Helin Bölek, morire di politica ai tempi del Coronavirus in Turchia
Fonte: ANF News

La bara di Helin Bölek è stata trasportata in spalla da alcune donne che indossavano la mascherina contro il contagio da Coronavirus. La bara di legno era molto leggera, perché Helin Bölek, da morta e negli ultimi giorni da viva, pesava trenta chili. Aveva 28 anni.
Dal 2012 fino al tre aprile scorso, il giorno in cui si è spenta, Helin Bölek è stata la cantante dello Grup Yorum, collettivo musicale turco nato nel 1985 dalla voglia di alcuni universitari di suonare e cantare le storie di ribelli e persone impegnate nella lotta per la libertà. Ci sono riusciti per 35 anni, producendo 25 album. Fino al 2016, l’anno in cui Recepp Tayyp Erdogan ha deciso che molti di quegli artisti facessero parte del Fronte Popolare di Liberazione Rivoluzionario (DHKP-C), un gruppo di ispirazione marxista leninista considerato come terrorista dalla Turchia, dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, e facendone arrestare alcuni e vietando al Grup Yorum di suonare ancora.

Le indagini sui componenti del collettivo musicale arrestati, tuttavia, non hanno mai prodotto prove concrete della loro appartenenza al gruppo terroristico. Era vera, invece, e lo è ancora, la determinazione di questi artisti nel denunciare gli abusi del regime turco. Molti di loro lo stanno facendo attraverso lo sciopero della fame e Helin Bölek, con i suoi 288 giorni di digiuno, è la nuova vittima di questa protesta contro Erdogan.
Helin Bölek è morta affinché al suo Grup Yorum venisse consentito di tornare a suonare, affinché i blitz della polizia nei luoghi di Istanbul frequentati da lei e dai suoi compagni (blitz in cui l’attrezzatura del gruppo musicale veniva distrutta) cessassero insieme alle violenze e agli arresti subiti dagli artisti del collettivo. Durante il funerale della giovane cantante la polizia turca ha lanciato lacrimogeni nel cimitero e arrestato otto dei presenti. 

Nel suo libro “La Fame”, Martin Caparros scrive: «Lo sciopero della fame è un modo di esercitare violenza contro sé stessi perché altri – il potere, lo Stato – si assumano la responsabilità di quella violenza» e che «Un vero tiranno risponderebbe a uno sciopero della fame con una risata o neanche quello». Ed Erdogan, rispondendo col silenzio, non risponde allo sciopero della fame di alcuni suoi cittadini. Neanche quello, appunto. E così Helin Bölek si è spenta. Un tiranno, un boia che non si ferma neanche durante la pandemia da Coronavirus. Un boia con il quale molti Stati, tra cui quello italiano, intrattengono stretti rapporti di natura economica e militare con il commercio di armi.

Pochissimi tra giornali e organi di informazione hanno parlato della morte di Helin Bölek e questo deve stupire. Deve stupire perché se da una parte è vero che tutto il mondo è impegnato nella lotta al Coronavirus e nella narrazione di questo difficile momento, non si può tralasciare ciò che succede negli altri Paesi al di là della pandemia, perché significa che, in realtà, non vi è alcuna solidarietà tra Stati. Significa, anzi, che questi sono intrappolati per loro stessa volontà all’interno delle loro quattro mura e che l’isolamento – anche mediatico – di alcuni fenomeni permette a qualcuno di reprimere in maniera molto più dura e al riparo da tutto, con il resto del mondo distratto da qualcos’altro.

Decidere di morire a 28 anni, decidere di farlo con lo sciopero della fame, in un momento in cui si rischia – come non mai – di non essere ascoltati, di passare in sordina, deve far sentire in debito l’umanità intera. E tutto ciò che possiamo fare è ricordare Helin Bölek e il suo sacrificio quando il mondo starà lì a dire “ce l’abbiamo fatta” e non più “ce la faremo”, affinché il mondo non sia più come prima ma migliore, migliore per davvero.
Perché se voler tornare alla quotidianità significa voler tornare a essere esattamente come prima – distratti, noncuranti delle sorti e dello sfruttamento delle persone e del pianeta -, saremo tutti ancora più in pericolo e la libertà, la solidarietà, l’impegno politico e sociale cantati dallo Grup Yorum non potranno che essere il canto lontano di un’umanità che rischia di andare perduta per sempre.

Giovanni Esperti

Greenpeace

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