James Hillman, «Saggio su Pan»: archetipi, esperienza panica e sessualità
Jan Brueghel - ''Pan e Siringa'' (VeniVidiVici)

Lo psicoanalista, saggista e filosofo statunitense James Hillman pubblicò nel 1972 il suo radicale, esegetico e introspettivo Saggio su Pan. Dunque, James Hillman, partendo dalla psicoanalisi junghiana, evidenziò nel suo saggio la necessità d’una riscoperta degli antichi miti greci, in particolar modo focalizzandosi sulla figura e sull’immagine del dio-capro Pan in quanto presenza costante che albergherebbe in ogni individuo e, a tal riguardo, ne analizzò le manifestazioni mediante una fenomenologia pulsionale, erotica, onirica e istintiva delle esperienze umane.

L’obiettivo principale del saggio fu quello di dimostrare mediante una prospettiva archetipica, immaginale e filologica, l’essenzialità d’un modello policentrico – costituito da differenti nuclei divini che scalpiterebbero all’interno dell’animo del soggetto – in antitesi al coattivo monocentrismo figlio della tradizione giudaico-cristiana ormai in costante erosione. Difatti, secondo James Hillman già Hölderlin e Nietzsche enfatizzarono il desiderio e il bisogno vitale d’un ritorno all’antica Grecia e, a tal proposito, l’uomo contemporaneo avrebbe avuto l’enorme opportunità di coltivare ambiti psicologici che gli avrebbero consentito di riconnettersi con le proprie arcaiche radici naturali e culturali. Tali radici ataviche, smarrite nel corso della storia, sarebbero gli archetipi.

Il lessema archetipo deriverebbe dal greco antico e significherebbe immagine originale, forma preesistente e primitiva d’un pensiero. Il concetto d’archetipo fu però un’intuizione dello psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung che individuò negli archetipi le forme primarie dell’esperienza umana generatesi durante la genesi della coscienza. Dunque, sarebbero forme condivise dall’umanità e sedimentatesi nell’inconscio collettivo.

Pertanto, James Hillman, proseguendo le ricerche di Jung, sposta il focus psicoanalitico-epistemologico su due elementi: l’archetipo e l’anima. La vita psichica si strutturerebbe in conformità alle dinamiche tra le dominanti archetipiche. Infatti, gli archetipi sarebbero alla radice della mitologia, mentre i miti sarebbero le figure mediante cui si sprigionerebbe l’energia dell’anima dei singoli esseri viventi nel solco del percorso ontogenetico.

In più gli archetipi, in quanto matrici della vita psichica, sarebbero l’origine sia dei processi psicopatologici che dei conseguenti processi di cura, seguendo il principio alchemico secondo cui il simile guarisce il simile (similia ac similibus curantur). In virtù di ciò, nel Saggio su Pan si evidenziarono le assidue manifestazioni del dio-capro Pan nelle esperienze individuali del soggetto, dietro i cosiddetti fantasmi della psicopatologia. Giacché l’individuo parteciperebbe della natura, in quanto suo funzionario inconsapevolmente dedito alla sua preservazione, s’evinse che Pan abiterebbe il soggetto e lo dominerebbe attraverso le pulsioni, perciò comprendere a fondo questo aspetto renderebbe quest’ultime governabili, in caso contrario l’individuo stesso le subirebbe e quindi ne sarebbe vittima.

Ragion per cui, stando a James Hillman, affinché il dio Pan possa guarire i deliri individuali bisognerebbe riscoprire uno sguardo che dia la possibilità di tradurre e assimilare le immagini e le narrazioni archetipiche d’un’antica «sapienza pagana» ormai inaccessibile e obliata, che per molto tempo la tradizione filosofica e teologica occidentale ingiustamente screditò mantenendo un saldo pregiudizio contro le sue effigi (phantasia) prediligendo a quest’ultime le astrazioni del pensiero e consolidando, di conseguenza, un’egemonia scientista e censoria.

Scrisse Nietzsche: «Hanno inventato un aldilà per meglio calunniare l’aldiquà».

In alternativa la psicologia archetipica, ai fini d’una reale comprensione umanistica, tracciò un suo percorso ermeneutico dal sintomo-simbolo sino alla sua matrice archetipica che – mediante il linguaggio della personificazione dio-uomo – potesse condurre alla guarigione, alla conoscenza del Sé e all’equilibrio dinamico delle proprie forze inconsce. Quindi nel continuum processuale e relazionale tra mente, corpo e mondo, la «regressione peculiarmente greca» ricercata e auspicata da James Hillman comporterebbe un repentino ritorno alla natura, in prossimità della madre terra e del proprio Sé, evitando de facto mediazioni ideologiche e riscoprendo così il valore benefico e immediato dell’immaginale e dell’istintuale.

