castelfranco emilia, schwa, linguaggio inclusivo
Fonte: Cosmopolitan

Se chiedete a unə emilianə dove sono nati i mitici tortellini, sicuramente ti risponderà a Castelfranco Emilia, un paese di 30.000 abitanti fra Modena e Bologna. Una posizione che alimenta le speculazioni sull’origine effettiva di questo piatto prelibato. Eppure, in questi giorni il dibattito più acceso ha riguardato una piccola “e” rovesciata, come si può vedere nella prima frase. Si tratta della schwa (ə) un simbolo fonetico utilizzato nel linguaggio inclusivo come alternativa all’uso (e al predominio) del maschile nella lingua italiana, in cui manca la forma neutra.

Il Comune di Castelfranco Emilia, reo di aver adottato la schwa nelle comunicazioni istituzionali sui social media, ha creato un enorme scalpore, accompagnato da minacce di morte e insulti. L’eco mediatica ha raggiunto la stampa nazionale e aizzato una strenua resistenza in difesa della lingua italiana. Per questo motivo, abbiamo deciso di intervistare l’assessore di Castelfranco Emilia con delega alla comunicazione istituzionale, Leonardo Pastore

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Fonte: Facebook, pagina del Comune di Castelfranco Emilia

Compiendo un piccolo passo indietro, è necessario specificare cosa significa utilizzare un linguaggio inclusivo e perché la schwa provoca tanto clamore. Questo simbolo dell’Alfabeto Fonetico Internazionale “ə” non è riconoscibile per chi parla e scrive in una lingua europea, ma viene usato dai linguisti per indicare una vocale intermedia, come la “a” nella parola inglese “about” oppure nell’imprecazione napoletana “mamm’t”.

Il suo utilizzo consentirebbe di colmare la mancanza di una forma neutra nella nostra lingua e di evitare l’adozione del maschile come neutro. Se nella lingua orale un cambiamento di questo tipo richiederebbe molto tempo, nella lingua scritta, soprattutto nella veloce comunicazione social, la ə potrebbe essere efficace. La formula “cari concittadini e care concittadine” nei post di Castelfranco Emilia diverrebbe “carə concittadinə”, consentendo di includere, oltre al femminile, anche identità di genere non binarie (che non si identificano né con il maschile né con il femminile). 

In tempi recenti la questione dell’adozione della schwa ha animato un forte dibattito a seguito delle dichiarazioni della sociolinguista Vera Gheno, riprese polemicamente da Mattia Feltri. In un’intervista a “The Submarine” Gheno ha raccontato di essersi imbattuta in obiezioni circa l’uso dell’asterisco, utilizzato dai gruppi attivisti LGBTQAI+ e nel mondo transfemminista (come in car* attivist*), per questioni riguardanti la pronuncia. Nel caso della ə, invece, si avrebbe a disposizione un suono già esistente. Da qui il suo interesse per questa soluzione alternativa a favore di un linguaggio più inclusivo.

Nella nostra lingua non è possibile parlare e scrivere in modo neutro e in una società che deve aprirsi alla diversità e all’inclusione socio-politica il predominio della forma maschile potrebbe apparire come l’ennesima espressione del privilegio maschile, come dimostra il caso degli algoritmi sessisti. Se la lingua è il costrutto di una società, cela rapporti di potere esistenti e struttura un modo di pensare, allora è possibile adattarla ai cambiamenti che stiamo vivendo, in cui le donne e le persone LGBTQAI+ entrano in politica e fanno sentire la propria voce. D’altronde, la presenza massiccia di inglesismi e neologismi legati al mondo digitale nella nostra lingua non ha mai spaventato nessuno.

Quando si parla invece di linguaggio inclusivo si alza una pletora di difensori della lingua italiana che in nome di Dante invocano violentemente la sacralità dell’italiano, tuttavia questo terrore ha ben altre radici: la negazione deliberata che esista una disparità di trattamento e di diritti. Per questo motivo, l’iniziativa di Castelfranco Emilia ha scatenato feroci attacchi alla Giunta e al sindaco, dimostrando allo stesso tempo quanto sia importante il ruolo degli enti locali nel sensibilizzare le nostre comunità cittadine.

Fonte: Instagram, pagina di Idee in Comune Castelfranco Emilia

Assessore Pastore, la ringraziamo per la disponibilità. In Italia il dibattito sulla schwa (ə) si è animato con la proposta della sociolinguista Vera Gheno di utilizzare una soluzione alternativa al predominio del maschile nella nostra lingua. Perché avete deciso di utilizzare la ə nelle comunicazioni pubbliche del Comune? 

«Come abbiamo subito sottolineato nei vari network locali e nazionali, non abbiamo firmato alcun atto ufficiale. Questa è una campagna di comunicazione che abbiamo promosso a costo zero per favorire il dibattito dell’inclusione. Ogni giorno, basta guardare nei quotidiani o sui social, nelle bacheche e nelle pagine Facebook, per vedere quanto ci sia bisogno di un miglioramento nel linguaggio che utilizziamo. Abbiamo quindi pensato di usare un simbolo, oltre che nel senso letterale del termine, anche nel senso politico. La schwa è un simbolo di inclusione e non ci aspettavamo che l’eco di questo dibattito assumesse queste dimensioni. Lo reputiamo un eccellente risultato. Nel senso, in tanti nella nostra comunità, nel resto della provincia di Modena o nel resto della Regione, addirittura in tutta Italia, hanno scoperto l’esistenza di questo simbolo. Non vogliamo entrare in nessun dibattito linguistico. Nessuno di noi ha l’ambizione o la presunzione di voler cambiare la lingua italiana che ha i suoi parametri, pur cambiando nel corso dei secoli.

