Amazzonia e ambiente a rischio: tra disastro ambientale e emergenza ambientale
Fonte: https://www.teleambiente.it/

Come aveva avvertito Greta Thunberg ad aprile, parlando davanti al Parlamento Europeo, “il nostro pianeta è in fiamme”. Ovviamente, in quel caso la giovane attivista per l’ambiente usò una metafora per identificare la triste situazione in cui il nostro pianeta riversa. Ora però la profetica allegoria sembrerebbe essersi tradotta in una drammatica realtà a causa di ciò che sta succedendo in Amazzonia e nell’Artide: un disastro ambientale da non sottovalutare.

Da giugno 2019 si sono innescati centinaia di incendi, soprattutto nell’Artide. I numeri sono impressionanti: tra giugno e luglio sono bruciati circa 700mila ettari di foreste boreali in Alaska, 150mila ettari nell’Alberta (Canada) e più di quattro milioni di ettari in Siberia. A questi però devono obbligatoriamente aggiungersi un altro centinaio di grossi roghi sviluppatisi in Groenlandia.

Un’emergenza ambientale che lentamente sta uccidendo il nostro pianeta. Degli incendi figli dell’incuria e della negligenza dell’uomo e di quel sistema ultra-capitalistico che ha posto, in un’immaginaria scala d’importanza, l’interesse egoistico davanti la salvaguardia di quella che a tutti gli effetti è la nostra casa.

Nonostante il numero dei roghi sia, nel corso del tempo, progressivamente diminuito, quello che suscita preoccupazione è lo scoppio di incendi anomali che contribuiscono allo scioglimento dei ghiacciai e, di conseguenza, peggiorano il cambiamento climatico. Solo in Groenlandia la tremenda ondata di calore del 2019 ha provocato lo scioglimento di 197 miliardi di tonnellate di ghiaccio, senza contare che la tragica conseguenza di un rogo è il rilascio della nociva CO2.

Il disastro ambientale in Amazzonia

Un altro caso di emergenza ambientale (o disastro ambientale) è quello perpetrato dall’amministrazione Bolsonaro in Amazzonia. La politica, anche in questo caso, pospone l’interesse collettivo (quello ambientale) a un mero tornaconto economico e personalistico.

Fin dall’inizio della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, Jair Bolsonaro affermò con fermezza come le regolamentazioni a tutela del polmone del mondo fossero un ostacolo alla crescita economica e che, una volta diventato presidente, le cose sarebbero cambiate. Detto fatto.

L’INPE (Istituto Nazionale per la Ricerca Spaziale) ha pubblicato un’analisi frutto di immagini satellitari secondo cui nella prima metà del mese di luglio sono stati distrutti oltre 1000 kmq di Amazzonia, cioè il 68% in più della superficie distrutta nell’intero mese di luglio 2018. In meno di un anno Bolsonaro ha distrutto quasi 4000 kmq di alberi; in meno di un anno il presidente del Brasile ha irrimediabilmente perforato il polmone del pianeta Terra.

Eppure negli ultimi vent’anni il Brasile ha cercato di tutelare al meglio l’Amazzonia, tramite l’istituzione di diverse agenzie ministeriali che riservavano alla sua conservazione centinaia di milioni di dollari, tanto che il modello Amazzonia è diventato famoso in tutto il mondo come un esempio virtuoso di salvaguardia ambientale.

Le cose cominciarono a mutare dal 2014 quando, a seguito della forte recessione che colpì l’intero Sudamerica, i fondi destinati alla salvaguardia dell’ambiente diminuirono progressivamente a favore di un investimento massiccio in grandi coltivazioni e allevamenti.

Il disastro ambientale dell’Amazzonia si è intensificato con l’arrivo di Bolsonaro, un populista di estrema destra, liberista, scettico nei confronti della tutela dell’ambiente ma soprattutto a favore di una rapida deforestazione della foresta pluviale più grande del mondo.

La priorità di un presidente tipicamente liberista è quella della spregiudicata crescita economica, con qualsiasi mezzo e a qualsiasi costo. Il brasiliano, prima di operare giuridicamente lo smontaggio delle regolamentazioni per la salvaguardia dell’Amazzonia, ha ridotto le sanzioni, gli avvertimenti e i sequestri nei confronti delle aziende che partecipano illegalmente allo stupro della foresta.

Alla progressiva apertura verso le aziende foresticide è seguita una rapida diminuzione degli investimenti per la salvaguardia dell’ambiente. Fondi che, in realtà, fanno parte di un fondo governativo a cui partecipano la Germania e la Norvegia. Bolsonaro ha annunciato che, a causa di presunte irregolarità registrate, i danari di quel fondo verranno investiti diversamente.

