Manifesto dei diritti e dei doveri culturali, il vorrei ma non posso della cultura
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Presentato solo lo scorso 30 novembre a Palermo, già ha sollevato diverse discussioni: si tratta del Manifesto dei Diritti e Doveri culturali, un documento a firma PD che sancisce i diritti e i doveri dei cittadini in merito al loro rapporto con la cultura, intesa, come nella definizione data dallo stesso Manifesto, come quell’elemento della vita dell’individuo che «concorre alla [sua, N.d.R.] formazione […] sul piano intellettuale, emotivo e morale e all’acquisizione della consapevolezza del ruolo che gli compete nella società. La cultura contribuisce altresì alla formazione delle comunità e costituisce l’ossatura relazionale su cui è costruito il nostro vivere sociale. É quindi un patrimonio soggettivo e comune che deve essere tutelato da diritti specifici ai quali corrispondono in modo speculare altrettanti doveri».

Perfettamente in linea, quindi, con quegli articoli della Costituzione Italiana che tutelano il patrimonio culturale, artistico e paesaggistico della nazione, come l’articolo 9; si può dire che il Manifesto dei Diritti e dei Doveri culturali abbia la propria fonte del diritto proprio nella nostra Costituzione, che ponendo le basi del vivere democratico regola i rapporti tra i cittadini anche in materia culturale. È questo il caso anche dell’articolo 33, secondo cui «l’arte e la scienza sono liberi e libero ne è l’insegnamento».

Eppure, il processo di attuazione dei principi della Costituzione è complesso e spesso c’è una grossa distanza tra le idee proposte al suo interno e la realtà. Forse è proprio questo il motivo per cui si è sentita l’esigenza di redigere un Manifesto dedicato solo alla cultura: il patrimonio storico, artistico e culturale italiano è vasto, immenso, e tanti sono i cittadini che ne usufruiscono ogni giorno. Accrescere la consapevolezza sull’importanza delle proprie radici culturali e reclamare i propri diritti in materia è fondamentale, e il Manifesto dei Diritti e dei Doveri culturali mira proprio a questo: «promuovere una cittadinanza partecipe e responsabile per le persone di ogni età, genere e origine attraverso la creazione di consapevolezza dell’esistenza dei diritti e dei doveri culturali», anche quando questo si traduce nella richiesta di leggi appositamente predisposte alla tutela di questi stessi diritti e alla assunzione di responsabilità in materia da parte di che ne ha la facoltà.

Il Manifesto esplicita anche a cosa ci si riferisce effettivamente quando si parla di diritti e doveri culturali: «La categoria dei diritti culturali comprende: i diritti di opinione come la libertà di pensiero […]; il diritto alla tutela e alla conservazione del patrimonio culturale materiale e immateriale, del paesaggio delle comunità di appartenenza; il diritto alla creazione, alla diffusione e alla fruizione partecipata delle espressioni culturali; il diritto all’educazione e alla formazione lungo il corso della vita, il diritto a ricercare, produrre, trasmettere e ricevere informazioni; il diritto alla protezione degli interessi morali e materiali legati alle opere che siano frutto della propria attività creativa». Tra i doveri da parte della collettività, il Manifesto cita la necessità di «dedicare risorse per assicurare l’esercizio dei diritti culturali, garantendo a chi ne invochi la violazione l’accesso a ricorsi effettivi».

Per quanto l’intento sia nobile e lodevole, vi è però un’incongruenza forte, derivante dal fatto che all’interno del Manifesto dei Diritti e Doveri culturali si fa riferimento in modo appena accennato a un problema che coinvolge diverse personalità e figure professionali appartenenti al mondo della cultura. Ci riferiamo ai tanti lavoratori impiegati nel settore culturale e dello spettacolo che non vedono riconosciuta la propri dignità professionale, a causa della pessima considerazione di cui un settore a scarso profitto come quello culturale gode nella società, non solo quella italiana. È proprio l’articolo 4 (tra quelli in cui maggiormente si evince il carattere marxista della nostra Costituzione) a sancire che « la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».

La realtà però è ben diversa, e spesso gli ostacoli alla realizzazione del libero arbitrio sono tanti e principalmente di natura economica. Come direbbe il proverbio latino, carmina non dant panem, sed labor et industria, e le voci dell’antichità sembrano risuonare ancora più forte nei tempi moderni. L’inchiesta Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali conferma che il lavoro nel settore culturale non basta per vivere: l’80% dei partecipanti, infatti, guadagna meno di 15mila euro all’anno e con retribuzioni pari a meno di 8 euro all’ora. Il quadro, naturalmente, peggiora con l’arrivo della pandemia e conferma la necessità di effettuare un cambio di passo che sia significativo in tal senso. Sono necessari interventi pubblici, leggi che garantiscano la regolamentazione dell’istituto del volontariato (spesso causa della mancata o inadeguata retribuzione dei lavoratori e delle lavoratrici) e l’attuazione effettiva del Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro stipulato con l’associazione di categoria Federculture, che ancora viene elusa o ignorata.

Bene, dunque, l’intento, ma è opportuno non lasciarsi affascinare dalle chimere del solo riconoscimento dei diritti, indispensabile ma non sufficiente a garantire l’uguaglianza reclamata dai nostri padri costituenti, anche nell’ambito della cultura.

Giulia Imbimbo

Nata a Napoli a ridosso del nuovo millennio, sono una studentessa di Lettere Moderne, divoratrice di album e libri. Credo nella capacità della cultura umanistica e dell'espressione artistica di rifondare i valori della società contemporanea.

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