
Salvatore Toscano ha esordito con un romanzo che colma un vuoto: Gli stupidi e i furfanti è un dialogo tra l’autore e noi, è un racconto su un evento straziante che riesce a superare il patetico e a diventare un romanzo pieno di entusiasmo per il presente e per il futuro.
Gli stupidi e i furfanti: la trama
Chi vive oltre i 40 anni? Gli stupidi e i furfanti.
A scriverlo è stato Dostoevskij nel suo romanzo “Memorie dal sottosuolo”.
Gli stupidi e i furfanti (Baldini+Castoldi, 2024) è il primo romanzo di Salvatore Toscano. Di lui sappiamo che è nato nel 1978, che vive a Pomigliano d’Arco, che ha scritto un breve saggio su David Foster Wallace – Infinite Loss, e che è un grande fan di Antonio Moresco – per cui ha curato la postfazione di Diario del caos.
La sinossi: Gli stupidi e i furfanti è un romanzo anomalo, indefinibile. Uno stravagante diario segreto. La cronaca di un implacabile conto alla rovescia che può condurre alla morte o alla rinascita. Una lunga, lancinante lettera d’amore. Un’orazione funebre pronunciata dopo troppi anni di colpevole ritardo. Il racconto di una voce che combatte per riemergere dal silenzio. Il tentativo di appropriarsi, attraverso decine di canzoni, libri, film e opere d’arte che punteggiano la narrazione, di una sintassi necessaria per dire ciò che appare indicibile. Un attestato di fede nelle capacità salvifiche della scrittura. Salvatore sta per compiere la stessa età che aveva suo padre quando è morto: questo insolito appuntamento con il destino lo spinge a ripercorrere gioie e sofferenze del passato, a rievocare una storia troppo a lungo rimossa. Il curioso scherzo del calendario lo induce ad attraversare, con nostalgia e spirito analitico, con impegno ossessivo e candore, l’infinita gamma delle emozioni che costellano la propria esistenza, dall’infanzia all’età adulta, per scoprire che «il lato farsesco della vita non è in contraddizione con il lato epico, che possiamo essere ridicoli e al contempo eroici». Scritto in una lingua giocosa ma chirurgica, concreta e a tratti poetica, condito da improvvise accensioni liriche e accostamenti inaspettati che innescano microscopiche epifanie, Gli stupidi e i furfanti ci mostra che quando la letteratura cala il suo scandaglio nelle zone più profonde dell’io può avvenire la magia: ciò che sembra irrimediabilmente personale diventa universale perché nelle pieghe più intime della vita di un singolo essere umano riverbera l’esistenza di noi tutti. “Salvatore Toscano ha fatto tanta strada prima di partire, viene da molto lontano. Questo spiega la magia di un romanzo pieno di pieni entusiasmanti che descrivono lo strazio di un vuoto.”
Che romanzo è questo romanzo? Un libro densissimo, innanzitutto, pieno di citazioni letterarie, di musica, di film, di personaggi famosi, ma anche di vita vera, malattie, amore, senso di frustrazione, angoscia per il tempo che passa.
Il tempo che passa, i giorni che scorrono. Punto centrale di questo libro. Il protagonista del romanzo, che coincide con l’autore, supera il concetto del tempo. Questo è un countdown: arrivare all’età del padre quando è morto. E arrivarci cercando di trovare le risposte alle domande: ci somigliamo? Era felice? Come sarebbe stato se?
Morire a 40 anni. Salvatore Toscano ha contato i giorni di vita suoi e i giorni di vita del padre. La differenza? Una manciata di giorni. Che non possono racchiudere una vita, ma che diventano un momento di riflessione. O un avvertimento. Da questo momento in poi sei solo. Solo, senza nessuno a cui dare la colpa, senza nessuno a cui chiedere ma sto facendo bene, senza un ordine – perché, alla fine, la vita non ha un ordine, non segue alcuna regola. Diventi adulto e tuo padre invecchia; è così che dovrebbe essere. Dovrebbe, appunto.
E invece arriva la morte. Arriva. Come la pioggia, come la neve, come un mal di testa, anzi no, perché la morte è arrivata così all’improvviso che ha spiazzato tutti e tutte. Chi se lo aspettava.
