Negli ultimi anni, il mondo del lavoro si è trasformato in modo radicale. Gig economy, smart working, automazione e digitalizzazione hanno ridefinito ruoli, spazi e identità. Ma il nodo centrale, messo a nudo da David Graeber, antropologo, attivista e scrittore statunitense, è che sempre più persone trascorrono le proprie vite in lavori senza senso, in attività percepite come inutili, mentre i bisogni sociali restano insoddisfatti.
Dal debito ai lavori senza senso: la traiettoria di David Graeber
David Graeber non si è mai collocato entro i confini di un’antropologia tipicamente evoluzionistica: ha rifiutato sia la riduzione delle società non occidentali a oggetti di rappresentazione esotizzante, sia la riproduzione di categorie che ne collocano l’esperienza in una posizione di alterità subordinata. La sua etnografia ha sempre scelto come campo d’analisi privilegiato le pieghe più opache della modernità capitalistica: il debito come tecnologia di controllo sociale (Debito. I primi 5000 anni), la burocrazia come meccanismo di dominio delle élite (Burocrazia), i rituali e le convenzioni che reggono la democrazia (Progetto democrazia).
Anarchico dichiarato, ma con una costellazione teorica che spazia da Max Weber a Gabriel Tarde, fino a un Marx citato con cautela, Graeber non ha mai separato il suo impegno politico dalla riflessione scientifica. Non a caso, è stato una presenza costante nei movimenti no-global e in Occupy Wall Street, dove la celebre distinzione tra il 99% e l’1% trovò una delle sue formulazioni più efficaci.
È in questo solco che nel 2013, rispondendo alla richiesta della rivista Strike di scrivere un saggio sulla precarietà e la scomparsa della classe operaia, Graeber compie uno scarto inatteso. Non parla tanto di disoccupazione o di automazione, ma dell’infelicità cronica generata dal lavoro, e più nello specifico dai lavori senza senso, percepiti come inutili. Da qui la folgorante distinzione tra i bullshit jobs, espressione traducibile in italiano con “lavori del c*zzo“, e gli shit jobs, i cosiddetti “lavori di merda“: i primi sono impieghi che non dovrebbero nemmeno esistere, burocratici e manageriali, privi di senso sociale; i secondi sono invece lavori duri, utili, ma sottopagati e precari. Due categorie distinte, che però insieme mostrano le contraddizioni del capitalismo contemporaneo. Graeber parla dei primi come:
«Una forma di lavoro che persino chi lo svolge riconosce essere privo di senso, inutile o dannoso. Lavori che, se scomparissero domani, nessuno rimpiangerebbe, anzi, il mondo ne trarrebbe beneficio».
L’articolo di Graeber, Sul fenomeno dei lavori del c*zzo, parte da un classico della riflessione economica, il pamphlet di John Maynard Keynes del 1930, Prospettive economiche per i nostri nipoti. Keynes, proiettandosi sul lungo periodo, immaginava che la tecnologia avrebbe ridotto drasticamente le ore lavorative nei Paesi più sviluppati. Oggi, scrive Graeber, le condizioni tecnologiche ci sono tutte. Eppure, non è successo nulla del genere: il progresso ha trovato il modo di far lavorare tutti di più.
Così, nelle economie avanzate — Europa occidentale, Nord America — milioni di persone passano «l’intera vita lavorativa a svolgere compiti che in cuor loro sanno non dovrebbero essere svolti». Il danno morale è enorme, una «cicatrice che segna la nostra anima collettiva», di cui però praticamente nessuno parla. Negli ultimi decenni, come Keynes aveva previsto, i lavori produttivi di beni reali sono diminuiti grazie all’automazione. Ma, nello stesso tempo, è esplosa la galassia dei servizi: finanza, risorse umane, relazioni pubbliche, telemarketing e le cosiddette attività ausiliarie. Si tratta, però, perlopiù di mansioni vuote, senza scopo, create per tenere occupati i lavoratori obbligati a eseguirle.
