I social media tra gerarchie algoritmiche e pratiche di resistenza

La nostra vita quotidiana è oggi profondamente organizzata da ciò che potremmo chiamare “una grammatica algoritmica dell’abitudine”: l’ambiente digitale è un’intelaiatura del reale che rimodella i gesti, le emozioni, i modi di abitare lo spazio e il tempo in quanto condizioni di esistenza umana. Nel mondo contemporaneo, i social media formalizzano e organizzano la comunicazione interpersonale, offrendo modalità semplificate di espressione e partecipazione: un “mi piace”, una condivisione, una story diventano forme codificate per esprimere presenza, consenso, interesse. I social media si configurano così come spazi di produzione delle soggettività in cui l’identità è negoziata, perfomata, sperimentata pubblicamente attraverso un processo di riconoscimento simbolico. Sono forme ritualizzate di interazione che permettono di gestire la complessità delle relazioni umane contemporanee, oltre ogni confine spazio-temporale. L’intento qui proposto non è quello di riflettere su se i social siano “buoni” o “cattivi”. In quanto realtà, l’urgenza è quella di metterne in luce le trame di potere e di comprendere le modalità attraverso cui le strutturiamo e veniamo da esse strutturate, così da rendere possibile un ripensamento dei modi in cui abitiamo il territorio digitale.

Le coordinate dell’identità digitale

Il contesto all’interno del quale si inseriscono i social media è segnato da una duplice tensione: da un lato, l’erosione dei sistemi valoriali tradizionali e delle appartenenze stabili; dall’altro, la crescente spinta a costruire un’identità sempre più definita, coerente e riconoscibile. In questo scenario, l’ambizione di dare forma a un sé compiuto e determinato riflette una precisa traiettoria culturale, che tende a concepire l’identità come entità determinata piuttosto che come processo fluido e in divenire. I social, con le loro logiche performative e classificatorie, si pongono come strumenti ideali per l’attuazione di questa visione, amplificando la pressione a rendere codificabile il proprio sé entro griglie riconosciute di senso e legittimità. Alla luce di ciò, non si può prescidere da una considerazione dei meccanismi psico-cognitivi e delle dinamiche gerarchizzanti che i social media mobilitano e rinforzano.

Il ruolo dei social media nel processo di anestesia emozionale

Sature di stimoli multiformi che raggiungono le nostre reti neuronali prima ancora di essere pronti ad accoglierli, i social media non sono più concepibili come spazi marginali e neutrali di sospensione, poiché oggi si configurano come agenti primari di riconoscimento e socializzazione. Si tratta di forme sociali che assumono le sembianze di macchine semiotiche di cattura, ecosistemi simbolici densi di sollecitazioni che modellano i corpi e gli affetti. Franco Bifo Berardi definisce il processo di mutazione estetica e cognitiva in cui siamo immersi nei termini di una riduzione del tempo di vicinanza erotica, un’affettività meccanica, ansiosa, che si traduce in una sensibilizzazione fobica al corpo dell’altro. In questo contesto, la contrapposizione ad opera dell’economia capitalistica del piacere, ridotto a mera accumulazione di proprietà, di visibilità, e dell’etica, depotenziata e costretta nelle morse della legge e della norma astratta, è decisiva.

La rete di automatismi tecno-cognitivi in cui siamo immersi finisce per renderci stanchi di essere e impossibilitati a supporre l’esistenza della mente e dell’emozionalità dell’altro. Al di là dei contenuti delle persone che abbiamo potuto conoscere in carne e ossa, ciò che nel social viene richiesto è di interpretare i segni che provengono dall’altro organismo ignorandone il retroterra emozionale e l’intenzionalità affettiva. All’interno di questa cornice, il cyberbullismo emerge come una delle forme più manifeste di tale disumanizzazione. La distanza simbolica tra chi agisce e chi subisce consente al soggetto agente di sospendere il riconoscimento morale dell’altro come persona. La violenza, verbale o psicologica, viene esercitata sui social media come se fosse priva di conseguenze reali, quasi in un gioco performativo che premia l’aggressività con visibilità e consenso.

