Censura di internet nel mondo: la libertà in rete è sempre meno garantita
Fonte: Flickr.com

La diffusione dei social media è stata originariamente accompagnata da un grande entusiasmo e dalla speranza che avrebbero potuto contribuire alla propagazione di pratiche democratiche in tutto il mondo. Molti analisti credevano che le nuove piattaforme digitali avrebbero conferito ai cittadini un ruolo di primo piano nelle dinamiche sociali e politiche. Il libero accesso alle informazioni, la possibilità di organizzarsi in collettività e mobilitarsi in difesa dei propri diritti in maniera semplice e immediata; appariva realmente come un fenomeno rivoluzionario.

Ma ben presto regimi sia democratici che autoritari hanno preso consapevolezza dell’efficacia e delle potenzialità dei nuovi media. Ne hanno fatto uno strumento al servizio del potere, utile tanto nella politica interna, ai fini del controllo informativo e del mantenimento dell’ordine pubblico, quanto in politica estera nelle relazioni internazionali e nella promozione di un’immagine positiva del proprio Paese.

Le tecniche di controllo della rete da parte dei governi possono andare dai più rudimentali Internet shutdown, ovvero il blocco totale della rete, alle censure più mirate e capillari. O ancora, dalle campagne di disinformazione diffuse attraverso i media a una vera e propria sorveglianza degli utenti volta a monitorare e persino prevedere le azioni dei dissidenti. Molto dipende dalla disponibilità di risorse e dallo sviluppo tecnologico di ogni Paese.

Libertà in rete sotto attacco

La libertà in rete è diminuita per l’undicesimo anno consecutivo. A dirlo è il centro di ricerca Freedom House nel suo ultimo rapporto Freedom on the net, uno studio annuale sul rispetto dei diritti umani nella sfera digitale. Il progetto valuta la libertà di Internet in 70 paesi, che rappresentano l’88% degli utenti del mondo. L’ultimo rapporto ha coperto gli sviluppi tra giugno 2020 e maggio 2021, evidenziando non poche criticità. Le autorità di almeno 48 paesi hanno imposto nuove regole per le piattaforme digitali su contenuti online, dati personali e concorrenza. In questo modo, problemi reali come le molestie online e l’hate speech, le pratiche manipolative del mercato e la disinformazione, vengono sfruttati per sopprimere la libertà di espressione e ottenere un maggiore accesso ai dati privati. A preoccupare è il fatto che anche le democrazie più consolidate siano coinvolte.

La libertà di Internet è diminuita negli Stati Uniti per il quinto anno consecutivo. La diffusione di contenuti falsi e cospirazionisti sulle elezioni del novembre 2020 ha scosso le fondamenta del sistema politico americano, culminando con l’invito all’azione del presidente uscente Donald Trump e con l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 per fermare la certificazione dei risultati elettorali. La drastica decisione di alcune piattaforme di disattivare gli account di Trump dopo l’incidente, ha riacceso il dibattito sul potere delle aziende di controllare le attività dei politici, nonché sulla loro responsabilità di aiutare a prevenire la violenza offline.

Intanto il presidente Biden ha consentito nuovamente l’utilizzo dei social media di proprietà cinese TikTok e WeChat, ma ha anche chiesto al Dipartimento del Commercio di indagare se le app di proprietà straniera presentino rischi per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e la privacy dei dati degli utenti.

Anche in Grecia la libertà in rete e la libertà di stampa hanno subito dei peggioramenti a causa dell’aumento delle azioni contro il torrenting e alle restrizioni sui media politici. Il governo conservatore guidato dal primo ministro Mitsotakis ha cercato di manipolare il flusso di informazioni sulla pandemia e sulla crisi dei rifugiati. I giornalisti hanno dovuto ottenere il permesso del governo prima di riferire sulla situazione negli ospedali e hanno ricevuto il divieto da parte del Ministero della Salute di poter parlare con il personale medico. I media investigativi e i media critici nei confronti del governo sono stati oscurati o hanno ricevuto una quota sproporzionatamente piccola dagli sconti fiscali.

Ai canali televisivi pubblici è stato ordinato di non trasmettere un video che mostrava il Primo Ministro trasgredire le regole imposte dal lockdown nel febbraio 2021. La copertura della crisi dei rifugiati è stata fortemente limitata, con divieti arbitrari e violenze della polizia sui giornalisti che tentavano di fare delle riprese o carpire delle testimonianze.

Sono però Cina e Myanmar a segnare i record negativi. Considerando la Corea del Nord fuori classifica, il governo cinese continua da molti anni a essere il peggior nemico della libertà in rete. Le autorità hanno imposto pene detentive draconiane per attività online come la condivisione di notizie, l’affermazione di convinzioni politiche o religiose e la comunicazione con i membri della famiglia fuori dai confini cinesi. Mentre in Myanmar, dopo il colpo di stato militare del febbraio 2021, si è registrato il peggioramento più drastico della libertà in rete. La connessione Internet è stata interrotta ogni notte da allora fino al mese di aprile.

I servizi mobili sono stati sospesi completamente a partire da marzo, lasciando a disposizione degli utenti soltanto i servizi di linea fissa durante il giorno. Dopo che l’opposizione al colpo di Stato si è riversata dalla rete alle strade, il governo militare ha anche bloccato i social media, privato i notiziari online indipendenti delle licenze, e ha preso il controllo dell’infrastruttura delle telecomunicazioni.

Lo stato dell’arte in Europa  

L’ultimo rapporto di Comparitech sulle censure in rete testimonia, in linea generale, una libertà piuttosto diffusa e un basso intervento statale nel controllo del flusso informativo, degli utenti e della circolazione di contenuti. Bielorussia e Turchia, con i loro sistemi tutt’altro che democratici, rappresentano le principali eccezioni. In Bielorussia, dopo la vittoria farsesca di Lukashenko nelle elezioni del 2020, le forze di sicurezza hanno represso con violenza le proteste pacifiche dei cittadini. Il governo ha ripetutamente limitato l’accesso a Internet, intensificato la sorveglianza sui social media e arrestato diversi attivisti. La campagna repressiva è continuata nel 2021, quando le autorità hanno chiuso gli uffici e bloccato i siti Web di TUT.by e Nasha Niva, due dei più grandi media indipendenti del paese.

La nuova regolamentazione sui social media introdotta in Turchia nel 2020 vincola le piattaforme con più di un milione di utenti giornalieri a rimuovere i contenuti ritenuti “offensivi” entro 48 ore dalla notifica, pena sanzioni crescenti. Le piattaforme sono anche tenute a nominare un cittadino turco come legale rappresentante nel Paese o stabilire un’entità legale locale, che sarà poi la destinataria delle eventuali sanzioni giudiziarie per il mancato rispetto degli ordini impartiti sulla rimozione dei contenuti. La legge, quindi, ha ridotto la capacità dei social media di resistere alle richieste delle autorità turche, tese alla censura delle voci d’opposizione, del giornalismo indipendente e della libertà di espressione.

L’Italia si può definire esente da particolari restrizioni, caratterizzata da una rete accessibile, libera da interferenze governative e censure dei contenuti. L’unica attività a essere controllata e sanzionata qualora sia svolta in maniera illecita è il torrenting. Questa è una delle tante tecnologie per il download e la condivisione di file tramite peer-to-peer, ovvero la condivisione di contenuti all’interno di una rete molto estesa di utenti. La pratica di per sé non è illegale, ma lo diventa quando viene utilizzata per scaricare o distribuire materiale protetto da copyright, creando quindi un danno economico all’autore, all’editore e a chi detiene i diritti del prodotto originale. Scaricare da un sito dei file protetti dal diritto d’autore è illegale in Italia come nella maggior parte dei Paesi del mondo.

Ad ogni modo non si può ignorare quel che succede intorno a noi. Secondo il principio per cui un diritto tolto a un cittadino o una cittadina dall’altra parte del mondo è lesivo dei diritti di tutti, la tendenza dovrebbe destare quanto meno preoccupazione. Come afferma Freedom House nella sua analisi, il potere emancipatore di Internet dipende dalla sua natura egualitaria. Ovunque risieda un utente, un Internet libero e aperto dovrebbe offrire pari accesso a strumenti educativi, creativi e comunicativi che facilitino il progresso personale e sociale. I governi democratici hanno l’obbligo di elaborare regolamenti che consentano agli utenti di esprimersi liberamente, condividere informazioni oltre i confini e criticare il potere statale. In caso contrario, le nuove tecnologie potrebbero servire a rafforzare e accelerare il declino globale della democrazia.

Matteo Mercuri

Quotidiano indipendente online di ispirazione ambientalista, femminista, non-violenta, antirazzista e antifascista.

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