Atwood ancella
Fonte immagine: https://www.sorrisi.com/tv/serie-tv/cosa-vedere-streaming-questa-settimana-handmaids-tale-e-bordertown/

“Il racconto dell’ancella” è un romanzo distopico nato dalla tagliente penna di Margaret Atwood nel 1985 che mette insieme una serie di scelleratezze nate da dittature di tempi e luoghi differenti. La Atwood ambienta la narrazione in un futuro prossimo, in cui la Terra è piegata in due per l’inquinamento radioattivo. Per cercare di salvare il salvabile, gli stati decidono di sospendere ogni attività bellica e di iniziare a interessarsi della loro politica interna. Ma nel nord America un golpe segna l’inizio di una teocrazia totalitaria di ispirazione biblica vetero-testamentaria, la Repubblica di Gilead, che ha rovesciato il governo degli Stati Uniti.
Le leggi sono rigide e disumane e vogliono far tornare in auge un sistema fortemente patriarcale per far fronte al problema più grande: l’arresto delle nascite.

Il romanzo dell’ancella di Margaret Atwood nasce come una testimonianza di una donna che da libera cittadina si ritrova catapultata in un incubo in cui veste i rossi panni dell’ancella Difred. Il lettore si trova immischiato in un vero e proprio dialogo con la donna che ci fa scoprire passo dopo passo tutto l’incubo che sta vivendo. Si tratta di un primo romanzo dalle fattezze psicologiche, tagliato sull’occhio e sull’emotività di un osservatore che non vede via d’uscita.

Le ancelle sono degli uteri con le gambe. Giovani e fertili, vengono assegnate alle famiglie che non riescono ad avere bambini e vengono private anche del loro nome. Durante il giorno della cerimonia devono giacere con il comandante (subendo quindi uno stupro sistematico) sdraiate tra le gambe della moglie di turno che le tiene i polsi. Questa pratica barbara sarebbe il frutto della malata reinterpretazione del passo della Genesi 30,1-4, in cui Rachele, vedendo che non le era concesso di procreare figli a Giacobbe, decise di far unire il marito con la sua serva Bila che avrebbe poi partorito tra le sue ginocchia.

Difred soffre per la vita che le è stata strappata via e per tutti i suoi cari che non rivedrà mai più. Ricorda la sua esistenza da ragazza superficiale e la sensazione di confort che le dava idratarsi con creme costose. Ricorda anche i primi campanelli d’allarme che l’avvertivano della fine del suo mondo perfetto, quella vita che, in fondo, prima non sembrava poi così tanto esaltante. Difred ci racconta con i suoi monologhi l’importanza di quella libertà che ogni giorno diamo per scontata, affronta la gradualità con cui può esserci tolta, un percorso paradossalmente macchiato da un’iniziale ma allarmante indifferenza collettiva, che sfocia nella tragedia e in inesorabili punti di non ritorno.

Margaret Atwood delinea la psicologia di un condannato rinchiuso nella sua gabbia di timori e di paranoie, ma che nutre una serie di speranze probabilmente irrazionali. A Gilead tutto è reinterpretabile, una parola sbagliata può segnare la tua fine: gli Occhi possono essere chiunque, verranno a prenderti quando meno te l’aspetti e ti condanneranno a morte. Questo continuo claustrofobico silenzio, unito al turbinio di pensieri di Difred, comunicano quella sensazione di colpevolezza irrazionale e immotivata che aleggia negli antri più oscuri e confusionari del Processo di Kafka.

Nel 2017 Bruce Miller ha ideato la serie tv statunitense The Handmaid’s Tale notando tutto il potenziale che c’era dietro Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood. Questo lavoro ha riesumato dopo anni il romanzo distopico rendendolo un caso mediatico e un simbolo della lotta contro ogni tipo di dispotismo. Con la variazione del medium si rivoluziona anche la modalità narrativa. Quel silenzioso e privato viaggio nella mente della nostra ancella Difred diventa ora un racconto corale e collettivo che, spalmato su una struttura episodica, concatena eventi, persone, interazioni, in un andamento ciclico che vuole dare allo spettatore quel quid per divorare un episodio dopo l’altro.

