Marco Damilano:
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Alla 51esima edizione del Giffoni Film Festival non si parla solo di film e star del cinema, i ragazzi hanno avuto l’opportunità di confrontarsi anche con alcuni personaggi importanti come politici, scrittori e giornalisti, in tema con lo spirito di quest’anno di mettersi in moto al fine di trasformare la società. Alla Masterclass Impact è stato presente il direttore de L’Espresso Marco Damilano il quale ha risposto ad alcune domande dei ragazzi. 

Come è trattato secondo lei il tema della salute mentale ad oggi nei giornali?

Io credo che tra le tante invisibilità, che noi non riusciamo a raccontare, quella della salute mentale sia incredibilmente sottovalutata se non in alcuni casi calpestata. Si dovrebbe fare un lavoro sul linguaggio. Io ho avuto la fortuna di partecipare, quando avevo la vostra età, a dei seminari che si occupano specificamente del linguaggio, perché il linguaggio offende e ferisce. Il linguaggio giornalistico, che è un linguaggio di sintesi, chiude le persone. Quando noi abbiamo un titolo, una didascalia o un sommario, continuiamo a scrivere la parola “matto” nei titoli, la nazionalità degli aggressori, imprigioniamo una persona in una categoria e a proposito della salute mentale lo facciamo ancora di più, perché la salute mentale è una ferita invisibile.

Lei ritiene che il fatto di sottolineare anche la sessualità di una persona all’interno di un titolo serve a sensibilizzare la cittadinanza nei confronti di un orientamento sessuale diverso dallo stereotipo normale oppure ritiene sia nocivo?

Non penso sia utile. Penso si voglia caratterizzare una persona anche per la sua identità di genere o per il suo orientamento sessuale e, insisto, non devi imprigionare una persona in un aspetto della sua personalità ma dovresti contribuire a liberarla.

Qual’è la linea di confine tra la ricerca della verità e l’etica?

Direi che sono la stessa cosa. Tra tanti che si vantano di avere la verità in tasca e quando si accende lo scontro tra tifoserie sui social la cosa che mi turba sempre è che non c’è mai una mezza misura, c’è questo atteggiamento che uccide il dibattito pubblico democratico. Ma tra i tanti che dicono di possedere la verità io credo che il giornalismo debba rivendicare che il nostro mestiere è una ricerca della verità, è una tensione verso la verità, ma la verità non la possiedi, essa ti precede, è più grande di quello che tu riesci a scrivere, riprendere, fotografare. Questo significa che, chi fa il nostro lavoro, deve smetterla di sentirsi onnisciente, significa dire «sto cercando di capire qualcosa, forse ho la possibilità di capire qualcosa in più», per esempio un inviato può sapere qualcosa in più su quel posto in cui si trova. Tutto questo però non sono io che lo posseggo, ma sono io che tramite questi strumenti, che fanno parte del mio mestiere, una ricerca della verità. Quindi l’etica è esattamente dire questo, dare al pubblico qualche strumento per fare anche il mio percorso, perché sono arrivato lì, che ricerche ho fatto.

Vorrei sapere le sue idee su come parlare di diritti, in particolare parlare di situazioni che non ci appartengono, come immedesimarsi nella storia di qualcuno di cui si deve narrare per andare a rendere la complessità delle vicende.

Mi appello alla Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 2 «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti» credo che questo sia molto importante perché non c’è scritto né concede né crea, li riconosce perché i diritti esistono già e credo che noi dobbiamo fare la stessa cosa, nel racconto un riconoscimento. Spesso succede che il nostro racconto sembra voler dimostrare che le persone e le situazioni da noi raccontate come dovrebbero essere, come se avessimo da insegnare quando è esattamente il contrario. Noi raccontiamo nei diritti, raccontiamo le persone per come sono nella loro realtà e quotidianità, nella loro ricerca di affermazione di sé, noi andiamo a riconoscerti per quello che sei e se il tuo diritto individuale riesce anche ad essere il diritto di tutto e se la tua storia individuale riesce a costruire un percorso collettivo che quindi si può raccontare e comunicare.

Abbiamo parlato del peso delle parole in questi giorni, Vincenzo De Luca accennò al tema dei nuovi razzismi che viene riportato nell’ambito dei media e che ritroviamo soprattutto nei titoli giornalistici quali associare il flusso migratorio ad un’invasione, quindi con l’utilizzo del temine bellico, perché vengono scelti questi termini?

Non mi va di dire che io la parola invasione non la uso neanche sotto tortura, preferisco dirti il perché che è semplice: anche la paura, la sfiducia sono, per un certo modo di fare giornalismo, delle merci da vendere e da diffondere, si può vendere anche la paura di assedio che è uno dei sentimenti collettivi su cui c’è un investimento politico, sociale e mediatico. Ci sono molti agenti mediatici che investono sulla paura e la sfiducia e quindi usare termini bellici significa farti sentire sempre nella sensazione che devi essere pronto a proteggerti da un nemico. Abbiamo letto di assessori che vanno in giro armati, addirittura medici. Per esempio la parola “emergenza” è una parola da mettere al bando, la usiamo sempre emergenza clima, emergenza lavoro, emergenza sbarchi, queste sono le questioni fondanti del nostro secolo, l’emergenza è qualcosa che appare all’improvviso poi magari scompare. Usare questa parola vuol dire già sottolineare un’eccezionalità e quindi significa anche rimuovere che non c’è un’emergenza ma situazioni da affrontare strutturalmente e noi non vogliamo farlo. Io, per esempio, dal sito ho tolto la parola “emergenza”. 

Una mente brillante quella di Marco Damilano che ha condiviso le sue riflessioni con i ragazzi del Giffoni Film Festival aiutandoli a capire meglio come funziona, in particolare, la macchina giornalistica e quanto sia difficile abbandonare le etichette nella lingua, che appunto diventano violente e nocive. L’inizio di una riflessione che un giorno potremmo vedere effettivamente attuata non solo nei giornali, ma nella vita di tutti i giorni.

Gaia Russo

Eterna bambina con la sindrome di Peter Pan. Amante dei viaggi, della natura, della lettura, della musica, dell'arte, delle serie tv e del cinema. Mi piace scoprire cose nuove, mi piace parlare con gli altri per sapere le loro storie ed opinioni, mi piace osservare e pensare. Studio lingue e letterature inglese e cinese all'università di Napoli "L'Orientale".

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