Secondo il presidente del Brasile le accuse rivoltegli a proposito del suo totale disinteresse nei confronti dell’ambiente, dell’emergenza ambientale e soprattutto del disastro ambientale perpetrato in Amazzonia, farebbero parte di un complotto internazionale con il preciso obiettivo di fermare la crescita economica del Brasile. Un unicum della scia populista, quella del complotto dei poteri forti.

L’emergenza ambientale e il negazionismo della politica

Bolsonaro, però, non è l’unico politico che nega che ci sia un disastro ambientale da affrontare. I nomi illustri sulla lista sono tanti, forse troppi. Un’ignoranza (nel senso di ignorare) diffusa che colpisce governanti e governati.

È la tragica conseguenza, questa, della politica al tempo dei social network e dei 280 caratteri di Twitter. Questi ultimi, ormai, hanno sostituito l’informazione consapevole e hanno dato manforte ai politici per controllare gli orientamenti dell’opinione pubblica, anche sull’ambiente.

Ne è un esempio l’intensificarsi degli attacchi da parte dei populisti di destra nei confronti della giovane ambientalista Greta Thunberg. Alcuni giornalisti, squali al servizio di petrolieri e industriali, continuano a criticare l’interventismo della piccola svedese con attacchi personali sul suo autismo, sull’essere usata dai suoi genitori per farsi pubblicità e sul fatto che i suoi appelli ai giovani per lottare contro il disastro ambientale in atto sono paragonabili ai proclami della Gioventù Hitleriana. Accuse ridicole, che però hanno catturato l’attenzione della generazione dei 280 caratteri.

Sono invece ben pochi gli attacchi nei suoi confronti contenenti una confutazione delle sue parole sull’emergenza ambientale in atto. La mobilitazione che la piccola Greta ha provocato è riuscita a coinvolgere centinaia di migliaia di ragazzi, più di quanto qualsiasi scienziato di lungo corso abbia mai fatto.

Purtroppo, a fare da cornice a quanto detto ci sono due circostanze preoccupanti: quella dell’IPCC, che in un rapporto ha fatto sapere che tra non molto l’umanità dovrà affrontare le conseguenze del riscaldamento globale, e quello del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, pronto a negare fino alla morte l’esistenza di questo pericolo. Un gesto che, come naturale conseguenza, ha portato le altre potenze capitaliste a seguire gli USA in questo negazionismo diffuso che porta la firma dell’indifferenza.

Nel mese di giugno, l’agenzia per la protezione ambientale statunitense (EPA) ha annunciato l’ennesima spallata dell’amministrazione Trump alla salvaguardia dell’ambiente: non esistono più limiti alle emissioni delle centrali elettriche a carbone.

La nuova deregulation prevede che siano gli Stati a fissare i limiti delle emissioni, snobbando tutte le precauzioni che, a suo tempo, furono prese da Barack Obama, uno dei primi inquilini della Casa Bianca che si preoccupò di porre un limite all’inquinamento da carbone. A Trump, evidentemente, non interessano tutti gli studi effettuati in merito dalla stessa EPA, la quale dal canto suo ha fatto sapere che una mossa del genere potrebbe portare a 1400 decessi prematuri da qui al 2030.

Politiche criminose che ribadiscono con fermezza le intenzioni dell’amministrazione Trump di negare a tutti i costi l’esistenza di un problema a livello ambientale. Una “manovra” che mette in minoranza dati scientificamente attendibili in favore del mero egoismo calcolatore.

L’emergenza ambientale e l’incapacità di agire

Trump, Bolsonaro, la Cina e tanti altri. Il negazionismo ambientale sta trovando sempre più credito tra i cittadini a causa di una politica scellerata e disattenta. Il monito “non abbiamo un Pianeta B” sembrerebbe attualmente non spaventare questi individui ormai indottrinati dai più beceri venditori di fumo presenti sul web, i quali riconducono qualsiasi assunto scientifico sul tema a un complotto ai loro danni.

Le responsabilità politiche sono tante: dalle campagne elettorali, che dovrebbero annoverare tra i propri punti più misure per la salvaguardia dell’ambiente, al potenziamento della cooperazione in tal senso sia a livello europeo che transcontinentale.

Anche l’Italia, tra una crisi di governo e l’altra, dovrebbe agire al riguardo, continuando a perfezionare la sua collaborazione con l’UE, prendendo le distanze dalla “manovra trumpiana” tanto cara a Matteo Salvini, affinché anche il Belpaese possa contribuire a migliorare l’ambiente in cui viviamo.

Donatello D’Andrea

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