
C’è tutta una narrazione dominante che la società compie nel trattare tematiche come la salute mentale; c’è poi la realtà pragmatica, quella vissuta dai pazienti e dai loro familiari nonché dai professionisti del settore, che invece resta all’ombra per una questione di necessità sociale affinché non si corra il rischio di evadere dall’assuefazione a cui costringe la politica mondiale.
La salute mentale è politica
L’ultimo libro dello psichiatra Piero Cipriano – “La salute mentale è politica” – risulta un ottimo punto di partenza per infilarsi e depotenziare la narrazione dominante che ancora si compie rispetto alla salute mentale. È una salute mentale che esce indebolita, vive un tempo che abdica come ogni aspetto appartenente alla società, a una logica di mercato, il dominus per eccellenza a cui bisogna obbedire, sottomettersi, restano i valori economici dei sistemi neoliberali, la forma mentis volta alla produzione e alla ottimizzazione, una saluta mentale snaturata della sua funzione comunitaria, a cui viene sottratta la propria identità, lo scopo per cui ha origine.
Non vi è alcun settore delle attuali società neoliberiste che non sia costretto a direzionare la propria attività al fine ultimo della produzione; la stessa psichiatria è stata addomesticata alle seguenti logiche mediante l’utilizzo di strumenti contenitivi chimici ovvero l’avvento e abuso degli psicofarmaci: una volta superata la logica contenitiva dello spazio fisico, oggi la garanzia della produttività risiede negli psicofarmaci, i quali sedano, spengono il sintomo, ma devono garantire al cittadino di potere tornare in società per rientrare nel meccanismo produttivo volto alla prestazione, all’ottimizzazione. L’essere umano si invaghisce di questa “cultura positiva” che soddisfa, alimenta una gratificazione immediata, colonizza l’Io che si auto – aggredisce per conformarsi allo scopo alto delle società neoliberiste affinché non ci si senta esclusi, ma si viva mediante il meccanismo subdolo della gratificazione competitiva che passa per condotte sacrificanti, a uno pseudo senso di appartenenza.
Anche i servizi pubblici della salute mentale sono complici, sono collaborativi e danno continuità a questa mentalità insana della logica capitalistica. È un ossimoro per eccellenza pensare e verificare che i servizi di salute mentale debbano rispondere a delle logiche di mercato, annientando il proprio sacrum facere per aderire talvolta, anche inconsapevolmente, a finalità economiche che non dovrebbero investire la salute mentale, i sanitari e tutti i professionisti che si occupano del seguente settore. L’Italia è diventato il Paese in cui il disturbo mentale è relegato al singolo, alla sua individualità, siamo la società in cui il dolore non è più capace di narrarsi, di diventare logos, è stato sottratto il tempo al dolore necessario al potersi pensare, analizzare. La risposta immediata non investe la dialettica umana, l’incontro, oggi il dolore viene affrontato in una forma di autoimposizione in cui si deve solo spegnere l’interruttore, disconnettersi per certi aspetti da ogni richiamo funzionale, sano, che può rimandare una sofferenza innescata da un evento. Il sintomo perde il suo scopo, perde la sua funzione di opportunità evolutiva. Non è più un messaggero.
La salute mentale è politica, e oggi più che mai necessita della partecipazione di ciascuno; è importante che la salute mentale prenda ispirazione dallo spirito comunitario con cui gli indigeni si prendono cura l’uno dell’altra in una dimensione collettiva, in cui la cura diventa un processo che implica facoltà nobili dell’essere umano: capacità empatiche, sentimenti di compassione che permettono di sentire l’altro, di sostenere quest’ultimo nel suo processo di cura che non necessariamente deve sfociare nella guarigione. Può accadere che per delle malattie non ci sia una guarigione, ma ciò che conta è la cura con cui si affronta l’enigmatico percorso di guarigione, per cui non conta la destinazione ma la persona che si siede vicino durante il viaggio. Ci troviamo dinnanzi a una salute mentale, a una psichiatria, che espelle in realtà l’Altro, conformandolo all’Uguale dominante in cui non c’è spazio per le differenze, dove tutto ciò che risulta “deviante” è soggetto a controllo sociale ed è costretto a rientrare secondo dei criteri di normalità.