James Hillman
Pan
James Hillman (bibliofilosofiamilano – WordPress.com)

«Non siamo macchine pensanti che si emozionano, ma macchine emotive che pensano». (António Rosa Damásio, L’errore di Cartesio).

James Hillman, Saggio su Pan: genealogia del pulsionale e del perturbante

James Hillman nel suo vibrante saggio, partendo dalle opere del filologo classico Wilhelm H. Roscher, si sofferma anzitutto sulla definizione che il mito greco fornisce di Pan, ossia «dio del tutto/della natura». Poiché il pantheon greco è interamente costituito da divinità dalle facezie e dagli aspetti naturali se ne deduce non solo che la religione mitologica ellenica è essenzialmente una religione naturale, ma anche che il termine «natura» è polisemantico; James Hillman fa prontamente notare che afferisce a non meno di sessanta nozioni divergenti. Tuttavia dal momento che nel mito s’identifica la metafora in quanto espressione figurata dell’inesprimibile, è di per sé bastevole constatare la genealogia e l’iconografia del dio-capro per carpirne il primordiale nucleus di mitologemi che lo caratterizzano.

James Hillman
Pan
Arnold Böcklin – Pan tra colonne (Falsi d’autore)

I lessicografi del mito individuano almeno venti origini differenti del dio Pan. In primis, la sua ascendenza paterna muta di volta in volta: Zeus, Urano, Crono, Apollo, Odisseo, Ermes, i pretendenti di Penelope. In secundis, la sua ascendenza materna è altrettanto fosca, però lo storico delle religioni Károly Kerényi nella sua opera Dèi ed eroi della Grecia reinterpretando l’Inno omerico a Pan, mostra un Pan abbandonato sin dalla nascita a causa del suo orribile aspetto da sua madre Driope, ninfa della quercia, che successivamente viene ritrovato e avvolto in una pelle di lepre (animale particolarmente sacro ad Afrodite, Eros, Selene e al mondo bacchico) da suo padre Ermes (ciò evidenzia l’elemento mercuriale e criptico presente in Pan), il quale lo conduce sul Monte Olimpo dove viene accolto da tutti (dal greco antico pan) gli dèi con somma gioia; in particolar modo da parte di Dioniso. Quindi gli dèi scrutando con estremo favore l’infante dalle gambe, dalla barba e dalle corna caprine, lo considerano come un dono per il divino; scoprono così d’avere un’affinità con lui: l’immagine mitica di Pan li riflette tutti.

Dunque, il fascio archetipico entro cui Pan è immesso fa sì ch’egli personifichi solo ciò ch’è completamente naturale, impersonale, oggettivo e inesorabile. Un tale modus existendi trascende il giogo umano delle finalità: le esperienze instintuali, nella loro pre-logicità, sorgono da un fattore scatenante innato, sono un urgere ineluttabile della natura, rimandano a un inafferrabile spirito ctonio. È, pertanto, palese che la genealogia di Pan sia oscura, così come lo è l’origine dell’istinto.

Non a caso, il luogo originario del satiro zufolaio è l’Arcadia, ovvero un locus amoenus tanto fisico quanto psichico, infatti, secondo le narrazioni egli vive selvaggiamente nelle forre, nelle caverne, nelle fonti d’acqua sorgiva e nei boschi; giammai nei villaggi o nei templi edificati. Perciò il suo spirito può sorgere spontaneamente in qualsiasi luogo e la sua voce spaventosa riecheggia nell’animo angosciato di chi lo avverte. È costretto all’autoerotismo per via della sua bruttezza ed è affetto da ninfomania, intesa come una vera e propria ossessione per le ninfe che perseguita senza remore. Secondo James Hillman tutto ciò rimanda metaforicamente ai recessi della sfera interiore in cui risiede l’impulso, ossia gli arcani interstizi della psiche da cui affiorano bramosia e panico.

Dunque, Pan è un dio-capro e tale configurazione di natura-animale s’identifica con la natura simboleggiando un qualcosa d’irsuto, itifallico, errante e caprigno. Ragion per cui questa natura di Pan non combacia con una rappresentazione idilliaca, dove ritrovare pace e serenità, bensì rimanda a una natura divenuta bruciante e opprimente. Ciò scaturisce dall’odore pungente del suo pelo caprino, dalla sua turgida erezione, dalla sua pulsionalità e dalla sua perniciosità; come se le forze primigenie e arbitrarie e l’inquietante mistero della natura fossero racchiusi in quest’unica entità silvestre.

