare al mondo un’immagine vincente della risposta al coronavirus e ottenerne un tornaconto geopolitico e finanziario, al contempo tentando di screditare i governi dei Paesi più colpiti per destabilizzarli. Su queste basi, la caduta progressiva che investe la popolarità dello zar dalla seconda metà del 2019 e che aveva messo in dubbio anche l’opportunità della riforma costituzionale da lui architettata, si sta aggravando.

Putin non ha avuto un approccio “muscolare” all’epidemia. Non ha richiesto pieni poteri, come invece hanno fatto altri leader autoritari, persino nella UE (basti pensare alla legge sui poteri straordinari che si è fatto approvare Orban in Ungheria). Semplicemente, ha fatto poco o nulla. I suoi collaboratori, tra cui molti si sono inesorabilmente contagiati (da ultimo, il portavoce), hanno ostentato ridicoli metodi preventivi, scientificamente infondati, che sono stati messi alla berlina persino dalla stampa locale (che pure è ben noto quante e quali pressioni subisca dal sistema di potere).

Lo zar si è svegliato tardi, imponendo un disastroso lockdown, e ha cercato, al contempo, di tirare fuori dal cilindro alcune soluzioni sbandierate come la più classica delle ricette miracolose: sussidi alle tante categorie a rischio, agevolazioni ed esenzioni fiscali, aiuti alle imprese. La popolarità, però, continua a scendere, così come il valore della moneta e dei titoli di Stato, messi in pericolo dal decadimento progressivo della rendita petrolifera. Il crollo del prezzo del greggio ha afflitto soprattutto Mosca, che è tra i primi Paesi produttori al mondo e, pur se esterno all’OPEC e in competizione con l’Arabia Saudita, ha partecipato alle iniziative globali per l’adozione di un calmiere dei prezzi (rivelatosi poi, come si sa, del tutto inutile).

Così, tra il referendum saltato e la parata militare per celebrare la vittoria della Seconda Guerra Mondiale annullata (con interi reggimenti, peraltro, messi in tutta fretta in quarantena a causa di diversi casi sospetti di coronavirus tra i soldati), Putin sembra non sapere bene cosa fare. È facile ipotizzare, come hanno fatto alcuni osservatori, che la crisi della pandemia potrebbe mettere in discussione la sua leadership (eventualità comunque ancora lontana) molto più di quando accaduto per altri leader autoritari o pseudo tali (come Trump).

Questo accade perché il sistema – Paese della Russia si scopre improvvisamente fragile: non è difficile imputare tali carenze all’uomo che ha tenuto in pugno la Russia per vent’anni e, a quanto pare, non è stato capace di prepararla a un evento dirompente come la pandemia.

Nei Paesi democratici, dove è molto più facile dividere le colpe tra partiti avvicendatisi al potere secondo la logica di alternanza, nonostante le deficienze rivelate dai sistemi sanitari le ripercussioni della pandemia sulla legittimità del potere sono state mediamente positive. Le limitazioni della libertà individuale a scopo preventivo sono state accettate, finché è parso necessario, in vista di un fine comune; in alcuni contesti, come l’Italia, il becero sovranismo ha persino perso consensi. In un regime autoritario e liberticida come quello russo, viceversa, dove al Capo si attribuiscono tutti i meriti e si affidano tutte le speranze, una crisi pandemica mal gestita può rendere impossibile, potenzialmente, il controllo del malcontento nei confronti dei vertici.

Domande senza risposta

Quello che potrebbe succedere nella Russia (ancora?) di Putin è proprio la diffusione di un’insofferenza generalizzata nei confronti del leader, iperattivo e risolutore fino a ieri, ma rivelatosi né l’uno né l’altro alla prova del virus. Com’è possibile che gli ospedali non abbiano posti sufficienti per tutti, se lo zar propaganda Mosca come super-potenza mondiale? Com’è possibile che la Cina, cui pure la Russia ha offerto aiuti in denaro e logistica, si sia ripresa con apparente facilità, mentre Mosca va in controtendenza sulla scala dei contagi? Perché, se prima si sbandierava una delirante “immunità genetica di popolo”, ora il presidente ha finito per avvertire la nazione di prepararsi a tutti gli scenari, anche i più devastanti, come un “Boris Johnson” qualunque? A quale scopo i russi hanno chiuso i loro occhi in tutti questi anni, fingendo di soprassedere su corruzione, diseguaglianza sociale e povertà irrisolta, se poi la gente muore per carenza assoluta dei servizi essenziali?

Queste domande sono destinate a rimanere senza risposta. O meglio, una risposta non è necessaria quando parlano i fatti. I medici che, già in tempi non sospetti, hanno messo in dubbio i dati ufficiali sono stati arrestati. I sondaggi sono impietosi: come riporta l’Huffington Post, i russi hanno perso fiducia in Putin, ma non saprebbero su chi contare in alternativa. Insomma, i cittadini non chiedono la testa dello zar solo perché non saprebbero con chi rimpiazzarlo. Non potrebbe essere più chiaro il fallimento di un’intera generazione di corrotta burocrazia e partitocrazia monocolore, che di fronte alle difficoltà del suo capofila non sa come rigenerarsi né quali alternative proporre.

L’opposizione, dal canto suo, ridotta al silenzio e con l’impossibilità di organizzare manifestazioni e dimostrazioni pubbliche (già molto diradate negli anni, figurarsi ora, col rischio contagio), nemmeno può mobilitare l’opinione pubblica, agendo solo davanti ai computer. Le periferie industriali e le campagne arretrate, da sempre contesti incapaci di esprimere un peso politico sostanziale e determinante sui grandi processi decisionali, oggi sono ancora più a rischio di emarginazione, ingestibili dal punto di vista dell’emergenza sanitaria.

Difficile dire se e quando lo zar pagherà la sua inettitudine finalmente rivelata, ora che un virus microscopico ha fatto cadere la grande maschera dell’autoritarismo. Tuttavia, è certo che la pandemia propone un Putin triste y solitario. Chissà se, per la prima volta, è anche un po’ più final.

Ludovico Maremonti

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