Tutto ciò appare un paradosso: la logica capitalista non dovrebbe giustificare lo spreco di denaro per impieghi inutili. E invece succede. Burocrazia gonfiata, procedure infinite, report: tutti strumenti per mantenere in piedi un sistema che non ha più bisogno di quella forza lavoro, ma la impone comunque. Per Graeber, la spiegazione non è economica, ma politica. Dopo la Seconda guerra mondiale, gli establishment dominanti hanno compreso che una popolazione produttiva e felice, con tempo libero, sarebbe stata un pericolo. Gli anni Sessanta lo avevano già dimostrato. La soluzione? Diffondere l’idea che il lavoro sia un valore in sé, e che chi non si piega alla disciplina quotidiana non meriti nulla.
Da qui, la proliferazione dei lavori senza senso: posti creati non per produrre ricchezza reale, ma per occupare le persone, comprimere il tempo libero e mantenere ordine sociale. Una nicchia sociale dove si annida una violenza silenziosa: la dignità dei lavoratori calpestata, le mansioni prive di senso, il risentimento crescente. Per Graeber, il risultato è una «profonda rabbia», che può avere conseguenze gravissime sull’intero tessuto sociale. Anche senza statistiche precise, le testimonianze raccolte sul campo e l’ampio riscontro ottenuto dall’articolo su Strike! confermano che la diagnosi è fondata: i lavori del c*zzo non sono un accidente, ma una scelta deliberata del sistema.
Il saggio ebbe diffusione virale. Centinaia di persone scrissero all’autore per raccontare le proprie esperienze. Quelle testimonianze divennero la base di una ricerca etnografica culminata nel volume Bullshit Jobs (2018), un’inchiesta che ha ridefinito il modo di pensare il lavoro impiegatizio e manageriale nel capitalismo contemporaneo.
Feudalesimo aziendale e soggettività precaria nei bullshit jobs
La prima chiave di lettura della ricerca investe le caratteristiche del lavoro manageriale, all’interno di una struttura gerarchica di tipo feudale. Una piramide dove i rapporti sono legati da relazioni vis-à-vis e da un complesso flusso di procedure che definiscono e valutano il lavoro dei sottoposti. Graeber parla di un feudalesimo manageriale, dove ricatto del licenziamento, fedeltà al superiore e accettazione silenziosa delle procedure sono le premesse dalla stabilità aziendale. Anzi, è proprio la stabilità aziendale, la sua possibilità di riprodursi come organizzazione, la missione del lavoro dei colletti bianchi.
Secondo Graeber, gran parte del lavoro manageriale e impiegatizio non ha alcuna reale funzione produttiva. Si tratta di lavori senza senso che non creano valore sociale, ma servono a mantenere in piedi gerarchie e rituali organizzativi. Una burocrazia estesa, fatta di email, report, riunioni, caselle da spuntare. «La maggior parte delle persone trascorre il proprio tempo fingendo di lavorare», osserva Graeber, «producendo rapporti, compilando moduli o partecipando a riunioni che non conducono a nulla. Attività che tutti riconoscono come inutili, ma che diventano il cuore stesso dell’organizzazione».
In questo quadro, Graeber riconosce alcune figure emblematiche:
- gli sgherri, guardiani del potere del capo;
- i ricucitori, chiamati a riparare danni prodotti da altri lavori inutili;
- gli sbarracaselle, dediti a compilare tabelle e moduli;
- i supervisori, che controllano il lavoro di chi non avrebbe bisogno di essere controllato.
Queste tipologie, a metà tra la caricatura e la sociologia, mostrano quanto la burocrazia contemporanea sia meno un apparato razionale weberiano e più una macchina di consenso, dove «l’essenziale non è fare, ma dimostrare di stare al proprio posto».
La conseguenza è la nascita di una soggettività precaria. Non solo per la condizione contrattuale, ma soprattutto per la precarietà esistenziale e simbolica: un lavoratore costretto a impegnare energie fisiche e psichiche in lavori senza senso, in attività percepite come inutili, senza riconoscimento sociale. Pierre Bourdieu offre qui una chiave utile: il capitale simbolico ed economico definisce cosa è considerato lavoro legittimo. Così, molti impieghi manageriali generano ricchezza per l’organizzazione ma riducono la dignità percepita di chi li svolge, alimentando stress e alienazione.