Per 30 anni Salvatore ha scelto di non parlarne. Poi, l’urgenza di dire le cose: non è un romanzo di consolazione, è un romanzo rompighiaccio. Alla soglia dei 40 anni conti chi è rimasto, chi è andato via, chi è sparito, chi sono quelle persone con cui non parli da anni. Disturbante questa specie di resa dei conti dei tuoi primi 40 anni.
E decidi di buttare fuori tutto, scrivendo. E scrivi, quando nessuno ti vede, quando i pensieri si affollano, quando stai per esplodere perché – forse – queste cose che stai scrivendo avresti voluto dirle a 15 anni. Le dici adesso, da adulto, ti manca un pezzo, lo dici alla persona amata – in realtà lo stai dicendo a tuo padre. E a noi che leggiamo.
Gli stupidi e i furfanti è il diario di un orfano. Di una persona che prova a stare in piedi, nonostante tutto. Salvatore Toscano fa un elenco di cose inutili ma assolutamente indispensabili: i libri, i film, la musica. Parla di passato e lo proietta nel presente. Com’è la vita quando ti manca uno specchio in cui immaginarti: ma io sarò così, da grande?
La memoria non sempre è verità. Anzi. Però provare a ricordare, a mettere insieme i pezzi, serve a mettere un po’ di ordine nei cassetti della vita dove tutto si è accumulato in maniera disordinata. Va bene così. Non vogliamo risolvere i dubbi della vita, vogliamo solo rompere gli argini.
Quattro domande – intervista a Salvatore Toscano
1) Il tuo romanzo è un racconto sul dolore, ma non parla di dolore, almeno non lo fa in maniera “classica”. Il dolore vecchio, che conosciamo, che sappiamo gestire, che è quasi una coperta di Linus per la sofferenza, è il modo che abbiamo per sfuggire al dolore nuovo?
Immagino che a volte possa succedere che le persone usino le vecchie sofferenze già note, in qualche misura più affidabili, rese innocue dal tempo, per disinnescare le nuove. A me è andata in maniera diversa. In realtà il mio dolore passato non lo conoscevo, non avevo mai affrontato la morte di mio padre ‒ avvenuta durante la mia infanzia ‒ e le sue conseguenze, l’ho tenuta a distanza di sicurezza per almeno trent’anni. Se mi è consentito usare una formula che suona ridicolmente solenne: la mia coperta di Linus era l’oblio.
Ora che ci penso, scrivere Gli stupidi e i furfanti mi ha fatto procedere in direzione opposta: ho usato il dolore nuovo, scatenato da una storia d’amore finita male, per risvegliare il dolore vecchio. Sono stato così imbecille da saldare dolore vecchio e dolore nuovo: alla fine si sono alleati e moltiplicati, mi hanno bastonato lungo tutta la stesura del libro. Ecco: gli scrittori sono molto meno furbi di quanto crediamo.
2) Io mi trovavo a mio agio in quel silenzio. Lo ha scritto Moresco, l’hai fatta tua questa frase. Perché?
Ti faccio notare che hai tagliato una singola parola che è la più esplosiva in quel contesto: “invece”.
Io invece mi trovavo a mio agio in quel silenzio. Questo è l’incipit di un libro, Gli esordi di Antonio Moresco, che io considero un capolavoro. Si tratta di un incipit unico: è un po’ come Alex che guarda direttamente in macchina, e quindi negli occhi dello spettatore, all’inizio di Arancia meccanica di Kubrik.
“Io invece” è una violazione di ogni galateo letterario, una dichiarazione di guerra, forse addirittura il tentativo disperato, donchisciottesco, di smentire tutto ciò che era stato scritto prima, di contraddire l’intera storia della letteratura.
Io invece… Chi altro oserebbe cominciare un romanzo così?
Aggiungo che credo di essere nato già vecchio: da sempre amo più il silenzio che il rumore. Da sempre mi trovo a mio agio nel silenzio. Ricordo che una ventina di anni fa mi sono identificato molto con il narratore di Ninna nanna di Palahniuk che quando veniva infastidito dai rumori provenienti dagli appartamenti dei vicini di casa diceva: “Questa gente che ha bisogno di tenere accesa la televisione o la radio sempre e comunque. Questa gente terrorizzata dal silenzio. Eccoli, sono i miei vicini. Questi suonodipendenti. Questi silenziofobi”.
3) È da 32 anni che mi alleno a vegliare, scrivi. Cosa significa per te “vegliare”, come scrittore e come uomo?