Pan è il dio dei pastori e dei campi, il dio dei pescatori e dei cacciatori, è infine un dio condannato a una maledetta esistenza nomadica laddove la sua forma demoniaca trasforma il concetto «natura» in un immediato schock psichico, ed è perciò responsabile della paura, del panico, dell’incubo, della masturbazione, della violenza sessuale e degli attacchi epilettici.

Cosicché s’evince che l’esperienza di Pan sfugge al controllo del soggetto volitivo e della sua psicologia egoica anche laddove l’io è massimamente risoluto e disciplinato. L’origine etimologica della parola «panico» deriva per l’appunto dal nome del dio-capro Pan. Tale senso di terrore improvviso che fa piombare il soggetto in uno stato d’incoscienza e di irrazionale paura subentra quando Pan indomabilmente irrompe nel campo psichico con una forza inusitata, battendo lo zoccolo con veemenza al ritmo effrenato del suo flauto. Dunque, ogni comportamento istintuale automatico attiva due polarità opposte in cui continuamente si muove: genera paura, come reazione di lotta/fuga, altresì stimola la masturbazione o il sesso, come avvolgente azione copulativa e liberatoria ma ne scaturisce anche un senso d’angoscia. Dunque, proprio quando scricchiolano le cristallizzazioni dell’auto-inibizione, Pan esplica la sua raison d’être, il suo potere, e così valica qualsivoglia barriera razionale e penetra nella vita psichica dell’individuo che difatti ritorna repentinamente e violentemente a immergersi nella totalità dell’esistenza.

James Hillman
Pan
Dio Pan (Lidia Fontanella – WordPress.com)

Secondo James Hillman ciò rispecchia la credenza pre-scientifica tipicamente ellenica secondo cui l’agire umano, in particolare quello parossisiticamente anormale, sarebbe dettato dalla possessione da parte di forze eteronome: divinità, dáimōn, coboldi, ninfe e via discorrendo. Pertanto, giacché l’uomo è, in primo luogo, un artefice di immagini e la stessa sostanza psichica è formata da immagini, queste entità non sono altro che forme immaginali di forze istintuali, naturali, che agiscono sull’uomo stesso.

«Jung nelle sue inedite Seminar Notes, discute in alcuni il problema della paura […] La paura, in quanto è uno dei modelli istintuali di comportamento, in quanto partecipa della «saggezza del corpo» ci offre una connessione con la natura (Pan) eguale alla sessualità o all’aggressione […] Essere senza paura, privi di angosce, invulnerabili al panico, significherebbe perdita dell’istinto, perdita di connessione con Pan. […] ogni complesso che produca panico è la via regia per smantellare le difese paranoiche. Questa è la via terapeutica della paura. Conduce fuori dalle mura della città, in aperta campagna, la campagna di Pan». (James Hillman, Saggio su Pan).

La perturbazione panica, la paura, come poche altre forze, possono guidare l’individuo alienato verso la propria salvezza e verso la costante e connaturata auto-trascendenza. L’influsso di Pan – mediante il linguaggio degli opposti – fa così intrecciare brutalmente due strutture irrelate di coscienza: comportamento e fantasia. L’individuo così scandaglia le remote latebre della propria mente e ascolta maggiormente le proprie emozioni e propri istinti dimodoché si esaudisca quell’insopprimibile desiderio di consapevolezza e di autorealizzazione.

James Hillman
Pan
Arnold Böcklin – Spring Evening (Artesplorando).jpg

Nonostante tutto, Pan è anche un dio benevolo giacché attraverso l’orrore che scatena tenta di preservare le strutture di coscienza, se ciò non avvenisse la coscienza riflessiva rischierebbe d’essere sopraffatta e violata da quel medesimo mondo fisico che elabora e riflette. Dunque, il richiamo di Pan è totalizzante perché è il richiamo della natura: è un senso globale di richiamo della naturalità, dell’essere umano nella sua accezione più biologica. È la vita (biòs) che sovrasta la mente (psyche), per ritrarla dal suo costante ragionare, dal suo pensare e dal suo vano tentativo paranoico di comprendere e dominare tutti gli elementi. Tale esperienza è del tutto trans-psicologica e, difatti, l’irruzione del potere numinoso diviene nient’altro che un meccanismo psichico che rende conscio l’inconscio all’io, frammentatosi nella costante coazione. In conclusione, il lavoro dell’opus contra naturam (processo di deformazione) fa emergere l’enigma del «cuore dell’uomo» all’interno del più vasto enigma della natura. Secondo James Hillman e la psicologia archetipica è questo il modo privilegiato per accedere alla conoscenza dell’anima.