L’arrivo della digitalizzazione e della gig economy ha accentuato questa dinamica. Lavorare oggi significa spesso rispondere a un continuo succedersi di micro-task monitorato da algoritmi, valutato da rating, distribuito da piattaforme. Lo spazio domestico si è fuso con quello produttivo: la casa come ufficio, sala riunioni, hub sociale mediato da schermi. La città stessa si riconfigura secondo logiche di controllo e sorveglianza, mentre il lavoro si disperde in coreografie invisibili che attraversano server e piattaforme. Come nota Appadurai, la globalizzazione rende il lavoro fluido e frammentato, soggetto a valutazioni performative che trascendono i confini locali. Il risultato è un’identità lavorativa instabile, negoziata quotidianamente tra aspettative culturali, algoritmi e necessità di sopravvivenza.
Precarietà e infelicità cronica
La distinzione introdotta da Graeber tra «lavori di merda» e «lavori del c*zzo» aiuta a illuminare questa complessità. I primi sono gli impieghi usuranti, precari, sottopagati e intermittenti, con un’utilità sociale evidente ma caratterizzati da condizioni di lavoro spesso umilianti. I secondi sono, invece, gli impieghi manageriali e burocratici che non contribuiscono direttamente alla società, ma servono alla stabilità organizzativa e al consenso. Entrambe le categorie generano infelicità, ma in modi differenti: i primi perché degradanti, i secondi perché privi di senso. Le testimonianze raccolte da Graeber sono illuminanti:
«Il mio lavoro consiste nel convincere persone che non vogliono un nuovo contratto telefonico ad accettarne uno. Nessuno lo desidera, io non lo desidero, ma devo convincerli comunque. Quando ci riesco, non provo soddisfazione: so di avere solo peggiorato la vita di qualcuno».
Oppure:
«Passo l’80% del tempo a scrivere report che nessuno legge. Quando chiedo a cosa servano, mi dicono: ‘servono a dimostrare che il dipartimento funziona’. Ma se non servono a niente, non è già la dimostrazione che non funziona?».
Queste voci mostrano la quotidiana contraddizione di milioni di lavoratori, pagati per sopravvivere ma costretti a dedicare le proprie energie a lavori senza senso che riconoscono come inutili. Alcuni scelgono di rinunciare a salari dignitosi per intraprendere attività socialmente utili ma meno retribuite: insegnanti, infermieri, contadini, sviluppatori di software open source.
Il paradosso è che proprio la diffusione di questi lavori inutili ha effetti politici. Come sottolinea Graeber, lo sfogo dei lavoratori sui social – sotto forma di meme, confessioni, discussioni anonime – raramente produce autorganizzazione o sindacalizzazione. Piuttosto alimenta risentimento, rabbia e sfiducia. Elementi che spiegano la crescita di movimenti populisti e xenofobi, soprattutto nei contesti in cui la retorica dominante continua a celebrare la «classe creativa» e i «knowledge workers», ignorando la realtà di milioni di occupazioni prive di senso.
Emblematico è il riferimento a Barack Obama, riportato da Graeber. L’ex presidente spiegò che la riforma sanitaria aveva incontrato resistenze perché «milioni di persone nelle compagnie assicurative private avrebbero perso il lavoro». In altre parole, era politicamente più accettabile mantenere in vita milioni di impieghi inutili e un sistema sanitario penalizzante, piuttosto che immaginare un nuovo New Deal fondato su lavori socialmente utili. Analogamente, la condizione di vulnerabilità che investe tantissime occupazioni che, seppure indispensabili, non godono di alcun tipo di tutela, ha segnato particolarmente il dibattito pubblico italiano degli ultimi anni. I contratti atipici, la frammentazione occupazionale, la condizione lavorativa precaria e l’erosione delle tutele hanno reso la vita lavorativa un terreno instabile, in cui il rischio di infortuni e malattie si intreccia a una costante incertezza sul futuro. Parlare di lavoro oggi significa inevitabilmente confrontarsi con l’esperienza diffusa di chi opera in contesti marginali, spesso ai limiti della sicurezza. La morte sul lavoro, in questo quadro, non appare come una tragica eccezione, bensì come l’esito più estremo di un assetto che combina precarietà e sfruttamento. Parlare di “incidenti” significa occultare il carattere strutturale di questa esposizione al rischio, che colpisce in modo diseguale secondo classe sociale, status contrattuale e cittadinanza. La precarietà è un regime di vulnerabilità esistenziale che spinge ad accettare condizioni dannose per la salute e la vita stessa.
