
Questo è un anno speciale per la redazione di Libero Pensiero. Festeggiamo il nostro decimo anniversario e volgiamo lo sguardo a un decennio che ha cambiato per sempre il modo in cui viviamo la musica. Nel 2015, lo streaming era ancora un fenomeno emergente, un “futuro” che si intravedeva all’orizzonte. Nel periodo attuale la rivoluzione è completa e irreversibile. La musica, un elemento costante tra le generazioni, ha visto il suo modello di fruizione stravolto, passando dal supporto fisico a un ecosistema totalmente digitale.
Dieci anni or sono, i formati fisici come i CD resistevano ancora, sebbene in forte calo. Al giorno d’oggi, i metodi di ascolto tradizionali sono stati soppiantati quasi del tutto dallo streaming, che è diventato il metodo principale per fruire la musica. Questo ha cambiato i parametri del successo. Quando Libero Pensiero muoveva i suoi primi passi, si celebravano ancora le vendite degli album certificati Oro o Platino. Ai giorni nostri, il successo di un artista si misura in miliardi di ascolti sulle principali piattaforme digitali, in follower e interazioni sui social network.
L’ascesa degli artisti italiani nell’era dello streaming: un prima e un dopo
Questa rivoluzione ha dato vita a una nuova generazione di artisti che, proprio a partire dal 2015, hanno scalato le classifiche e raggiunto un successo senza precedenti. Nomi come Sfera Ebbasta, Salmo e Guè hanno dominato la scena hip-hop e trap, sfruttando lo streaming per diffondere la loro musica e costruire una solida base di fan. Altri artisti, come Blanco, Sangiovanni e Madame, sono emersi grazie alla loro capacità di creare brani che diventano virali su piattaforme come TikTok e Spotify, dimostrando che il talento, unito alla giusta strategia digitale, può superare i canali tradizionali. Non possiamo dimenticare il fenomeno dei Måneskin, che con la loro vittoria all’Eurovision nel 2021 e l’enorme successo su piattaforme globali hanno portato il rock italiano a un pubblico internazionale,un traguardo impensabile solo un decennio fa, quando la visibilità era ancora fortemente legata ai canali mediatici tradizionali.

Spotify, un decennio di dominio incontrastato
Piattaforme come Apple Music, Deezer, Amazon Music, YouTube Music e soprattutto Spotify hanno cambiato la concezione della musica. Il colosso svedese, fondato nel 2006, quest’anno (2025) ha riportato ricavi che superano i 15 miliardi di euro e un numero di utenti attivi mensili che ha superato i 500 milioni, di cui oltre 220 milioni abbonati. Nel 2015, Spotify contava circa 75 milioni di utenti attivi e 20 milioni di abbonati, numeri già impressionanti ma che impallidiscono di fronte alla crescita degli ultimi anni.
Il successo di Spotify è dovuto alla sua estrema praticità: è sufficiente scaricare l’app e creare il proprio account per avere a disposizione milioni di brani. L’utilizzo è facile e immediato. Inoltre, è possibile creare playlist, scoprire nuova musica e condividere i propri gusti musicali con gli amici.
L’industria musicale si rialza, ma con nuove prospettive
Lo streaming ha risollevato e rivoluzionato il mercato musicale. Se nel 2015 si parlava di un’industria in forte crisi, con ricavi quasi dimezzati rispetto al picco del 1999, oggigiorno assistiamo a una rinascita. Stando ai dati pubblicati dall’IFPI (Federazione Internazionale dei Discografici), le entrate globali dell’industria musicale nel 2024 hanno superato i 28 miliardi di dollari, con lo streaming che rappresenta la stragrande maggioranza dei ricavi. La pirateria, che all’epoca era un problema gigantesco, è quasi scomparsa, debellata dal servizio gratuito offerto da Spotify e altri competitor.
Non siamo ancora ai livelli dello scorso millennio, ma l’industria si sta risollevando in modo significativo. Secondo a quanto emerge dai rapporti della FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana), nel 2015, il digitale rappresentava circa il 45% dei ricavi in Italia, mentre il 55% era ancora legato al supporto fisico. Nel 2025, lo streaming musicale rappresenta quasi il 90% dei ricavi dell’industria musicale italiana. Negli Stati Uniti, gli introiti dovuti alla vendita dei CD sono quasi del tutto scomparsi, con una flessione superiore all’80% rispetto a dieci anni fa. Solo il vinile ha visto una rinascita, pur rimanendo un mercato di nicchia.
La mercificazione e la scomparsa del supporto fisico
La forte ascesa di Spotify ha avuto un impatto diretto sulle vendite dei supporti fisici. Daniel Ek, CEO di Spotify, ha dichiarato in molte interviste che parte dei profitti generati dalla sua azienda vengono devoluti alle case discografiche. Tuttavia, l’esistenza di un vasto numero di utenti che usufruiscono dei servizi utilizzando un account gratuito genera scarsissimi guadagni per gli artisti e le etichette, nonostante la pubblicità.
A danneggiare ulteriormente l’industria del disco è il fatto che i produttori di stereo, computer e macbook hanno completamente eliminato i lettori CD incorporati. Il formato fisico sembrerebbe destinato a scomparire: un’ulteriore testimonianza del fenomeno è la crisi dei negozi di dischi, molti dei quali hanno chiuso i battenti negli ultimi anni. Dieci anni fa, sebbene in difficoltà, molti di questi negozi resistevano ancora, offrendo un’esperienza d’acquisto e di scoperta della musica che oggi è quasi del tutto scomparsa.
Un altro problema dovuto al radicamento della cultura della gratuità è il cambiamento della concezione della musica stessa da parte dell’ascoltatore. Un album, frutto del duro e dispendioso lavoro di un musicista, prima supportato con l’acquisto e un attento ascolto dell’opera, ora viene ridotto a un semplice click. Il prodotto artistico perde di valore riducendosi a merce di consumo: siamo di fronte alla massima espressione del paradigma denominato “industria culturale”, descritto da Adorno e Horkheimer nella loro “Dialettica dell’Illuminismo“.
Anche le nuove leve di musicisti sembrerebbero essersi adagiate nella dimensione attuale del consumo musicale. Mentre nel 2015 c’era ancora l’ambizione di produrre un album completo e coerente, oggidì il focus si è spostato sulla produzione di singoli brani o “tormentoni” estivi, che possono diventare virali su TikTok e generare introiti attraverso le piattaforme stesse.
Sembrerebbe che ormai la musica altro non sia che un prodotto di massa e che le parti in causa ne stiano approfittando. La mercificazione della scena musicale si sta sempre più concretizzando: il principale imputato sarà pure Spotify, ma c’è indubbiamente da dire che senza l’aiuto dei suoi fidati complici, come l’algoritmo di raccomandazione e il marketing virale sui social, tutto questo non sarebbe stato di certo possibile.
Vincenzo Nicoletti















