Vivere l’infosfera tra iperstimolazione e deflazione del soggetto

La formattazione del sistema cognitivo e percettivo in ambiente connettivo e digitale ha una funzione fondamentale in questo processo di progressiva anestesia e mutazione libidinal-culturale. Le soglie dell’attenzione si abbassano e i ritmi di ricezione accelerano: tende a scomparire il tempo di meditazione senza stimolo, l’introspezione, il pensiero, il tempo disponibile per l’attenzione alle forme del vivente. Il desiderio e la sua soddisfazione vengono inghiottiti dalla semio-stimolazione virtuale, lasciando spazio a forme di solitudine psicotica e depressiva. Nell’epoca della grande accelerazione tardo-capitalista dell’infosfera, la mente umana si trova sopraffatta dall’immensa complessità che essa stessa ha contribuito a generare.

La pressione costante di un flusso incessante di stimoli info-neurali supera irreparabilmente la capacità di elaborazione conscia ed emotiva. Ne deriva un regime in cui la sovrabbondanza di particelle materiali sub-visibili si diffonde in modo virale, disarticolando definitivamente il controllo volontario sul reale. In questa situazione di accelerazione degli stimoli, di catastrofe ambientale e di moltiplicazione dei conflitti, la mente umana diventa incapace di elaborare il mondo circostante. Contemporaneamente, si manifesta l’auto-costruzione dell’automa cognitivo: un sistema globale interconnesso, costituito da intelligenze artificiali e dispositivi di sorveglianza privi di soggetto, che si autogenera e si autoalimenta. Questo automa non è che il frutto della condizione di costante connessione dissociata, sintomo della deflazione del soggetto.

Il corpo sociale tra habitus digitale e omologazione algoritmica

Ciò che il sociologo francese Bourdieu definiva come habitus, ossia quel sedimentarsi lento di disposizioni attraverso l’esperienza incarnata, oggi si ricrea nei social media attraverso il calcolo predittivo dell’algoritmo. Quest’ultimo non è un’infrastruttura comune che regola in maniera identica l’esperienza sociale per tutti i suoi utenti. Al contrario, esso si plasma in modo differenziale e progressivo, selezionando, predicendo e rafforzando sulla base di ciò che l’utente ha già guardato e apprezzato. Ne deriva un ambiente altamente personalizzato, dove si è esposti in maniera sempre più insistente a una logica di prossimità ripetitiva, che trasforma la timeline in uno spazio an-estetico di autorassicurazione.

Tale architettura adattiva lavora così come un habitus digitale, un dispositivo che premia la linearità identitaria, favorisce il rafforzamento dell’idea di una soggettività monolitica mediante la reiterazione meccanica di contenuti personalizzati, l’interruzione della continuità dell’apprendimento situato e l’introduzione di una razionalità astratta, opaca, al limite paradossale tra sovraindividuale e iperindividuale. Paul B. Preciado evidenzia come i corpi online vengano performati secondo protocolli di visibilità normativi, producendo una coreografia del quotidiano che standardizza posture ed emozioni. In questo gioco di specchi, la figura dell’influencer assume il ruolo di intermediario simbolico, introducendo un modello di autovalutazione fondato sulla statistica, in cui l’individuo misura la propria autostima in base alla risposta algoritmica ricevuta.