Sai, io sono astemio. Ero quello che ascoltava gli sproloqui degli amici ubriachi, quello che teneva la fronte a chi vomitava, quello che il giorno dopo poteva ricostruire con lucidità tutto ciò che era accaduto… Insomma, se in Una notte da leoni ci fosse stato uno come me tra i
protagonisti, avrebbero capito subito dov’era finito Doug: il che mi rende una persona davvero noiosa, ne sono consapevole.
Diciamo che per me lo scrittore è il designated driver, quello che resta sobrio e si offre di guidare per un gruppo di amici e amiche che decidono di non porsi limiti o freni.
Vegliare significa questo: prendersi cura degli altri, dedicare il proprio tempo, la propria dedizione, a un’attività solitaria e apparentemente inutile ‒ che oggi sembra quasi fuori dal tempo ‒, nel tentativo di riportare a casa, se possibile illesi, altri esseri umani. Per certi versi è
un’assurdità perché tra gli scrittori ci sono sbandati, farabutti, irresponsabili, imbroglioni, narcisisti, insicuri cronici, megalomani, alcolizzati (il che rende la metafora che sto usando sempre più inopportuna), eppure è anche a loro che dobbiamo affidarci, perché in modi imprevedibili e
sghembi ‒ parlo degli scrittori veri, delle scrittrici vere, non delle mille pippe insulse che infestano il mercato editoriale ‒ rintracciano ed elaborano forme di verità e bellezza capaci di illuminare un pezzo della strada che tutti noi siamo destinati a compiere.
Chiedo perdono per questo delirio così ingenuo ed enfatico: il punto è che ci credo sul serio…
Da quando è morto mio padre, quasi tutte le notti, prima di mettermi a letto, mi fermo ad ascoltare il respiro di mia madre che dorme, controllo che sia ancora viva, anche se non ho idea di come dovrei comportarmi se scoprissi che qualcosa non va: vegliare per me è anche continuare a fare una cosa insensata come questa.
Ci tengo a chiarire che essere il designated driver non è una fuga dalla vita, non è una strategia per tenermi in disparte e mettermi al sicuro: è il mio modo di partecipare, di affondare le mani nel reale o nell’immaginario, di pedinare il senso nascosto delle cose. Chi scrive deve accettare il pericolo senza lasciarsi paralizzare: per lo più si guida sulle montagne russe mentre gli altri sonnecchiano ubriachi e felici.
4) Arriviamo al finale: è la storia tua e di tuo padre. C’è la vita e c’è la morte. La memoria, vera o presunta. Fare i conti con il passato per vivere il presente. Com’è stato il presente del Salvatore bambino e quello del Salvatore adulto?
Spero che dal libro si capisca che non ho alcuna attrazione feticistica per la sofferenza, anzi: sono stato un bambino sfacciatamente felice grazie ai miei genitori, a mia nonna, agli zii e alle zie, alle decine di cugini e cugine con cui sono cresciuto. Avevo un’indole introversa ed ero
patologicamente timido, ma questi tratti caratteriali non implicano una condanna definitiva all’infelicità: magari l’adolescenza non è stata un pranzo di gala, ma quanti sono riusciti nell’acrobazia di schivare un’adolescenza di merda?
Temo che il Salvatore adulto non esista e non esisterà mai. E se devo essere sincero, adesso mi sta bene così: da quando ho scoperto l’amore per la letteratura, intorno ai quindici anni, mi sembra di essere tornato bambino, di aver lentamente riconquistato l’infanzia che la morte di mio padre aveva interrotto. Considero Gli stupidi e i furfanti ‒ non a caso il mio romanzo di esordio ‒ l’atto finale di quella riconquista: scrivendo mi sono ripreso ciò che il lutto mi aveva sottratto.
È a quel bambino che voglio affidare il mio futuro: so che leggerà quintali di libri bellissimi e so che scriverà, ciò che resta sono faccende da adulti di cui poco mi importa… La sorpresa è questa: il designated driver ha solo otto anni.
Questo romanzo è una lunga lettera al padre ma anche a sé stesso. Salvatore Toscano ha aspettato il momento giusto per raccontarci questa parte di vita che è riuscita, a volte bene a volte meno bene, a esorcizzare la morte.
Valentina Cimino
















































