beppe grillo abruzzo

Nel corso di uno show a Bologna, la scorsa settimana, Beppe Grillo ha voluto commentare la sconfitta elettorale alle Regionali “invitando” i cittadini a restituire le donazioni che il Movimento 5 Stelle ha erogato loro in considerazione dei gravi danni subiti dal terremoto: «Gli abruzzesi hanno scelto liberamente, ma adesso, per favore, ci ridiano 700 milioni, le quattro ambulanze e la turbina antineve che a noi a Genova ci servono» (fonte: La Repubblica).

Il passaggio, nel corso di uno spettacolo, appunto, voleva forse passare mediaticamente più inosservato di quanto non lo sia stato in realtà: al contrario, ha suscitato le solite, aspre polemiche tra un’opposizione (da destra a sinistra) che ha gridato indignata allo scandalo, e gli stessi pentastellati, che hanno cercato di segnalare la natura “satirica” del passaggio, all’interno di uno show comunque teatrale.

Al di là degli attacchi e delle difese più o meno “d’ufficio”, sembra esserci spazio per un’ulteriore riflessione sulla vicenda. Un personaggio come Beppe Grillo può permettersi, in tutta coscienza e a maggior ragione nel corso di uno spettacolo preparato a tavolino, di fare certe esternazioni che pericolosamente sembrerebbero canzonare la cultura del voto democratico?

Beppe Grillo “comico libero?”

Certo, a chi lo accusa ancora di esprimere la voce dei 5 Stelle, si potrebbe rispondere che lo stesso Grillo (il quale peraltro, forse nella foga del momento, con un lapsus ha “gonfiato” i circa 700mila euro donati dai consiglieri regionali del Movimento alle aziende abruzzesi, fino a farli diventare, appunto, 700 milioni) è formalmente uscito dal partito di maggioranza di governo da lui stesso fondato: proprio lui l’ha ricordato a margine di una protesta dei No-vax, che hanno interrotto lo spettacolo di Bologna, contestandolo in merito alla nota questione delle vaccinazioni obbligatorie. Pertanto, se ne concluderebbe che, in nome del diritto alla satira, ora Beppe Grillo possa dire da “comico libero” tutto ciò che gli pare, sulle elezioni in Abruzzo e non solo.

In realtà, queste conclusioni non reggono. Si fa fatica a negare come, nonostante un effettivo cambio di rotta (come ha dimostrato in parte, appunto, la querelle sui vaccini) rispetto al Movimento da cui si è formalmente appartato, Beppe Grillo continui a essere un punto di riferimento più o meno ideologicamente valido per i tantissimi sostenitori di quella parte politica. Sembra quindi difficile non considerare come, non tanto rispetto agli ambienti istituzionali a 5 Stelle (che, ormai, consci – più o meno – del proprio ruolo, stanno tentando di limitare certe boutades frequenti in passato), quanto rispetto all'”elettorato medio“, Beppe Grillo si possa ritenere in grado di ispirare un certo tipo di convincimento e trainare un certo volume di consenso.

L’effetto trainante di Beppe Grillo

Ciò considerato, a poco potrebbe valere l’operazione di marketing personale che il genovese sta tentando di intraprendere per rispolverare la sua immagine di saltimbanco satirico, peraltro con una bella mano, a quanto si dice, da parte della RAI: Beppe Grillo, nonostante lui stesso ormai cerchi di negarlo, era e resta un politico.

Il problema è che in un Paese come l’Italia, in cui la cultura politica è da anni in pericolosa regressione, dove un Ministro dell’Interno viene riverito servilmente con un baciamano e dove il livello della polemica istituzionale è declinato verso la zuffa da bar, con questi atteggiamenti “scorretti” Beppe Grillo rischia di continuare a intrufolarsi, facendosi scudo del legittimo diritto di satira, negli interstizi sempre più larghi dell’ in-coscienza popolare sui meccanismi e le leggi non scritte del sistema rappresentativo.

In effetti, per fare un esempio, non si ha più chiaro il concetto del divieto di mandato imperativo nei confronti del rappresentante politico, sancito dalla Costituzione, che consisterebbe nel non vincolare l’eletto alle pretese degli elettori, nemmeno per quanto riguarda l’appartenenza a un determinato gruppo politico in Parlamento. Se il concetto fosse chiaro, non sarebbe possibile che intere carriere politiche di esponenti della nuova classe dirigente di tutti gli schieramenti siano state costruite su slogan del tipo “questo governo non è stato eletto dal popolo!“, per contraddistinguere gli esecutivi nati dal rimescolamento delle maggioranze in Aula senza passare dalle urne.

Perciò, c’è da scommetterci che gran parte, se non tutto, l’uditorio del suo spettacolo bolognese fosse effettivamente “movimentista” (difficile ipotizzare un elettore di LeU o di FdI tra il pubblico). Il problema è che, se davvero Grillo ha ancora un effetto “trainante”, le battute che recita – per quanto il “politicamente scorretto” abbia sempre fatto parte del suo repertorio – potrebbero essere prese sul serio. E non è nemmeno detto che Grillo non lo voglia.

Al di là dell’indignazione dei politici “in giacca e cravatta”, quello che rimane è appunto il messaggio veicolato dal politico – comico, che esso rimanga oppure no velato dal sarcasmo o dalla licenza satirica. Quanti, potremmo ipotizzare, sentendo quella “battuta” (ma lo scherzo non ha sempre un fondo di verità, soprattutto se a tema politico?), non potrebbero aver pensato “caspita, ha ragione, che ingrati ‘sti abruzzesi!“, oppure “prima si prendono i soldi e poi votano la vecchia politica!”. Del resto, la satira (ammesso che ogni tentativo di ironizzare sulla politica possa essere considerata “coltamente” come tale) è fatta per far pensare: il problema però, a un certo punto, è cosa fa pensare.

“Onestà intellettuale” della licenza satirica

Sapendo dunque che ormai il clima politico italiano si nutre di imprecisioni, improprietà e pressapochismo, se si analizza la frase di Grillo (forse fin troppo?) puntigliosamente, non sembra assurdo caratterizzare il suo pensiero come una potenziale, consapevole e pericolosa apologia del voto di scambio: è legittimo offrire soldi e ambulanze e attendersi in cambio i voti dei terremotati. Conscio del segno un po’ forte che stava dando al suo commento, del resto, Grillo aveva introdotto la battuta precisando che il voto degli abruzzesi era comunque legittimo. E ci mancherebbe.

A maggior ragione, ora che, specialmente al Sud, si attende come una manna dal cielo lelemosina di Stato – pardon, reddito di cittadinanza -, in grado di comprare la felicità effimera del “popolo” (sempre meno “cittadino”) in cambio di voti e consenso perpetui, la battuta di Grillo sui voti, appunto, in cambio di quei soldi e di quelle ambulanze regalati a comunità che avevano perso tutto a causa di un disastroso terremoto può risultare tristemente e crudelmente credibile.

Ecco perché le difese d’ufficio dei pentastellati d’Abruzzo stavolta non sembrano efficaci (che bisogno ci sarebbe, poi, di difendere un personaggio che col Movimento, in teoria, non avrebbe più nulla a che fare…): Beppe Grillo ha recitato una battuta di contenuto politico forte e discutibile perché sapeva che avrebbe trovato qualcuno disposto a riderne, di fatto condividendone il messaggio, trovandola proprio per questo, al contrario, poco discutibile. Ciò rende quella “battuta” un’esternazione ancor più inquietante. Purtroppo per l’Italia, non certo per Grillo.

Ludovico Maremonti