campagna vaccinale

Non è più un mistero che la campagna vaccinale italiana anti-Covid-19 stia facendo fatica a decollare. Dopo un buon inizio, gli ormai noti ritardi nella distribuzione delle dosi da parte delle aziende fornitrici – in particolare, Pfizer e Biontech – hanno causato un forte rallentamento della campagna. A complicare ulteriormente le cose è sopraggiunto il problema che uno degli altri vaccini attualmente disponibili – quello di AstraZeneca – non è raccomandato per gli over 55. Le notizie degli ultimi giorni sembrano tuttavia suggerire che la distribuzione delle dosi sia destinata a riprendere il suo normale andamento. In particolare, Pfizer e Biontech hanno annunciato di aver avviato la produzione del proprio vaccino anche in un altro stabilimento in Germania, mentre l’OMS ha consigliato la somministrazione del vaccino AstraZeneca anche agli over 65.  

Eppure, nonostante le recenti notizie positive, qualcosa ci fa pensare che ulteriori ritardi potrebbero registrarsi anche in futuro, e stavolta a prescindere da un nuovo eventuale ritardo nelle consegne. Con le imminenti approvazioni di nuovi vaccini prodotti da nuove aziende e la regolarizzazione dei tempi di consegna, si renderà necessario procedere infatti ad una celere vaccinazione di massa che riguardi l’intera popolazione. Per far fronte a tale esigenza, il Governo ha adottato un piano di vaccinazione che desta però perplessità soprattutto dal punto di vista organizzativo.

Un piano governativo che non convince

Un piano fatto di progetti, architetti, simboli, bandi. Tutti incomprensibili quanto inutili step che stanno precedendo la messa a punto di un sistema idoneo a fornire in maniera celere ed efficace il vaccino a tutta la popolazione. In altre parole, un piano vaccinale partito con il piede sbagliato. La maggiore preoccupazione è legata all’utilizzo di strutture inidonee in termini di grandezza e di funzionalità a garantire una rapida vaccinazione di massa.

Ma andiamo con ordine. In seguito alla pubblicazione di un bando lo scorso 20 gennaio, il Governo ha invitato le aziende a presentare le loro offerte per la realizzazione di appositi padiglioni adibiti alla somministrazione del vaccino. A tali padiglioni è stato dato persino un nome: le primule. La primula è infatti il simbolo della comunicazione del piano vaccini ed è il fiore che darà la forma a tali padiglioni, in linea con un progetto ideato dall’architetto Stefano Boeri. Eppure, aldilà dell’inevitabile tenerezza suscitata da un centro vaccinale con la forma di un fiore, l’impressione è che la campagna vaccinale impostata dal Governo possa condurre a dei seri ritardi per svariati motivi.

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Le primule progettate dall’architetto Stefano Boeri.
Fonte immagine: artribune.com

A cominciare dalle dimensioni delle primule: diametro di 20 metri, superficie complessiva di 315 metri quadrati, con appena 6 postazioni dedicate all’iniezione del vaccino. Insomma, ci si potrà vaccinare in sei alla volta. Per di più, i padiglioni saranno dotati di una sala d’attesa alquanto piccola (40mq), il che comporterà inevitabilmente assembramenti e code all’interno ed all’esterno delle strutture. Inoltre, il bando ha per ora previsto la realizzazione di appena 21 padiglioni su tutto il territorio italiano. Numero che se non aumentato significativamente in futuro – il Governo ha promesso la realizzazione di circa 1200 padiglioni – appare assolutamente insufficiente a garantire un andamento rapido ed efficace della campagna di vaccinazione di massa.

Se a ciò si aggiungono i potenziali ritardi che potrebbero caratterizzare la costruzione e la messa a punto dei padiglioni, la situazione che ci attende appare – visto che siamo in tema – non delle più rosee. In proposito, va infatti notato che molte Regioni stanno opponendo resistenza alla realizzazione delle primule, indicate come fonte di spreco di risorse e di tempo.

Padiglioni pieni… stadi vuoti

In effetti, la domanda, sollevata dalla maggior parte delle Regioni, è la seguente: perché ricorrere ad una procedura così articolata e complicata, ed alla costruzione di padiglioni minuscoli ed inidonei a garantire una celere vaccinazione di massa, quando sulla maggior parte dei territori regionali vi sono delle strutture completamente inutilizzate e che potrebbero garantire molta più rapidità grazie alle loro dimensioni? Il riferimento, oltre ai vari palazzetti dello sport, piscine, palestre, è soprattutto agli stadi di calcio. Con l’accesso ai tifosi ormai interdetto da tempo e l’improbabilità di garantirlo nei prossimi mesi, le strutture calcistiche potrebbero essere messe a disposizione delle autorità sanitarie per velocizzare la campagna vaccinale così come per evitare pericolosi assembramenti tra le persone in attesa di ricevere l’iniezione.

Non è un caso che gli altri paesi stiano seguendo questo suggerimento. In Inghilterra, il Tottenham ha messo a disposizione il proprio stadio come hub per la somministrazione del vaccino. Analogamente, la Federcalcio inglese ha autorizzato il servizio sanitario nazionale ad utilizzare l’immenso stadio di Wembley per la stessa finalità. Stesso discorso per il Barcellona e il suo Camp Nou, l’enorme stadio con una capacità di accoglienza di quasi 100.000 spettatori. Mentre in Francia, al Marsiglia è sembrato addirittura “ovvio” mettere a disposizione il proprio stadio (il Vélodrome) per la campagna di vaccinazione. Ma la notizia che più di tutte ha attirato l’attenzione viene dagli Stati Uniti, che una volta tanto valgono come esempio da seguire: la Lega nazionale di football (NFL) ha espressamente invitato il neopresidente Joe Biden ad utilizzare i 30 stadi delle varie squadre di football come centri di vaccinazione. Un esempio che la Lega Calcio e le altre associazioni sportive nazionali potrebbero senza dubbio seguire, prima ancora di pensare di riaprire gli stadi ai tifosi vaccinati.

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Lo Yankee Stadium di New York è stato trasformato in un centro vaccinazioni.
Fonte immagine: psam.uk.com

Ciò garantirebbe, oltre che una seria accelerazione nella somministrazione del vaccino, un considerevole risparmio economico, considerando che la progettazione e la realizzazione dei padiglioni costerà fior di quattrini all’Italia. I primi 21 padiglioni costeranno 8 milioni di euro. Qualora il Governo dovesse mantenere la promessa e portare il numero dei padiglioni a 1200, il costo potrebbe arrivare a mezzo miliardo di euro. Una cifra esorbitante persino superiore alla spesa affrontata sinora per le dosi di vaccino e che fa rima con triste sperpero di risorse pubbliche.

Insomma, mentre lo scontro tra Regioni e Governo sull’utilità delle primule continua, ci si chiede quanto siano realmente utili queste strutture sanitarie ad hoc. Le perplessità tecniche ed economiche sono evidenti, specie se si pensa alle numerose strutture sportive inutilizzate presenti sul territorio nazionale. Quel che è certo, è che ancora una volta l’Italia deve guardare all’estero per trovare la possibile risposta ai propri problemi interni.

Amedeo Polichetti

fonte immagine in evidenza: www.sportmediaset.mediaset.it

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