
Ci sono artisti che passano una vita intera a puntellare le proprie certezze, a costruire cattedrali di suoni che resistano all’usura del tempo. E poi c’è Cecilia. La cantautrice e arpista torinese sembra mossa da un’urgenza opposta, quasi scientifica nella sua crudeltà poetica: quella di mappare un mondo, abitarlo fino a saturarne l’aria e poi, infine, appiccare il fuoco. Se con “Guest” (2015) avevamo esplorato l’ospitalità delle sue stanze, con “Cupid’s Catalogue” (2019) avevamo assistito alla catalogazione dei sentimenti, è nel passaggio attraverso l’EP “Debauchee of Dew” (2023) che abbiamo compreso quanto la sua scrittura si stesse facendo selvatica, intrisa di quella rugiada letteraria che anticipa un freddo più intenso.
Oggi, con “Edelweiss Eulogy“, Cecilia porta a compimento questo processo di spoliazione. Il disco, registrato in presa diretta presso Laredo Music da Dario Mecca Aleina con Fabio Rizzo, non è solo un album: è un rito di congedo. È un universo minimale che nasce nella pupilla dell’autrice, sgretolandosi nota dopo nota, brano dopo brano. Non c’è artificio digitale che tenga di fronte alla tensione nuda di un organico da camera che si muove come un predatore attorno ai suoni di arpa e voce. È quello che lei chiama “harp-core“, un territorio di confine dove la disciplina del Conservatorio si sporca con la polvere delle praterie americane e la verticalità delle Alpi.
Attraverso nove tracce che sanno di ghiaccio e distacco — dalla vastità inaugurale di “Praire” alla rarefazione finale di “Vapor” — veniamo trascinati in un rifugio fatto di fiori rari nati tra le rocce, memorie che evaporano non appena proviamo a toccarle. Non è un disco consolatorio; è il racconto di un’apocalisse intima, di un sogno che si scioglie lasciando dietro di sé solo amore e una quiete assoluta, quasi tagliente.
Cecilia, benvenuta ai microfoni di Libero Pensiero! “Edelweiss Eulogy” si presenta come un elogio funebre a un mondo interiore. Spesso l’arte serve a rendere immortali le cose, tu invece hai scelto di raccontarne la distruzione. Perché hai sentito l’esigenza di celebrare la fine di questo universo-rifugio anziché provare a preservarlo?
«Il mondo interiore che descrivo, che cerco di decostruire è, in parte, un’evasione e, in parte, un meccanismo di protezione dal tratto quasi infantile: un “altrove” in cui mi sono rifugiata, ma che non sempre mi ha permesso di essere presente a me stessa quanto avrei voluto. Celebrarne la fine è un tentativo di preservare la versione di me che mi è stata utile finora, per fare spazio alla vita adulta che mi auguro di vivere, sia in ambito musicale che personale.»
Nel 2023, con “Debauchee of Dew”, ti muovevi tra le suggestioni di Emily Dickinson e un’ebbrezza quasi rugiadosa. In “Edelweiss Eulogy” sembra che quella rugiada si sia ghiacciata o sia, addirittura, evaporata del tutto. Che filo conduttore esiste tra il passato recente di Cecilia e la genesi di brani come “Fortune Friend” o “Gifts”?
«Emily Dickinson, con l’esempio della sua vita fruttuosa seppur ritirata, è stata per me una fonte preziosa di ispirazione, nonché sostegno negli ultimi anni; musicare le sue poesie è stato un gioco per ingannare l’attesa, un modo per amplificarne la voce. Quando scrivo i miei testi sono infinitamente più terrena; l’idea di custodire lo spazio della composizione come qualcosa di segreto e intimo mi aiuta profondamente.»
Sei una cantautrice che ha scelto uno strumento monumentale e complesso come l’arpa per fare del folk-pop contemporaneo. In brani come “Serpentine Summer” o “She’s the Flower”, come convivono la scrittura del testo e l’esigenza fisica dello strumento? Cecilia, chi guida la narrazione in questo disco: la voce o la corda?
«Suono l’arpa da quando ero bambina: è l’unico strumento che mi permette di mettere da parte l’esigenza fisica. Il fatto che sia uno strumento raro, dall’aspetto imponente rappresenta, in realtà, un grande vantaggio, uno spazio di estrema libertà. L’umanità canta accompagnandosi con le arpe da millenni: lo percepisco come un gesto ancestrale, una concordanza spontanea.»
Hai coniato il termine “harp-core” per definire il tuo approccio. In episodi dai titoli evocativi come “Drunk and Sentimental” o “Her Finger Fair”, quanto c’è di viscerale e crudo? Quanto, invece, resta del bagaglio accademico di Cecilia?
«Considero il bagaglio accademico come una cassetta degli attrezzi: ciò che conta davvero è quello che decidi di costruire. Lo studio intacca la visceralità o la verità solo se l’unico obiettivo è primeggiare. Mi sento fortunata perché ho sempre avuto un ottimo rapporto con la pratica musicale e con l’arpa. Mi sono stati risparmiati i tormenti della competitività.»
Il disco si chiude con “Vapor” e la constatazione che, dopo il sogno, resta solo una quiete senza ricordi tangibili. Cosa rimane a te, dopo aver registrato questo album in presa diretta, di quel mondo-rifugio che hai deciso di abbandonare definitivamente?
«Mi sento una Cecilia più leggera, aperta a una nuova fase, decisamente più coraggiosa. Penso di essere riuscita a trovare un modo di fare musica che mi somigli di più. Spero vivamente che questo processo di ricerca non si interrompa mai; mi auguro di invecchiare continuando a suonare, sempre e per sempre.»
Vincenzo Nicoletti
















