«Socrate: O caro Pan, e voi altre divinità di questo luogo, datemi la bellezza interiore dell’anima e, quanto all’esterno, che esso s’accordi con ciò che è nel mio interno». (Platone, Fedro)

Il cristianesimo e la morte del dio Pan

L’immaginario cristiano medievale ha sin da subito associato la figura pagana di Pan a quella diabolica e tentatrice di Satana. Pan in quanto antropomorfizzazione di tutta la natura e in quanto estensione estetico-cognitiva d’un comportamento naturale innato e dialettico, rappresenta il dio d’un mondo a-morale e di selvatichezza, della disinibita sessualità e della promiscuità panica. Ciò ha causato, nei secoli, una rimozione del complesso culturale, folkloristico e simbolico che afferisse a Pan dalla psiche collettiva europea poiché in netto contrasto con i dogmi del culto ufficiale giudaico-cristiano. Pertanto, la cosiddetta morte di Pan e la conseguente mistificazione dei suoi predicati sostanziali, messa in atto dall’élite sacerdotale, ha assicurato una più longeva vita al messia biblico: Gesù Cristo.

Dunque, siffatta spoliazione simbolica e rimozione psichica ha fatto sì che fosse solo la coscienza del peccato e dell’indotta inibizione a mediare tra natura e cultura, così come ha scritto Jung: «Gli dèi sono diventati malattie». L’introiezione dell’autorità ha fatto sì che l’eretico dio-capro Pan venisse epurato ma ciononostante non è stata estirpata la sua spinta pulsionale, il derivante processo di sublimazione e soprattutto la sua eredità terrificante e primitiva poiché, al netto d’ogni moralismo, tutto ciò sempre riaffiora e inesausto si perpetua.

«Un grido percorse la tarda antichità: ”Pan, il grande è morto!” narra Plutarco nel Tramonto degli oracoli; tuttavia il detto è divenuto esso stesso oracolare, fino a significare molte cose per molte persone in molti tempi. Una cosa fu annunciata: la natura era stata privata della sua voce creativa. Essa non era più una forza indipendente e vivente di generatività. Ciò che aveva avuto anima, la perdette; o andò perduta la connessione psichica con la natura. Morto Pan, anche Eco morì; non potemmo più catturare coscienza riflettendo entro i nostri istinti. Questi avevano perduto la loro luce e caddero facilmente nell’ascetismo, seguendo come un gregge senza ribellione istintuale il loro nuovo pastore, Cristo, con i suoi nuovi mezzi di direzione. La natura cessò di parlarci – oppure non fummo più capaci di udirla. La persona di Pan il mediatore, come un etere che avviluppava invisibile tutte le cose naturali di significato personale, di lucentezza, era scomparsa. […] Quando l’umano perde la connessione personale con la natura personificata e l’istinto personificato, l’immagine di Pan e l’immagine del Diavolo si mescolano. Pan non morì mai, dicono molti commentatori di Plutarco, egli venne rimosso. Perciò, come è stato affermato più indietro, Pan ancora vive, e non soltanto nell’immaginazione letteraria. Egli vive nel rimosso che ritorna, nelle psicopatologie dell’istinto che si fanno avanti, come indica Roscher, innanzitutto nell’incubo e nelle qualità erotiche, demoniache e paniche a esso associate. L’incubo, quindi, offre veramente la chiave per riavvicinare la natura per noi perduta e morta. Nell’incubo la natura rimossa ritorna, così vicina, così reale che non possiamo non reagire a essa naturalmente, divenendo cioè interamente fisici, posseduti da Pan, gridando per avere luce, conforto, contatto. La reazione immediata è l’emozione demoniaca. Siamo ricondotti all’istinto dall’istinto». (James Hillman, Saggio su Pan).

Gianmario Sabini

Sono nato il 7 agosto del 1994 nelle lande desolate e umide del Vallo di Diano. Laureato in Filosofia alla Federico II di Napoli. Laureato in Scienze Filosofiche all'Alma Mater Studiorum di Bologna. Sono marxista-leninista, a volte nietzschiano-beniano, amo Egon Schiele, David Lynch, Breaking Bad, i Soprano, i King Crimson, i Pantera, gli Alice in Chains, i Tool, i Porcupine Tree, i Radiohead, i Deftones e i Kyuss. Detesto il moderatismo, il fanatismo, la catechesi del pacifismo, l'istituzionalismo, il moralismo, la spocchia dei/delle self-made man/woman, la tuttologia, l'indie italiano, Rosa Chemical e Achille Lauro. Errabondo, scrivo articoli per LP e per Intersezionale, suono la batteria, bevo sovente per godere dell'oblio. Morirò.

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