Dopo circa trent’anni di tregua il Governo nipponico ha annunciato la ripresa della caccia alla balene per fini commerciali. A partire del 30 giugno 2019 il Giappone si ritirerà ufficialmente dalla International Whaling Commission (IWC), potendo così riprendere le attività di pesca ai cetacei nelle acque territoriali e nella zona economica esclusiva del paese.

La Commissione Baleniera Internazionale è un organo fondato nel 1946 per garantire la preservazione dei cetacei e di conseguenza degli oceani. Il Giappone, entrato a fare parte dell’organizzazione nel 1951, ha aderito nel 1982 alla moratoria della pesca commerciale indetta dall’IWC e in vigore dal 1986.

Cinque anni dopo la ratifica del trattato internazionale in questione il Governo di Tokio ha avviato legalmente la caccia alle balene denominando la propria attività “ricerca scientifica” (la IWC consente la pesca in qualsiasi numero di esemplari per ragioni scientifiche o di sussistenza). Da allora i giapponesi, non tenendo per nulla in conto che la specie è tuttora a rischio estinzione, hanno sterminato più di 6000 balene riducendone di gran lunga il numero.

Perché il destino delle balene è fondamentale per tutti

La comunità internazionale e le ONG ambientaliste hanno condannato la decisione del Sol Levante definendola come estremamente negativa e giudicando l’attività della caccia alla balena obsoleta e per nulla necessaria. Tra le associazioni che hanno espresso il loro pieno dissenso spicca Greenpeace, impegnata da sempre nella difesa dei mari e degli oceani. Gli attivisti dell’associazione hanno solcato le acque di tutto il globo con le loro navi per fermare le baleniere e proteggere gli ecosistemi marini.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare il Direttore delle Campagne di Greenpeace Italia Alessandro Giannì con cui abbiamo discusso della recente decisione intrapresa dal Governo nipponico, dell’importanza di salvaguardare gli ecosistemi marini e delle misure che possono essere intraprese in tal senso. Di seguito l’intervista completa:

Come giudicate la decisione del Governo nipponico di riprendere la caccia alle balene a fini commerciali? A vostro parere quali sono le motivazioni che hanno spinto i giapponesi ad agire in tal senso?

«Il Giappone ha annunciato che rinuncerà alla caccia alle balene in Antartide e che, uscendo dalla Commissione Baleniera Internazionale (IWC), definirà quote di caccia nelle proprie acque territoriali e nella sua zona economica esclusiva. Se per le balene dell’Artico questa è una buona notizia, il ritiro del Giappone da un organismo internazionale come l’IWC è un atto grave che deve avere ripercussioni diplomatiche immediate. Evidentemente nel paese nipponico gli interessi di una piccola lobby continuano a prevalere su quello generale dei cittadini. Il consumo di carne di balena in Giappone è trascurabile e tutte le attività di caccia baleniera, travestite da ricerca scientifica, sono di fatto sostenute da sussidi statali la cui entità spesso è ignota ai contribuenti giapponesi.»

Secondo i recenti studi del ricercatore Stephen Nicol il ferro contenuto nelle feci delle balene incide fortemente sul corretto funzionamento degli ecosistemi marini. Potreste gentilmente spiegarci come la tutela delle balene può contribuire a salvaguardare gli oceani e più in generale come ogni organismo sia di vitale importanza per l’ambiente ad esso circostante?

«Gli ecosistemi, e in particolare gli ecosistemi marini, sono reti integrate di flussi di materia ed energia. Ogni organismo svolge spesso più di un ruolo in questa sequenza di relazioni e grandi organismi come le balene hanno effetti molteplici, spesso in scala non locale. Molte specie di cetacei sono infatti altamente migratrici e “legano” in questo modo organismi spesso assai distanti. Ma oltre a questo, le balene, come tutti gli organismi apicali (al vertice di reti trofiche) sono anche un fenomenale indicatore dello stato di salute degli oceani. Le balene oggi non sono minacciate solo dalla caccia baleniera: grazie a fattori come l’inquinamento e il cambiamento climatico questi grandi organismi oggi sono in pericolo. La tutela delle balene è, quindi, la tutela dell’ecosistema marino nel suo complesso. Per questo Greenpeace ritiene che la IWC deve trasformarsi oggi da una commissione baleniera (che, in pratica, definisce quante balene possono essere uccise) a una commissione per le balene con l’obiettivo di concordare in scala globale come difendere le balene e gli oceani che le ospitano e difendere noi con loro.»