Ripensare alla cura
C’è innanzitutto da immaginare, in seguito costruire e strutturare, una salute mentale che non sia semplicisticamente relegata allo spazio di strutture chiuse come i Centri di Salute Mentale o, per i casi di acuzie psichiatriche, come i Servizi di Diagnosi e Cura. Sarebbe interessante acquisire la cultura giapponese del “shinrin – yoku” o silvoterapia, volta alla promozione e prevenzione della salute: la possibilità di immergersi nella natura incontaminata, una immersione nella foresta che non si riduce a un automatismo del passeggiare ma un immergersi consapevolmente nella natura adottando tutti i sensi per ristabilire un contatto, una relazione profonda con l’ambiente forestale. Difatti questo strumento terapeutico giapponese ha mostrato che in questo modo avviene una riduzione del cortisolo, l’ormone dello stress, e quindi avviene un miglioramento dell’umore, delle capacità di concentrazione, si rinforza il sistema immunitario attraverso delle sostanze aromatiche che vengono rilasciate dagli alberi, e che favoriscono uno stato di calma e di benessere interiore che altrove non si riesce più a sperimentare o trovare.
Sarebbe interessante rendere la salute mentale politica anche in questa prospettiva, scoprendo e sperimentando nuovi setting terapeutici che potrebbero facilitare il processo di cura/guarigione, superando la cronicizzazione di approcci terapeutici contenitivi, individualistici, che sintetizzano la cura mediante un movimento regolare dell’autosomministrarsi gocce e pillole. Dare maggiore spazio a tecniche come il Dialogo Aperto, un approccio relazionale che nasce in Lapponia basato su una relazione sì con il sintomo, ma anche con tutto il contesto relazionale familiare e sociale della persona, rimandando al paziente che il sintomo non è una colpa, è innanzitutto una opportunità per il sistema famiglia, ma soprattutto che l’eziologia può avere origine nelle sue relazioni disfunzionali che abita quotidianamente; quindi, una assenza di benessere psicologico che ha origine dalle relazioni significative, e una cura che riparta dalle relazioni significative del paziente, indebolendo la tesi biologica/biomedica del “cervello rotto” alla base di una manifestazione psicopatologica, adottata della psichiatria di establishment.
Rivoluzionare i Centri di Salute Mentale, rendere questi spazi abitabili e non luoghi di sofferenza contenitiva, con sbarre alla finestra, guardie giurate all’entrata, rendere i CSM delle case della salute mentale, magari pensarle vicino alla natura secondo per l’appunto la cultura giapponese, tornare alla natura, alla cura inattesa e miracolosa, a quella potenza di cui è dotata e di cui noi umani, la scienza soprattutto, abbiamo timore in quanto imprevedibile e dunque ingovernabile. Ripensare i CSM significa ripensare gli strumenti con cui interviene: abbandonare l’intervento semplicistico del farmaco e della psicoterapia. Spegnere il sintomo portatore di un messaggio interiore significa perdere la possibilità di comprendere quello che accade nella persona; reinventare i CSM porta a mettere in discussione un sistema operativo che attualmente risulta inefficace, fallibile. Bisognerebbe tornare al pensiero che si confronta con l’altrui pensiero per strutturare, partorire, una terapia che possa dare risposte ai bisogni delle persone. Se ad oggi si ritiene, grazie a nuove ricerche, che la depressione non è più spiegabile né trattabile come un problema biochimico, significa che finalmente si è giunti a un altro step, in cui la patologia della nostra epoca necessita di un approccio integrato, critico e umano che vada a considerare traumi, relazioni, contesti sociali nonché i significati relazionali; non vi è alcuna prova solida collegabile ai bassi livelli di serotonina alla depressione, le evidenze sono deboli, incoerenti e influenzate dai farmaci, mentre alcune prove hanno dimostrato che l’uso di antidepressivi a lungo termine può ridurre la concentrazione di serotonina (ormone del buon umore).
C’è questa volontà di spostare la sofferenza psichiatrica solamente su elementi individuali. Richiamando Mark Fisher, oggi occorre politicizzare il disagio mentale, ricominciare da una nuova lotta di classe che metta da parte i vecchi fantasmi soffermandosi sulla salute mentale come lotta politica; per il capitalismo la malattia mentale in una visione individuale e biochimica è un vantaggio: si colpevolizza la persona del suo problema, come se avesse un cervello rotto o fosse colpa di uno squilibrio chimico del cervello, e poi lo stesso capitalismo crea un mercato redditizio per le multinazionali farmaceutiche che con i loro prodotti, ovvero gli psicofarmaci, curano coloro che ammalano. Forte è la necessità che nasca e si strutturi un nuovo soggetto politico, la lunga e tenebrosa notte della fine della storia va presa come un’opportunità enorme”, disse Mark Fisher.
Bruna Di Dio















