Polarizzazione del dibattito politico

Anche la politica subisce questa ristrutturazione. La sfera pubblica, così come delineata da Habermas, si è progressivamente riconfigurata in ambiente digitale: l’accessibilità immediata, la velocità della circolazione dei contenuti e la natura orizzontale delle piattaforme social hanno difatti contribuito ad abbattere le tradizionali mediazioni istituzionali, rendendo possibile una partecipazione più ampia e, almeno in apparenza, più democratica. Il più ampio accesso al discorso politico è però affiancato da una progressiva radicalizzazione che vede il consenso costruirsi attraverso metriche che premiano le posizioni più estreme, sintetiche, provocatorie e polarizzanti. La complessità del dibattito politico viene così compressa in contenuti da consumo rapido e gli stessi soggetti politici si trasformano in brand. Nel contesto italiano, ad esempio, Matteo Salvini incarna particolarmente questo fenomeno: l’utilizzo costante e mirato dei social media gli ha permesso infatti di costruire un’identità pubblica fondata su elementi di semplificazione comunicativa, mediante una narrazione svuotata di ogni profondità critica e un linguaggio diretto, informale, populista, costruito per generare consensi e polarizzazione.

Orizzontalità e gerarchizzazione nei social media

I social media, in questo scenario, vanno a costituire una dinamica relazionale ambivalente. Ci promettono connessione, ma rendono possibile una socialità iperfrequente a bassa intensità, saturando il nostro bisogno di riconoscimento in un circuito performativo che ridefinisce i paramentri della validazione sociale. Non si tratta di una perdita dei legami, ma di una riconfigurazione del loro svilupparsi secondo logiche dove il valore è direttamente proporzionale al livello di visibilità. Ogni utente ha accesso a contenuti sempre più affini al proprio ecosistema critico, così da favorire la creazione di una bolla all’interno della quale regna l’assenso e l’omogenizzazione: ne emerge un’identità addestrata a ripetersi, che si consolida nella prevedibilità: l’immaginario, anziché liberare, cattura l’immaginazione.

Benché si presentino come spazi di espressione libera e orizzontale, i social media esercitano oltretutto una censura sistemica e selettiva, guidata da codici normativi non ben dichiarati. Corpi non conformi, sessualità dissidenti e forme di espressione che eccedono lo sguardo dominante vengono sistematicamente oscurati in nome di un’ideologia della “sicurezza” che funge da schermo per un controllo estetico e morale. La visibilità è concessa solo a ciò che conferma l’ordine simbolico vigente; tutto ciò che lo destabilizza viene espunto dal campo del rappresentabile.

L’ambiguità dei social media sta dunque nella loro impostazione orizzontale e al contempo gerachizzante, laddove chiunque ne abbia accesso ha la possibilità di esprimersi, condividere e confrontarsi con i contenuti degli altri utenti, attraverso però una visibilità algoritmicamente indirizzata. L’illusione dell’accesso egualitario maschera una gerarchizzazione radicale dei contenuti e il controllo va a distribuirsi lungo le maglie del desiderio. I bisogni artificiali che la connessione permanente suscita possono essere soddisfatti solo entro le trame di questa stessa connessione. In che modo possiamo allora affrontare queste dinamiche, riconoscendo il nostro ruolo attivo nella costruzione delle stesse logiche che ci governano?

Pratiche, resistenze e immaginari per una nuova ecologia dei social media

Il diritto alla disconnessione può costituire una possibile modalità di decostruzione delle logiche performative proprie dei social media? Sottrarsi alla connessione può senza dubbio rappresentare una forma di resistenza alle logiche di visibilità forzata e all’autoregolazione dell’identità in chiave algoritmica. Tuttavia, disconnettersi è un atto di per sé insufficiente se non accompagnato da una riflessione radicale relativa alle strutture di potere che regolano la visibilità e sbiadiscono i confini tra presenza e rappresentazione, dentro e fuori i social network.