 I cetacei non sono un caso isolato: il 2018 è stato un anno drastico per molti animali tra cui l’aringa del Baltico e l’orango di Tapanuli. I numeri sono da capogiro: dal 1970 ad oggi le attività antropiche hanno determinato il calo di circa il 58% delle popolazioni di vertebrati. In che modo la piaga dell’estinzione rende più labili i sistemi naturali e quali sono le conseguenze per l’essere umano?

«La specie umana non è un unicum a sé: viviamo su questo pianeta insieme a milioni di specie animali e non abbiamo un piano B per preservarlo. L’erosione della diversità biologica che caratterizza quest’epoca chiamata antropocene e che vede l’attuarsi sotto i nostri occhi di una vera e propria estinzione di massa non può che comportare conseguenze pericolose. La nostra specie prospera grazie a una serie di servizi ecosistemici (cibo, acqua pulita, risorse di vario tipo) la cui fornitura dipende in gran parte dai cicli biologici di numerose specie viventi. Inoltre, oggi più che mai siamo in grado di capire il funzionamento di questi organismi, delle proprietà chimico/fisiche di numerose sostanze che esse producono, spesso usate ad esempio per la produzione di farmaci. L’estinzione di una specie estingue al tempo stesso la possibilità di scoperte che possono giovare al futuro dell’umanità.»

La vostra associazione ha lanciato un appello a governi e istituzioni per istituire una vasta rete di santuari marini al fine di proteggere aree particolarmente sensibili degli oceani dallo sfruttamento da parte dell’uomo. Potreste spiegarci in cosa consiste l’iniziativa e in che misura le riserve marine sono di vitale importanza per la tutela degli ecosistemi marini?

«Una grande rete di riserve marine serve a mettere in sicurezza il più grande ecosistema del pianeta. Dagli oceani dipende direttamente la vita di centinaia di milioni di persone e, indirettamente, la vita di noi tutti. Metà dell’ossigeno che respiriamo viene dal mare, ad esempio: è prodotto dal fitoplancton, minuscoli organismi fotosintetici. Preservando le aree più importanti degli oceani, rendiamo tutto l’ecosistema marino più resistente ai troppi impatti generati dalle attività umane.»

Al di là delle misure che un Governo può intraprendere, la promozione e la sensibilizzazione sulla responsabilità di ognuno attraverso la creazione di programmi d’informazione e formazione sono il primo passo per la prevenzione e tutela dell’ambiente. Siete d’accordo? Quali sono le vostre proposte in merito?

«È fondamentale che i singoli cittadini siano consapevoli delle conseguenze (positive o negative) dei nostri comportamenti. Di recente Greenpeace, così come molte altre organizzazioni, si è impegnata sul tema dell’inquinamento dei mari causato dalla folle dipendenza delle nostre società dalla plastica. Un consumo eccessivo di plastica, spesso e volentieri dovuto all’abuso di prodotti mono uso che hanno una durata di utilizzo di pochi minuti, genera rifiuti che per secoli resteranno in mare. Riciclare questi materiali non è sufficiente: per ridurre l’inquinamento marino  è necessario scegliere di usarne il meno possibile. Oltre a denunciare i rischi dell’inquinamento da plastica, il cinismo di chi fa profitti inquinando le nostre vite, le nostre città, terreni, fiumi e mari, Greenpeace si è impegnata anche per mostrare che le alternative esistono. Lo scorso novembre, in tutto il mondo (e anche in Italia) Greenpeace ha lanciato “Make Something Week”, ossia una settimana di iniziative contro il consumismo sfrenato per far riscoprire le grandi opportunità che offrono comportamenti più sostenibili. In Italia in particolare, le attività sono state dedicate soprattutto a far scoprire come possiamo fare a meno della plastica.»

Vincenzo Nicoletti

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