Spettri dai futuri perduti: l'hauntologia di Mark Fisher
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Quella delle case infestate è una vecchia storia dal fascino perturbante, che sembra avere ancora qualcosa da raccontare. Gli spettri, che si nascondano nelle intercapedini di una casa vittoriana o in una cartella di Reddit, sono sintomi di un “tempo fuor di sesto”. Sono permanenze, sbavature temporali che scompaginano il presente, condannandolo alla reiterazione o al vuoto, prosciugandolo della creatività per trasformarsi. «Non c’è niente di peggio per un essere umano che vedere un viso che non c’entra»1, una familiarità perturbante, un dettaglio funesto, che lascia intravedere un altrove che non è più o che non è ancora ma che, in ogni caso, non dovrebbe essere. Con l’acume geniale del critico culturale, Mark Fisher ha scovato gli spettri del nostro presente: tra cinema, musica, televisione e letteratura, Ghosts of My Life. Writings on Depression, Hauntology and Lost Futures (Zero Books, 2014) è una raccolta di recensioni, interviste e post tratti dal blog k-punk. L’edizione italiana è stata pubblicata da minimum fax nel giugno 2019, con la traduzione di Vincenzo Perna.

Spettri dai futuri perduti: l'hauntologia di Mark Fisher
La copertina di Spettri della mia vita. Artwork di Patrizio Marini. Progetto grafico di Patrizio Marini e Agnese Pagliarini.

I fantasmi esercitano sul presente una “causalità spettrale”, proprio perché non possono essere pienamente presenti: sono residui del passato o frammenti di un futuro mai esistito. Il termine hauntologia, così come è stato coniato da Derrida in Spettri di Marx. Stato del debito, lavoro del lutto e nuova internazionale (Raffaello Cortina, 1994), s’innesta esattamente su questa virtualità. È hauntologico quel che, pur non essendo pienamente presente, ha potere infestante. Quasi una declinazione temporale della différance, che rimarca lo stato ubiquitario del significato, l’hantologie è il volto fantasmatico dell’ontologia: è un discorso sugli spettri, sulle assenze presenti. Lo stato d’animo che meglio si conforma a questo presente infestato è la nostalgia, un desiderio di ritorno, che tiene disperatamente in vita il suo oggetto, rinunciando all’elaborazione del lutto. Tuttavia, nel mondo tardocapitalista del ventunesimo secolo «il nostro desiderio è senza nome»2: l’oggetto di nostalgia tarda a prendere forma, e a noi non resta che una vaga inquietudine, ossessionata dallo spauracchio thatcheriano del There Is No Alternative. Da quando il reale è dominato da «una specie di “ontologia imprenditoriale”, per la quale è semplicemente ovvio che tutto, dalla salute all’educazione, andrebbe gestito come un’azienda»3, l’arte e la politica hanno tradito l’aspettativa euforica degli anni Novanta, dandosi ad un’ossessiva “retromania” camuffata di novità. Eppure, la cultura pop pullula di tracce e fantasmi, che di questo lost future reclamano il ritorno. È di questi spiragli di desiderio che Mark Fisher è andato a caccia, leggendo attraverso la loro desolante malinconia. Spettri della mia vita è un compendio dedicato ai suoi spettri personali, dove il “personale” coincide con l’“impersonale” della cultura, del pubblico, del politico. In un mondo in cui il realismo capitalista fa della malattia psichica una patologia privata, biologica e individuale, ma soprattutto privata della sua dimensione sociale, della sua potenzialità politica, Mark Fisher ha fatto della sua ricerca parte della lotta alla depressione. Volto al futuro che ancora tardava a presentarsi, ha allenato la vista a riconoscere il desiderio. Perché «il problema non ero (solo) io, ma la cultura intorno a me»4.

