Gli insulti a Greta Thunberg non sono gravi, ignorare il suo messaggio sì

Riuscire a mobilitare oltre un milione e mezzo di persone non è, come si suol dire, roba di tutti i giorni. Ancor più se pensiamo che appena nove mesi fa Greta Thunberg sedeva da sola, distribuendo volantini, di fronte al Parlamento svedese. Ma lo Sciopero Globale per il Futuro dello scorso 15 marzo, oltre a segnare uno spartiacque nella mobilitazione collettiva per il clima, entra di diritto nella Storia con una partecipazione che, stando ai dati forniti da 350.org, lo rendono la manifestazione ambientalista più grande di sempre. Oltre duemila piazze in 119 Paesi: dalla Svezia al Belize, dall’Uganda alla piccola isola di Vanuatu, passando persino per il continente antartico, il mondo intero ha risposto all’appello lanciato da Greta, unendosi in un solo slogan e una sola causa per chiedere il rispetto degli Accordi di Parigi e un intervento immediato di contrasto ai cambiamenti climatici, per l’azzeramento delle emissioni di climalteranti entro il 2030 e la salvezza del pianeta.

Parlarne sembra quasi banalizzare, poiché non è semplice rendere con parole il significato del Climate Strike. Era dal ’68 che non si assistiva a una mobilitazione così intensa e numerosa, alimentata perlopiù da studenti, giovani e giovanissimi, nel rigoroso rispetto dell’impronta pacifista e apolitica del movimento Fridays For Future. Eppure non sono mancate le voci dissonanti, come del resto era lecito aspettarsi. Critiche, opinioni discordanti e sospetti sono del tutto legittimi, tantopiù al cospetto di avvenimenti di tale portata. Complottismi bislacchi e insulti gratuiti, di certo meno. Ma una società liquida e iperconnessa porta inevitabilmente con sé anche l’alimentarsi di retropensieri e reazionarismi che sono figli di una crisi di rigetto ideologico e, spesso, sottoprodotti di una moltiplicazione incontrollata dell’ignoranza.

A ciò va aggiunto un dato incontrovertibile: Greta Thunberg in questo momento rappresenta il fenomeno mediatico per eccellenza, il personaggio di spicco per i media e una golosa attrattiva per politici in cerca di consenso. In tanti fanno a gara per intestarsi le sue battaglie, spesso con malcelata incoerenza (ed ogni riferimento al neo-segretario del PD è assolutamente mirato), quasi tutti la citano ad esempio, e c’è già chi l’ha indicata per una candidatura al Premio Nobel per la Pace. Da “ragazza invisibile”, come lei stessa si è definita, è diventata onnipresente in rete e sulle copertine dei giornali, una gradevole costante nel dibattito pubblico inquinato, è davvero il caso di dirlo, da conflitti, accuse e negazionismi.

Un’immagine del Climate Strike di Londra (fonte: Science News for Students)

Non potevano dunque mancare gli assalti frontali e le cospirazioni sul suo conto. Il gioco alla demolizione, del resto, è tanto più allettante quanto più l’obiettivo gode di solida fama e reputazione. E nemmeno Greta Thunberg, pur nei suoi giovani 16 anni, ha potuto sottrarsi alla stucchevole ritualità dei contestatori di professione. C’è chi ha ricostruito una colossale montatura pubblicitaria per agevolare le vendite del libro scritto da sua madre, Malena Ernman; chi crede che sia una rettiliana attribuendole la responsabilità di un oscuro complotto ai danni dell’umanità intera, fatto di scie chimiche e terremoti artificiali; chi, con minor dose di fantasia, si limita a criticarla per il cibo confezionato in plastica che mangia a bordo di un treno, forse aspettandosi che una sedicenne vegana possa raccogliere bacche e coltivare l’orto mentre viaggia per il mondo a diffondere il suo messaggio.

All’orda complottista del popolo del web si sono poi aggiunte personalità pubbliche dei più disparati settori: citiamo, giusto a titolo di esempio, il tweet di Rita Pavone che la paragona a un personaggio da film horror, l’intervista di Maria Giovanna Maglie che ammette di volerla investire con l’auto, le dichiarazioni di Daniela Santanchè che definisce “una buffonata” lo sciopero per il clima. Per l’occasione si è scomodato persino Vittorio Feltri, definendola, invero con sorprendente sottigliezza lessicale, “stupidina”. Sono numerosi gli insulti rivolti con superficiale ineleganza a Greta Thunberg e a Fridays For Future, nel tentativo di delegittimarlo o sminuirne il significato. E questo al netto delle solite farneticazioni deliranti di Diego Fusaro, che non merita neppure un link di rimando. È una dicotomia del tutto naturale, nell’epoca della comunicazione massiva ed etero-orientata, un riflesso fisiologico della sovrabbondanza di informazioni, che in un certo qual modo costringe a formare un’opinione e a prendere posizione su ogni argomento, pena l’esclusione virtuale dalla comunità. “Commento, quindi sono”, direbbe Cartesio. Ma citare Cartesio dopo aver nominato Fusaro sarebbe una crudeltà intellettuale che non possiamo permetterci.

È tuttavia sbagliato risaltare soltanto le negatività, così come amplificare le positività del fenomeno: vorrebbe dire non aver compreso nulla del messaggio di Greta Thunberg. Il suo intento è cristallino, il suo accorato appello è rivolto a governi e istituzioni di tutto il mondo, affinché ascoltino gli allarmi lanciati dalla comunità scientifica e implementino fin da subito politiche di netto contrasto ai cambiamenti climatici. Dobbiamo farci prendere dal panico, dice Greta, perché siamo l’ultima generazione che può fare qualcosa per evitare la catastrofe, ma il nostro tempo, così come un ghiacciaio dell’artico, è agli sgoccioli. Insulti e complottismi sono da biasimare, non c’è dubbio, ma appartengono al folklore da tastiera. Sono irrilevanti, e vanno lasciati dove sono, ovvero nell’oblio della rete. Ciò che non deve assolutamente diventare irrilevante, invece, è la battaglia al climate change, la questione prima e fondamentale dei nostri tempi, che va oltre Greta Thunberg, oltre Fridays For Future, oltre lo sguardo miope del presente. E se anche si trattasse per davvero di una sopraffina macchinazione, sarebbe pur sempre preferibile combattere contro la perdita di biodiversità, l’acidificazione degli oceani, la desertificazione e la cementificazione incontrollata del suolo, che lasciarsi passare la Storia accanto senza rendersene neppure conto.

Emanuele Tanzilli

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