Se il capitalismo digitale ha colonizzato il tempo, l’attenzione e il desiderio, esponendoci a una complessità non elaborabile, occorre pensare a una pratica che non sia soltanto un gesto politico, ma una reazione culturale, estetica e psicologica. Si tratta di riarticolare il nostro modo di abitare i social media, riducendo la distanza tra chi li usa e chi li progetta, e immaginando alternative capaci di riattivare la complessità dell’incontro con l’altro. Una prima pista riguarda la trasparenza algoritmica: rendere l’algoritmo comprensibile e possibilmente modificabile, restituendo all’utente una quota di agency sulla curvatura della propria esperienza, sarebbe già un primo passo per rompere il circolo della ripetizione identitaria e della polarizzazione affettiva. Perché avvenga una riconfigurazione dei modi attraverso cui abitiamo i social network, è necessario inoltre un lavoro culturale e un’educazione ai social che sia più di una semplice alfabetizzazione tecnica. Serve una pedagogia del digitale come pratica situata e semiotica, che aiuti a riconoscere le logiche sottese alle piattaforme, che incentivi una sensibilità critica e una progressiva decostruzione delle narrazioni egemoniche. È fondamentale portare queste riflessioni nei contesti scolastici con l’intento di promuovere un’educazione che metta al centro l’etica dell’interazione, il riconoscimento della differenza, il valore del dissenso.

In parallelo, la creazione di spazi digitali basati su logiche comunitarie orientate all’autogestione e alla sensibilizzazione, mostrano come le piattaforme possano svolgere un ruolo importante in quanto possibili spazi di riappropriazione identitaria. Lì dove germinano comunità alternative, reti di cura, pratiche di resistenza, si intravedono nuove possibilità: le mobilitazioni globali, dai movimenti ambientalisti ai collettivi queer e transfemministi, dalle lotte delle popolazioni autoctone ai cortei studenteschi, sono la dimostrazione di come le piattaforme possano essere attraversate da un’intelligenza collettiva capace di tradursi in azione concreta. Non è una semplice trasposizione online del conflitto, bensì è la costruzione di un immaginario che attualizza il virtuale e il corporeo, il simbolico e il materiale.

La lotta, dunque, non è solo sui contenuti, ma anche e soprattutto sulle strutture rigide che impediscono il mutarne della forma: sulle immagini che ci rappresentano, sui codici che usiamo, sui modi in cui il desiderio viene esternalizzato. Costruire un’estetica dissonante significa sottrarsi all’omogeneizzazione visiva e produrre soggettività che resistano alla cattura. Significa riconoscere l’importanza della condivisione dei vissuti attraverso la costruzione di reti di supporto tali da promuovere la formazione di narrazioni che sfidano il discorso dominante, ma significa anche riconoscere che il problema è strutturale: i social media come li conosciamo sono costruiti per monetizzare l’attenzione e i dati. Finché i modelli di business rimarranno fondati sulla sorveglianza e la personalizzazione estrema, ogni tentativo individuale sarà fragile e parziale. Per questo, l’immaginazione di un’altra ecologia digitale deve affiancarsi a forme pubbliche di regolamentazione delle piattaforme mirate all’incentivazione di software liberi, capaci di rompere il monopolio delle grandi corporation e restituire ai soggetti collettivi il diritto di abitare la rete in modi plurali.

I social media non sono spazi neutrali: abbattendo i vincoli della spazialità e della temporalità, essi riflettono e amplificano le dinamiche di potere, le disuguaglianze socioculturali e accelerano i processi della realtà per così dire in carne e ossa – semmai questa differenza così data abbia ancora ragione di esistere – . Per questo motivo, nel tentativo di contrastare il processo di caosmosi in corso, la bussola può essere la sensibilità, un orientamento che passa attraverso un’armonizzazione neuro-estetica del ritmo del respiro (Berardi, 2023). Si tratta di deformare le attuali coordinate digitali, trasformandole da dispositivi di assoggettamento a strumenti di risonanza, da spazi di controllo a luoghi di relazione.

Mena Trotta

Mena Trotta
Classe 2001, laureata in filosofia e studentessa di antropologia culturale ed etnologia all'università di Bologna. Mi nutro di curiosità, fotografia e parole. Fermamente convinta del potere sovversivo dell'arte, in ogni sua forma.

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