Sono assessore con delega alla comunicazione istituzionale e sto completando un corso di studi in Comunicazione Pubblica, da qui deriva l’aumento della mia sensibilità sulla necessità di incidere simbolicamente e concretamente sul cambiamento del linguaggio, soprattutto sui social network. L’interpretazione che ci siamo dati come Giunta è stata di non imporre nessun obbligo. Esistono esperienze di altri Comuni che hanno scelto attraverso atti ufficiali di incidere sul linguaggio istituzionale e sull’uso del femminile quando si parla di cariche istituzionali. Noi promoviamo questo tipo di uso per un motivo molto semplice: in questo ambito con le imposizioni si ottiene ben poco, l’obiettivo è quello di sensibilizzare continuamente la nostra comunità all’uso di un linguaggio più inclusivo. Tra l’altro, l’uso della schwa non sarà ripetuto in tutti i post, perché l’utilizzo di questo simbolo va contestualizzato per essere efficaci».

Quindi solo alcune comunicazioni del Comune di Castelfranco Emilia presenteranno la ə. Quali?

«Innanzitutto riguarderà la comunicazione sui social, incluso Instagram, in tutte le occasioni nelle quali è fondamentale comprendere il femminile, quando si parla di scuola, sport, cultura, volontariato e tutti quei contesti in cui è necessario utilizzare un linguaggio più inclusivo».

L’opinione pubblica si è scatenata con una reazione forse spropositata in difesa di una lingua considerata immutabile. Eppure, oggi una maggiore attenzione alle diversità sembra sempre più necessaria, soprattutto da parte delle istituzioni. Cosa rispondete a coloro che parlano di “dittatura del politicamente corretto”?

«Attraverso una comunicazione in Consiglio Comunale ho risposto che coloro che hanno la tendenza a polarizzare il dibattito, come se fossero ultrà, hanno l’interesse di non entrare mai nel merito della questione, che è sensibilizzare le nostre comunità all’uso di un linguaggio inclusivo. Per noi questa decisione di usare la schwa è un passo successivo rispetto all’adesione al “Manifesto della comunicazione non ostile” che promuove una serie di azioni, soprattutto virtuali. Non ho nulla da rispondere a chi mi cita Dante o chi vuole ricondurre la nostra scelta al dibattito linguistico, perché non ho le competenze per farlo. Seguendo una delle indicazioni del “Manifesto della comunicazione non ostile”, mi sento di adottare una straordinaria abitudine, quella di tacere se non si è preparati a rispondere su quell’argomento. Non sono linguista, ma ho preso atto delle opinioni più disparate, ma solo quelle espresse in maniera educata. Le discussioni iniziate con aggressioni verbali più o meno velate le ho completamente trascurate. Al nostro sindaco sono arrivate minacce di morte e penso che una delle azioni che dovremmo tutti noi mettere in campo è denunciare alle autorità competenti ogni tipo di manifestazione violenta».

Come mai genera tanta paura l’uso di un’alternativa fonetica in una lingua, come quella italiana, che non prevede la forma neutra?

 «È la paura dell’inclusione. Ci stiamo abituando in questo Paese, e lo dico da osservatore della comunicazione, a circuiti mediatici e politici che alimentano e basano la propria esistenza sull’odio e sulla contrapposizione. In questi ambiti in cui il dibattito politico è parecchio acceso e polarizzato, come succede per lo Ius Soli o il DDL Zan, ci sono parti politiche che scientificamente e in maniera organizzata alimentano odio e rabbia nei confronti di provvedimenti che non tolgono nulla a nessuno, al massimo lo aggiungono. L’uso di un simbolo fonetico non toglie nulla a nessuno, non lede in nessuna maniera i diritti di qualcun altro. Pur non imponendo nulla, questa scelta fa paura, perché fa paura l’inclusione. Fa paura che ottengano diritti quelle categorie di concittadine e concittadini che non ne hanno»

All’uso della schwa come simbolo di inclusione delle diversità, faranno seguito misure concrete del Comune di Castelfranco Emilia per promuovere l’inclusione sociale e politica delle minoranze?

«Senza alcun dubbio. Ti faccio un esempio: il 19 aprile abbiamo inviato un comunicato stampa nel quale abbiamo annunciato che dal prossimo anno nei nidi comunali si darà il via alla sezione “lattanti” per bambini da 0 a 3 anni, che molto spesso non trovano posto negli asili nido e le famiglie devono rivolgersi ai privati. Questa notizia non ha avuto risalto nella stampa locale, ma si tratta di un’azione concreta. Siamo un piccolo Comune di circa 30.000 abitanti e non possiamo avere la responsabilità di cambiare la lingua italiana, come qualcuno ci ha assegnato. Altri dovrebbero essere i livelli di governo che propongono azioni rivoluzionarie. Nel nostro concreto accompagneremo azioni simboliche ad azioni più concrete: promoviamo progetti di inclusione con i detenuti della Casa di reclusione nel nostro Comune, progetti di riabilitazione. Proveremo a guardare all’inclusione a 360 gradi, sperando di riuscirci nei limiti dell’attività amministrativa»

Grazie per la disponibilità.

Rebecca Graziosi

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