Attanasio Eni
Fonte immagine: Napoli ZON

Ad un mese dall’omicidio dell’Ambasciatore Attanasio e del carabiniere Iacovacci continuano a rincorrersi ipotesi, ricostruzioni e moventi. Una narrazione che avviene però in un luogo nebuloso, un “non-dove” di cui poco importa o di cui è meglio non parlare: la Repubblica Democratica del Congo, l’Eldorado energetico degli anni 2000, in cui anche l’italiana Eni ha messo piede. 

Ramificata, tentacolare, quasi onnipresente: dall’America all’Asia, sono 66 i paesi in cui l’Eni (Ente Nazionale Idrocarburi) ha messo su casa e baracca. Un colosso che, da come si apprende sul sito web, “opera nel mondo sempre in collaborazione con i Paesi ospitanti, interagendo con le istituzioni e le comunità locali”. Un modello cooperativo che permette, nella maniera più veloce ed efficace possibile, il raggiungimento degli obiettivi aziendali.

Questo è quanto accade anche nella Repubblica Democratica del Congo. Sul tavolo degli investigatori continuano a rincorrersi e ad accumularsi ipotesi: dai signori della guerra del Ruanda ad equivoci nati in seno ad “amicizie pericolose”. Ma più si guarda al Congo, più vengono fuori interessi economici.

Quello che ci chiediamo in questa sede è se e quanto la presenza di affari commerciali legati all’Eni, quanto la presenza stessa degli impianti o degli uffici, agisca come deterrente per il racconto, puntuale e tempestivo, delle vicende di cronaca. Ci chiediamo anche se la presenza dell’Eni non costituisca un ostacolo a tutta una serie di azioni che lo Stato italiano potrebbe mettere in atto per accelerare l’accertamento della verità ed il compimento della giustizia in alcune vicende.  

Eni e l’attentato in Congo all’ambasciatore Attanasio sono, in qualche modo, legati? No, ovviamente. Al momento, non c’è alcun filone investigativo a legare l’agguato mortale al’Ambasciatore Attanasio e del Carabiniere Iacovacci alla SpA né alcuna ipotesi è stata formulata nelle sedi d’indagine circa un’eventuale, specifica, azione ritorsiva nei confronti di Eni. Eppure, il cane a sei zampe cammina su un campo minato e, paradossalmente, alcune mine sembrano avere il suo logo.

Il “Caso Congo” nel Rapporto Re:common

Curata dall’Associazione Re:common e pubblicato nel novembre 2020, il rapporto “Il caso Congo cerca di fare chiarezza sugli aspetti controversi che riguardano le due licenze ottenute da Eni nel 2013 e nel 2015 per i pozzi di Marine VI e VII nella Repubblica democratica del Congo. Una vicenda per la quale la multinazionale italiana è attualmente indagata per corruzione internazionale e che coinvolge l’amministratore delegato Claudio Descalzi, sua moglie Marie Madeleine Ingoba, il manager Roberto Casula e l’inglese Alexander Haly.

Come riportato da Altreconomia, Il 10 settembre 2020 la Procura di Milano chiede l’interdizione di Eni per due anni nell’estrazione di petrolio nei due pozzi Marine VI e VII in Congo. Perché? Andiamo con ordine.

Nel 2013, l’allora Presidente della Repubblica del Congo (Brazzaville) Denis Sassou Nguesso approva una direttiva che stabilisce che le quote dei giacimenti petroliferi congolesi non devono più essere affidati alla statale Snpc, ma ad imprese private. Nel 2013, però, c’è solo un’impresa privata che opera sul territorio, la Africa Oil and Gas Corporation (Aogc), fondata da Denis Gokana, consigliere speciale di Nguesso e di due soci componenti del governo: Lydie Pongault, consigliere di Nguesso per la cultura, e Dieudonné Bantsimba, capo di gabinetto del ministero del Territorio.  

Sempre nel 2013, il governo congolese (Kinshasa) rinnova le concessioni per l’estrazione di petrolio: Eni se ne accaparra quattro ma, secondo il rapporto Re:common, cede parte di queste quote (per un valore tra l’8 ed il 10%) ad Aogc. Contemporaneamente, la stessa Aogc trasferisce il 23% delle quote relative al giacimento Marine XI ad un’altra società, la World Natural Resource. Dopo due anni, nel 2015, Eni ottiene i permessi per altri campi e altri giacimenti, e il meccanismo si ripete.

È il 6 luglio 2017 quando la Guardia di Finanza, su mandato della Procura di Milano, notifica alla multinazionale italiana un avviso di garanzia per corruzione internazionale. L’accusa stabilisce che nel 2013, in cambio alle concessioni del governo relative agli stabilimenti Marine VI e Marine VII, Eni avrebbe concesso parte delle proprie quote alla Aogc. Non solo, la Procura assume che la Aogc abbia poi “restituito” il dazio all’Eni anche questa volta sotto forma di quote. Nello specifico si tratta del 23% dei diritti di sfruttamento del giacimento Marine XI cedute dalla Aogc alla World Natural Resources Limited, un gruppo di società riconducibile, secondo la ricostruzione dei magistrati, a “soggetti collegati a Eni”: Andrea Pulcini, Alexander Haly e Maria Paduano.