Bruce Miller parte dagli ami lanciati dalla Atwood, dal brusio di sottofondo che Difred riusciva ad avvertire al supermercato o dal suo amante Nick e li evolve svelandoci il mondo di Gilead senza mezzi termini. I punti di vista si moltiplicano e abbiamo la possibilità di entrare nella mente anche di chi Gilead l’ha creata. In cima emblematicamente abbiamo proprio una Moglie (Serena Joy Waterford) che ha rinunciato a tutto per suo Marito, che si è vista poi mettere da parte, schiacciata dalla nascente forza del patriarcato. Una donna colta e bellissima, ma debole per le sue estreme e fanatiche convinzioni religiose. È una donna che all’inizio ha lasciato fare, ma poi la sua fede vacilla, forse perché il mondo che hanno costruito è davvero solo un inferno.

La visione de il Racconto dell’ancella, con tutti i suoi esempi di azione/reazione sembra rispondere alla stereotipa domanda “cosa accadrebbe se ritornasse Hitler?” Quanto ognuno di noi riuscirebbe a fare la sua parte e come si muoverebbe il mondo per contrastare questa estrema minaccia? Il movimento di rivolta, che nel romanzo era stato solo accennato, qui diventa il fulcro della narrazione e crea un dinamismo centripeto che va a sostituire l’ansia che davano le pagine della Atwood con i suoi fiumi di parole mai pronunciate ad alta voce. La serie tv si spinge continuamente oltre la linea di limite, le ancelle lottano costantemente, vociferano, si allenano con le Marte dando vita ad una serie di colori che nel romanzo sembrava non potessero neanche essere pensati.

Sulla scia della polifonia di Bruce Miller, Margaret Atwood ha lavorato sul seguito del Racconto dell’ancella e, da settembre 2019, è disponibile “I testamenti”. Il modus operandi non cambia rispetto all’opera precedente: siamo di nuovo di fronte a delle testimonianze scritte. Ma la Atwood questa volta lavora su tre personaggi, aggiungendo un ulteriore tassello al quadro. Il medium narrativo cambia ulteriormente in quanto si sta parlando di una riscrittura di un prodotto televisivo. Comunichiamo con l’interiorità di donne impaurite e\o machiavelliche, ma ad un certo punto le loro storie si intrecciano, così da mostrarci un orizzonte ampio e complesso, un viaggio emotivo e psicologico, ma anche dialettico e composito.

Margaret Atwood ci dà il punto di vista di Zia Lydia che, presentata come una fanatica religiosa nella serie tv, ora, con più spazio per la sua voce, è una donna che sì vive una religiosità opprimente, ma che ha soprattutto scelto di non morire, dopo torture fisiche e psicologiche di vario genere. Gilead è il compromesso per sopravvivere, istruire ogni ancella alla fede è la strada per diventare un personaggio eminente e riottenere la propria dignità, ormai fatta a pezzi. Ancora una volta siamo di fronte ad un personaggio che ha lasciato fare, che dopo la caduta di Gilead sarà suo malgrado dalla parte dei cattivi. È quel profilo che nel Sistema periodico” Primo Levi descriveva come un buon vicino, un uomo superficiale ma di buone maniere e al contempo egoista e incapace di lottare per qualsiasi tipo di ideale. Il tedesco che un giorno ti ghettizzava, l’altro ti salutava felice perché ormai la dittatura era finita.

Un altro punto focale de I Testamenti è il tema dell’istruzione e della conoscenza. Agnes e Jade sono sorelle, ma sono cresciute una a Gilead, una in Canada. Jade è una normale ragazzina piena di sogni nel cassetto. Agnes è convinta di essere il sesso debole ma è soddisfatta della sua purezza. Margaret Atwood ci delinea con loro la seconda generazione di Gilead, di come la dittatura si instaura nella mente di una ragazzina che non ha mai vissuto altro che quello, del senso di ripugnanza che avverte nei confronti della sessualità, di come invece gli uomini pensano di avere il diritto di far di lei quello che vogliono. Qualcosa non va, lo avverte, ma cosa? È possibile cercare di ottenere qualcosa di cui non se ne conosce l’esistenza?

Alessia Sicuro

Condividi
Articolo precedenteCaso Whirlpool: i sindacati possono ancora sopravvivere?
Articolo successivo“Attenti ai lupi” di Ruowang in piazza Municipio, salvaguardano l’ambiente
Avatar
Laureata in lettere moderne e laureanda alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here