rivalità tra donne
"Blick ins Unendliche" (Guardare nell'infinito), Ferdinand Hodler (1913-14). Kunst Museum, Winterthur (Svizzera)

«C’è un posto speciale all’inferno per le donne che non aiutano le altre donne»: Madeleine Albright, ex segretaria di Stato Usa sotto la presidenza Clinton, pronunciava spesso questa frase durante gli eventi istituzionali. Un monito forte che suona anche come un invito, per ricordare che la rivalità tra donne è una componente che ostacola la conquista di una di per sé faticosa parità di genere. Albright avverte perché in prima persona ha vissuto la fortuna e, al contempo, lo stigma di emergere: una donna che assume ruoli di vertice è guardata con diffidenza e fastidio da alcuni uomini. Ma anche da alcune donne.

Il termine aminemiche – che deriva dall’inglese frenemies e rappresenta quel rapporto ambiguo di affetto e amicizia misti a odio e antagonismo – è diventato un tema pop, riproposto da film e serie tv, ed è più ricorrente nella rappresentazione delle relazioni tra donne. Questa ambivalenza di alcuni rapporti al femminile è legata da un lato dall’appartenenza di genere, dall’altro da abitudini e convenzioni sociali.

Donne alfa e donne beta

In una società ancora improntata a schemi a misura d’uomo e nella quale la donna è spesso considerata “figlia di” e, crescendo, “moglie di” un uomo, assumere ruoli storicamente riservati ai maschi costa fatica. Per ritagliarsi il proprio spazio alcune donne sono disposte a barattare l’opportunità di emergere con il costo di lasciare le altre indietro. «Quando pensiamo a maschilismo e patriarcato dobbiamo pensare a una struttura sociale che è sostenuta non solo da maschi, ma anche da femmine» – sostiene Fulvia Signani, sociologa di genere all’Università di Ferrara. «Alcune donne non sono consapevoli di essere esse stesse portatrici di stereotipi» – dice.

Così emerge la differenziazione tra donne alfa e donne beta, analogamente agli uomini. Si tratta di un’analisi che prende le mosse dall’etologia e dagli studi sui primati: «Le donne alfa sostengono gli uomini alfa – prosegue Signani – per avere vantaggi non altrimenti ottenibili e, così, accettano che la struttura sociale sia e rimanga asimmetrica, con altre donne che hanno meno chance di emergere».

Un altro aspetto da considerare nella rivalità è che, per avere successo e dimostrarsi all’altezza dei ruoli di responsabilità, le donne tendono ad assumere atteggiamenti e comportamenti “maschili”: «Se per secoli le posizioni di rilievo nella società, nelle istituzioni sono state assunte dagli uomini – dice Signani – le donne apprendono da loro come arrivare al potere e conservarlo: così, ad esempio, alcune si dimostrano indifferenti e poco empatiche rispetto a situazioni di difficoltà che coinvolgano le proprie colleghe o dipendenti».

La sindrome dell’ape regina

In un circuito che si autoalimenta, i gender bias nutrono la rivalità tra donne. Uno studio inglese, condotto in ambito accademico, ha individuato la sindrome dell’ape regina (queen bee syndrome), ossia l’atteggiamento ipercritico delle docenti nei confronti delle studentesse, a parità di merito e rendimento rispetto ai colleghi maschi. Si tratta di comportamenti innescati dall’esperienza personale: queste donne sono state vittime di stereotipi e hanno dovuto fare il doppio dei sacrifici degli uomini per conquistare e mantenere una posizione lavorativa. La conseguenza naturale è che la stessa fatica venga pretesa dalle studentesse a inizio carriera.

La colpa, però, non è delle “api regine”: è dura essere consapevoli e superare gli stereotipi pervasivi all’interno della società. Signani sottolinea che il problema è educativo: «Non siamo sufficientemente consapevoli di quanto incida nella nostra vita la socializzazione primaria: norme, abitudini, modi di dire e di pensare che apprendiamo sin da piccoli, senza il sostegno di una vera educazione alle diversità di genere».

Uno studio consapevole delle differenze di genere per creare nuove forme, più sane, di collaborazione tra e all’interno dei sessi potrebbe migliorare la situazione: una road map globale, che parta dalla promozione dell’empowerment femminile nelle scuole e sin dall’infanzia, è una delle proposte avanzate durante l’ultimo G20. Per il momento, come suggerisce Signani, «se ne può uscire condividendo una cultura comune dell’analisi degli effetti di genere, capendo effettivamente cosa significa gestire i ruoli sociali e le asimmetrie di genere».

Se i movimenti femministi hanno tratto la loro forza dalla sorellanza – quel sentimento di reciproca solidarietà tra donne che si basa sulla coscienza di partire da esperienze e condizioni di vita e sociali comuni, legate al genere di appartenenza – la rivalità tra donne è un perfetto esempio di auto sabotaggio: guerra tra simili e lastrico perfetto della strada per l’inferno.

Raffaella Tallarico   

5 x mille Survival
Calabrese per nascita e formazione. Mi sono laureata in Giurisprudenza e scrivo di confusione politica e sociale, italiana ed internazionale.

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