Ogni morte sul lavoro ci riporta dunque a un orizzonte più ampio, ossia quello di una società che considera sacrificabili alcuni corpi in nome dell’efficienza e del profitto. Riconoscere questa dimensione significa interrogare l’intero assetto delle relazioni economiche e politiche, mettendo al centro la tensione irrisolta tra il valore della vita e il valore dell’accumulazione.
Ecco allora il nodo: la precarietà del lavoro contemporaneo non è solo economica, ma simbolica e politica. Alimenta una infelicità cronica che diventa terreno fertile per populismi e narrazioni identitarie, mentre dissolve i legami collettivi che in passato permettevano forme di resistenza organizzata.
Uscire dalla gabbia: reddito universale e lavori socialmente utili
Cosa fare di fronte a questa crisi di senso? Graeber non propone scorciatoie. La sua analisi richiama antiche discussioni sulla teoria del valore-lavoro, da Adam Smith a Ricardo, da Proudhon a Marx, ma senza aderire dogmaticamente a nessuna di esse. In una prospettiva anarchica, Graeber preferisce sottolineare l’importanza di analizzare come le società distribuiscano i compiti e le responsabilità, valorizzando in particolare le attività socialmente utili spesso ignorate o deprezzate dai sistemi gerarchici ed economici dominanti.
Una delle sue proposte principali è l’introduzione di un reddito minimo universale, non come sussidio vincolato, ma come base per liberare i lavoratori dalla trappola dei lavori senza senso. «Se le persone potessero scegliere liberamente come spendere il proprio tempo», scrive, «pochissimi sceglierebbero di compilare moduli o convincere sconosciuti a sottoscrivere contratti indesiderati. La maggior parte si dedicherebbe ad attività che hanno un senso sociale». Il reddito universale non è privo di rischi: potrebbe rafforzare il controllo statale o riprodurre nuove forme di dipendenza. Ma per Graeber è una condizione necessaria per aprire spazi di creatività e sperimentazione collettiva. Non basta redistribuire reddito: occorre ripensare la funzione stessa del lavoro, distinguendo tra ciò che è utile alla società e ciò che serve solo a mantenere in vita gerarchie aziendali. In questo senso, il movimento Occupy Wall Street rimane un punto di riferimento. Non come nostalgico ritorno al passato, ma come simbolo della consapevolezza che il conflitto fondamentale oppone l’1% che accumula ricchezza al 99% che produce e subisce. La sfida è costruire nuove forme di solidarietà, capaci di trasformare la precarietà in terreno di resistenza.
Il futuro del lavoro dipenderà allora dalla capacità di immaginare attività socialmente utili, autogestite e liberate dalla necessità salariale. L’automazione e la digitalizzazione potrebbero rendere possibile questa trasformazione, se accompagnate da un reddito di base e da un ripensamento radicale della produzione. Altrimenti, rischiano solo di moltiplicare i “lavori del c*zzo” e di rafforzare il feudalesimo manageriale. La questione non è più solo economica, ma ontologica: riguarda il senso stesso del lavoro e la soggettività dei lavoratori. Oggi, come ieri, il lavoro resta terreno di controllo sociale, negoziazione identitaria e precarietà diffusa. Riconoscerne le contraddizioni strutturali è il primo passo per costruire un presente e un futuro di liberazione.
Mena Trotta















