Una prima mina, quella delle concessioni petrolifere, che, come detto prima, potrebbe avere il logo del cane a sei zampe, e potrebbe implicare indirettamente l’attentato al convoglio di Attanasio.

Tutto, tutto…niente, niente

Azione ritorsiva contro Eni? Un messaggio al governo? Al momento, sono solo congetture. Congetture che, tra l’altro, si sommano alle altre ipotesi attualmente sul tavolo delle supposizioni.

È di poco più di dieci giorni fa, infatti, la notizia pubblicata da Tgcom24 secondo cui l’ambasciatore italiano sarebbe stato assassinato in un’operazione organizzata dal colonnello ruandese Jean Claude Rusimbi: Attanasio sarebbe venuto a conoscenza di informazioni rilevanti circa le uccisioni di massa compiute nei territori limitrofi del Nord Kivu e, secondo la ricostruzione, avrebbe iniziato ad investigare, diventando così un bersaglio, un nemico da eliminare. Avrebbe insomma calpestato la seconda mina lui stesso.

Ciò che è certo intanto è che Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci viaggiavano senza scorta in una zona ad alto rischio e che a commemorare le vittime, oggi, siano soltanto le iniziative delle singole regioni, delle scuole e i pensieri di conoscenti e familiari. Non un servizio giornalistico o un articolo di approfondimento nelle ultime settimane, né tantomeno un post di quei politici tuttologi, nazionalisti o ministri degli esteri sullo stato di avanzamento delle indagini dal Governo. Nulla, se non un silenzio assordante e inspiegabile.

Silenzio mediatico che ha accompagnato anche un’altra notizia, quella dell’assassinio del maggiore William Mwilanya Asani, magistrato incaricato di indagare sull’attentato al diplomatico italiano, ucciso mentre tornava da una settimana trascorsa a Goma, dopo serie di incontri con altri investigatori congolesi. Una notizia passata un po’ in sordina, pubblicata e poi dimenticata. La terza mina.

Attanasio e Iacovacci come Regeni?

Dimenticati, già consegnati all’oblio, l’ambasciatore Attanasio e il carabiniere Iacovacci hanno meritato lo spazio di un paio di giorni nell’agenda dell’informazione e della politica. Perché?

Perché parlarne troppo obbliga alla riflessione, a fare i conti con altre questioni, a dare una misura all’etica e alla coscienza. E chi mai vorrebbe scoprire che l’indignazione conosce un limite e che quel limite dipende dal numero di km che separa i fatti dalle nostre case e dalla quantità degli zeri di un affare? Dopotutto, basta non parlarne.

Indossare la faccia di commiato, sfilare, rammaricarsi, costernarsi e continuare a non chiedere, a non fare, a non pretendere. Ché tanto un Ambasciatore, un Carabiniere, un Ricercatore, un Intellettuale sono poca cosa. L’importante è non scuotere troppo le coscienze. Perché per dare risposte, bisogna scegliere di sapere.

E quanto conviene scoperchiare il vaso di Pandora nell’Eldorado minerario ed energetico del nuovo millennio? Quanto conviene mettere in chiaro gli affari italiani e puntare i riflettori sul Congo dove l’Eni ha tanti interessi quanti guai giudiziari? Per il momento, cala la cortina del silenzio anche su Attanasio e Iacovacci. Lo stesso, dall’odore di idrocarburo e color cobalto, velo di silenzio che ha circondato il corpo martoriato di Giulio Regeni.

Giallo Eni” è un ciclo di approfondimenti che riguarda alcune delle vicende che, dagli anni ‘60 ad oggi, legano a doppio filo le notizie di cronaca italiana, in patria e all’estero, all’azienda multinazionale. Si parlerà dell’Ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista Mustafa Milambo, uccisi – in circostanze ancora da accertare – nella Repubblica Democratica del Congo, un Paese con cui l’Eni intrattiene proficui rapporti economici. Di Giulio Regeni e Patrick Zaky, cittadini del mondo e di ogni Paese, figli in ogni casa, italiani entrambi, l’uno per nascita, l’altro per scelta, esseri umani che chiedono Verità e Giustizia. E infine di Enrico Mattei e Pier Paolo Pasolini, nel tentativo di dare un ordine e tirare le fila su quanto già abbondantemente scritto su queste due morti. Nel raccontare queste vicende, si seguirà il bandolo che le accomuna: la sete di verità e giustizia e l’interrogativo, lecito, sul rischio che il legame tra Paesi ed azienda multinazionale italiana, così stretto ed imprescindibile per lo sviluppo economico, diventi a volte un cappio asfissiante. Tale da appannare la vista.

Edda Guerra

Edda Guerra
Classe 1993, sinestetica alla continua ricerca di Bellezza. Determinata e curiosa femminista, con una perversa adorazione per Oriana Fallaci e Ivan Zaytsev, credo fermamente negli esseri umani. Solitamente sono felice quando sono vicino al mare, quando ho ragione o quando mi parlano di politica, teatro e cinema.

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