Home Ambiente Un disastro petrolifero distrugge le coste del Brasile e nessuno sa perché

Un disastro petrolifero distrugge le coste del Brasile e nessuno sa perché

439
disastro petrolifero brasile bolsonaro
Fonte: LEO MALAFAIA/ AFP

Dall’agosto 2019 si sta consumando sulle coste del nord est del Brasile un disastro petrolifero poco conosciuto nel resto del mondo, ma letale per l’ecosistema marino e gli equilibri socio economici di quella parte del Paese sudamericano. Chiazze di greggio stanno infatti da allora depositandosi praticamente senza sosta sul litorale di alcune estese regioni come Pernambuco: il paradosso è che, compreso il governo Bolsonaro, nessuno ha ancora capito perché.

Il disastro petrolifero, ultimo di una lunga serie di catastrofi ambientali

Il Brasile negli ultimi tempi è stato letteralmente martoriato da una catastrofe ambientale dopo l’altra. Tutti ricordano la drammatica vicenda dell’Amazzonia in fiamme, insieme ai massacri di indios “colpevoli” di voler difendere l’integrità delle loro terre da allevatori, agricoltori, minatori e petrolieri senza scrupoli, spesso collegati agli interessi di grandi multinazionali del Primo Mondo. Più di stretta attualità è anche la minaccia alla biodiversità fluviale dello stesso Rio delle Amazzoni, con la ripresa della pesca dei delfini rosa, specie protetta perché minacciata dall’estinzione.

La deregulation consentita dalle iniziative anti ambientaliste del presidente Jair Bolsonaro ha fatto diventare il Brasile terra di conquista per pirati ambientali di ogni nazionalità o ha consentito a imprenditori brasiliani senza scrupoli, facoltosi e influenti, di garantirsi l’impunità nonostante la violazione sistematica dei minimi standard di protezione ambientale. Paradossalmente però, se nel caso dell’Amazzonia il colpevole era più o meno noto, col disastro petrolifero in corso non si sa chi siano i nemici dell’ambiente.

In effetti, il fatto che dopo quasi sei mesi dall’inizio dell’emergenza non si sappia ancora la causa del rilascio in mare di tonnellate di petrolio può sembrare inconcepibile, ma è la pura e semplice realtà dei fatti. Per chi cerca di fare chiarezza su questo mistero, vale a dire soprattutto le organizzazioni ambientaliste internazionali (questo perché il peso politico ed economico di quelle interne è stato fortemente e sapientemente ridimensionato da Bolsonaro), non è facile lavorare contro il costante, frustrante inquinamento delle acque e delle coste; l’avversario più complesso da abbattere, però, è stato l’ostruzionismo del governo brasiliano.

Bolsonaro e i suoi ministri, infatti, invece di cooperare attivamente con soggetti come Greenpeace hanno tentato di giocare ogni carta possibile per screditarli. Forse volendo cogliere l’occasione per regolare alcuni vecchi conti aperti (la stessa Greenpeace è stata sempre uno dei più fieri detrattori del reazionario presidente), Bolsonaro mesi fa si è persino servito del proprio ministro per l’Ambiente per diffondere un falso video che incriminava gli ambientalisti per il disastro petrolifero.

La minaccia di azioni legali da parte di Greenpeace ha aumentato la risonanza di questo tentativo di insabbiamento da parte del governo del Brasile, una condotta che del resto ha spiazzato gli stessi governatori degli Stati federati coinvolti dalla catastrofe, che nel frattempo dichiaravano lo stato di emergenza e cercavano di tutelare le popolazioni colpite.

Una catastrofe ambientale, economica e sociale per il nord est del Brasile

Sì, perché oltre alla biosfera marina in quell’area unica al mondo le vittime del greggio mortale sono anche le centinaia di migliaia di persone che, nel rispetto degli equilibri dell’oceano, vivono di pesca di sussistenza; oppure di quelle centinaia di villaggi costieri che negli ultimi anni hanno tentato di risollevarsi dalla povertà attraverso lo sviluppo del turismo balneare. Senza contare i pericoli a lungo termine per la salute derivanti dalla continua inalazione e ingestione (attraverso il pesce che si continua a consumare) di sostanze tossiche e cancerogene, come dimostra un interessante studio sono le conseguenze nell’immediato da un punto di vista economico e sociale le più devastanti.

Persone che non hanno mai avuto altro che la pesca per vivere ora si ritrovano a dover fare a meno della loro unica fonte di sostentamento, non potendosi permettere altro che il frutto del loro lavoro in mare per sopravvivere. Sono queste popolazioni che chiedono a gran voce al governo del Brasile di fare luce sul disastro petrolifero, ma anche, supportate dalle organizzazioni ambientaliste (i “terroristi”, come li chiama il delirante Bolsonaro), la fine dell’era del petrolio e del costante, mortale rischio di inquinamento soprattutto in queste aree del pianeta.

Bolsonaro sembra che faccia finta di non sentire. Sicuramente, come detto, in un primo momento ha teso a minimizzare l’emergenza, che ha avuto obiettivamente una scarsa eco internazionale. Va detto che le stesse indagini degli enti governativi più reputati, tra cui la compagnia nazionale di idrocarburi Petrobras, svolgendo ricerche sotto l’ombrello della Marina militare hanno provato a svolgere degli accertamenti sulla causa del disastro petrolifero, apparentemente senza venire però a capo di nulla. Si è soltanto scoperto che il greggio inquinante potrebbe essere venezuelano (nel corso delle settimane lo stesso petrolio pare che sia arrivato anche sulle spiagge di El Salvador), ma il silenzio di Caracas sul punto non ha aiutato a sciogliere i dubbi.

Bolsonaro e la politica degli idrocarburi

Tra mille incertezze, si può purtroppo constatare che il disastro petrolifero di questi mesi non ha ridimensionato la politica degli idrocarburi del governo Bolsonaro, visto che il presidente si è impegnato in un tour nei Paesi mediorientali produttori di petrolio e pare abbia preparato una legge per l’espropriazione di una vasta riserva naturale al largo delle coste centro orientali. Senza contare, poi, l’impulso a ulteriori saggi e trivellazioni petrolifere nel cuore dell’Amazzonia, sulle ceneri della foresta pluviale.

Con questi presupposti, la nomina del vicepresidente Hamilton Mourão al vertice di un neonato Consiglio per l’Amazzonia sembra soltanto strumentale, adatta a rintuzzare gli attacchi delle organizzazioni ambientaliste. Mourão è stata sempre una voce fuori dal coro negazionista sul cambiamento climatico del governo brasiliano, nonché una delle voci più critiche contro la politica sull’Amazzonia. Inoltre, essendo un ex generale dell’esercito ha un ottimo rapporto con le forze armate, il cui intervento è risultato decisivo per gestire le crisi della foresta pluviale e del misterioso disastro petrolifero.

Tuttavia, è impensabile che questo personaggio segni un cambio di rotta nella politica selvaggia sugli idrocarburi di Bolsonaro, considerato che, specialmente per quanto riguarda il caso della catastrofe del greggio nel Pernambuco, le proteste sociali e le manifestazioni delle popolazioni colpite sembrano ancora non trovare alcuna soddisfazione.

Ludovico Maremonti

Avatar
Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo "Sannazaro", quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l'Università "La Sapienza" di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui