#challengeaccepted femminicidio turchia
Fonte: Engin_Akyurt via Pixabay

È nata come una catena dal messaggio prorompente e in poco tempo si è diffusa in tutto il mondo. “Accetti la sfida? Fermeremo il femminicidio amandoci l’un l’altra” – una proposta da cui è originato l’hashtag #challengeaccepted, diffuso in rete per far luce sulla violenza di genere e per non dimenticare le vittime di femminicidio in Turchia. Presto su Instagram – il social network che deve il suo successo alla condivisione di immagini – è comparso un muro di foto in bianco e nero, su cui figurano anche scatti di celebrities occidentali.

Il femminicidio in Turchia sembra essere ancora un affare privato: la violenza contro le donne e i delitti d’onore sono questioni all’ordine del giorno e non rare eccezioni. Uno degli episodi più recenti riguarda Pınar Gültekin, studentessa 27enne probabilmente uccisa dal suo ex fidanzato geloso, che prima l’ha strangolata e poi ha cercato di bruciarla. Sono note anche le pressioni politiche del governo, guidato dal Presidente Recep Tayyip Erdoğan, per giungere all’abrogazione della Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, che vincolerebbe gli Stati al perseguimento dei trasgressori, colpevoli di aver commesso violenza domestica. Basato su un concept visivo e virtuale, l’hashtag #challengeaccepted è diventato molto presto popolare su Instagram, raccogliendo l’adesione di centinaia di donne oltre i confini turchi. La sfida, infatti, prevede la pubblicazione di una foto della proprietaria dell’account in bianco e nero, con annesso hashtag e tag alla persona che l’aveva coinvolta, attraverso questo messaggio:

«I was careful to choose who I think will meet the challenge, but above all who I know who shares this type of thinking, among women there are several criticisms; instead, we should take care of each other. We are beautiful the way we are. Post a photo in black and white alone, written #challengeaccepted and mention my name. Identify 50 women to do the same, in private. I chose you because you are beautiful, strong and incredible. Let’s ❤️ each other!» / «Sono stata prudente nella scelta di chi, secondo me, sarà all’altezza della sfida, ma soprattutto di chi so che condivide questa visione, considerando che tra le donne ci sono diverse critiche; dovremmo, invece, prenderci cura l’una dell’altra. Siamo belle così come siamo. Pubblica una foto in bianco e nero, scrivi “sfida accettata” e taggami. Individua 50 donne che facciano lo stesso, in privato. Ho scelto te perché sei bella, forte e incredibile. Amiamoci ❤️ l’un l’altra!»

Una sfida monocromatica per non dimenticare le vittime di femminicidio in Turchia

#Challengeaccepted the guardian femminicidio
Fonte: We will stop Feminicide – beelzeboobz via theguardian.com

Sebbene non sia certo del tutto originale chiedere alle persone di aderire ad una campagna sociale attraverso la pubblicazione di foto in bianco e nero (nel 2016 l’aveva già proposto una campagna contro il cancro), #challengeaccepted – riproponendo la maniera in cui le prime pagine dei giornali raffigurano le vittime di violenza – ha riscontrato un grande successo perché ha fuso insieme il mondo digitale e reale dando vita ad una call-to-action in cui, scegliendo di essere protagoniste di uno scatto, ci fosse anche l’adesione a principi e valori comuni. Altri hashtag come #İstanbulSözleşmesiYaşatır o “Enforce the Istanbul Convention” hanno semplicemente accompagnato marce e manifestazioni in giro per il paese, reclamando il diritto a non vedersi private di un documento che difende le donne e che, per ironia della sorte, era stato siglato proprio in Turchia.

«La sfida fotografica in bianco e nero e il movimento #challengeaccepted non è iniziato in Turchia, ma le donne turche hanno scatenato l’ultima serie di foto perché siamo preoccupati di ritirarci dalla Convenzione di Istanbul. Ogni giorno, dopo la morte di una delle nostre sorelle, condividiamo fotografie in bianco e nero e manteniamo vivo il loro ricordo» – ha dichiarato Fidan Ataselim, segretario generale del comitato promotore della campagna We Will Stop Femicide. Per fare chiarezza sull’entità del fenomeno, la giornalista Ceyda Ulukaya ha reso graficamente il numero dei femminicidi in Turchia dal 2010 al 2015 posizionandoli su una mappa. In sette anni, sono state uccise 1.964 donne e circa 474 soltanto nel 2019. Ciascun femminicidio ad opera delle figure maschili di prossimità: padre, fratello, figlio, fidanzato, marito, amante e rispettivi ex.

mappa femminicidio in Turchia
La mappa dei femminicidi in Turchia dal 2010 al 2015.

#WomenSupportingWomen non è una moda

Jennifer Aniston, Eva Longoria e persino Ivanka Trump hanno accettato la sfida e seguito il trend, manifestando la propria “solidarietà femminile” e, probabilmente, perdendo di vista il messaggio originale veicolato da #challengeaccepted, invitando al sostegno elettorale o ringraziando le proprie madri per averle messe al mondo. Man mano che la sfida si è occidentalizzata, le donne turche hanno smesso di utilizzare hashtag come #kadınaşiddetehayır e #IstanbulSözleşmesiYaşatır. Forse, è ingiusto privare le ideatrici di uno strumento gratuito e accessibile, indebolendo la forza del messaggio per trasformarlo in una moda passeggera, per narcisismo, per negligenza e soprattutto per pura apparenza, perché dimostrarsi sensibili alle cause fa bene allo spirito e rinvigorisce l’immagine – permettendo all’utente di posizionarsi, di fidelizzare e di innescare il meccanismo di follow/unfollow tra i seguaci. La giornalista e conduttrice televisiva Nigella Lowson, per esempio, si è scusata per non essersi informata prima di postare (“Ho appena scoperto che questa sfida aveva originariamente lo scopo di attirare l’attenzione sul crescente numero di omicidi di donne in Turchia, e sono mortificata di non averlo saputo quando ho postato. Ora mi sembra inopportuno, e difficilmente si adatta alla grave e terribile questione del femminicidio. Mi scuso“).

Senza dubbio, la rete è un ottimo canale per la diffusione di campagne sociali e di sensibilizzazione su temi molto delicati, non soltanto per fare informazione, ma come strumento di autodeterminazione politica, anche grazie alle sue caratteristiche intrinseche di vettore che non conosce limiti e confini. Tuttavia, controllare i risvolti di un messaggio lanciato nell’etere potrebbe essere molto difficile, perché – per lo stesso principio – non ci sarà nessun giudice a valutarne la liceità di adesione e appropriazione: un’accurata discriminazione degli “aventi diritto” rischierebbe di minare l’obiettivo iniziale della campagna, cioè creare rumore mediatico e visibilità attorno a un tema sul quale la politica dovrebbe interrogarsi e, soprattutto in questo caso, invitare le donne a credere nella sorellanza per non obbligarsi al silenzio di fronte alle violenze. Non sarà un hashtag a cambiare il mondo, ma merita rispetto chi vive quotidianamente sulla propria pelle una sfida per la sopravvivenza.

Sara C. Santoriello

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