Spettri dai futuri perduti: l'hauntologia di Mark Fisher
Mark Fisher. Fonte: https://www.ecestaticos.com/image/clipping/8957565ad70a38f0e01a89e436dd0574/mark-fisher.jpg

Di questo ripiegamento nella sfera del privato c’è chiara traccia nella musica pop del ventunesimo secolo. Dall’affettività collettiva del rave, ai ritmi accelerati della dance, del jungle, del durm & bass, l’emozione della musica pop odierna è di carattere introspettivo e intimista. «Una mestizia segreta si nasconde dietro il sorriso forzato del ventunesimo secolo. È una tristezza che riguarda l’edonismo stesso, e non sorprende che sia stato nell’hip-hop […] che tale malinconia si è manifestata nel modo più profondo»5: anche quando i testi di Drake, Kanye West, David Guetta sembrano incitare al godimento, celano un alone di stanca tristezza, che ben si sposa con l’“edonismo depresso” che Fisher attribuiva agli studenti britannici in Capitalist Realism (Zero Books, 2009): quando il piacere è un obbligo, un’occupazione per individui mercificati, la sua ricerca assomiglia a un esaurimento pieno d’affanno, che si consuma nell’intensità dopaminica degli ascolti privati e disabitua all’erotismo delle seduzioni lente. Eppure, quest’assuefazione al piacere, o meglio, quest’imperativo edonistico cela un vuoto, la sensazione di una mancanza, una nostalgia che neanche il godimento riesce a spegnere, un lutto che il capitalismo non riesce a esaurire.

Di mancanze inesauribili e desideri senza oggetto racconta anche la musica di Burial e The Caretaker. Il primo dà voce, attraverso il campionamento, a oggetti quotidiani, suoni tratti da videogiochi, canti velati che il dubbing confonde con rumori ambientali. È un collage di suoni smaterializzati, il suo, che rimpiange l’euforia collettiva del rave e rievoca il fantasma della materialità analogica, con i suoi crepitii da vinile. L’album Untrue (Hyperdub, 2007) racconta una Londra spettrale, in cui i luoghi «un tempo carnevalizzati dai rave» sono lasciati «in preda all’incuria e all’abbandono»6. Quella di Burial è un’ossessione per un passato che non ha mai vissuto – lui stesso ha confessato a Fisher di non aver mai preso parte a un rave – e per un futuro che è difficile immaginare. The Caretaker, invece, ha fatto dell’album Theoretically Pure Anterograde Amnesia la rappresentazione musicale di un disturbo della memoria, l’amnesia anterograda, che impedisce a chi ne è affetto, a cominciare dalla sua manifestazione, di creare nuovi ricordi. Tutto quello che riusciamo a sentire sono echi senza punti di riferimento: non riusciamo a ricordare, né a immaginare come si evolveranno.

Come fantasticarli, allora, i futuri perduti?

Chi ci prova, sembra farlo rimestando il presente, guardandolo sottosopra e all’incontrario, talvolta chiudendo gli occhi per sparire e figurarsi un mondo non-mondo, un mondo senza uomo. L’immagine della catastrofe ambientale, nella sua potenza inumana, scava una falla nei discorsi ricamati intorno alla logica del profitto, che vorrebbero raffreddare il clima a colpi di scelte di mercato. Il pensiero del mondo non umano ha contaminato arte e filosofia, aprendole alla weirdness di scale temporali “fuor di sesto”, che contemplano un tempo prima e uno dopo di noi, dei quali non cogliamo che “istantanee”. Il realismo speculativo ha tentato di dare un volto a questi paesaggi alieni, mettendosi sulle tracce del “Grande Esterno”. Questo al di là oltre il soggetto e il mondo-per-noi, che Felice Cimatti, nel suo saggio Il sublime del reale, ovvero materialismo e teologia, ha identificato con un assoluto divino, sarebbe l’Altro agognato da uno «strano realismo, che ammette l’esistenza di qualcosa di cui per definizione non possiamo fare nessuna esperienza»7. Il realismo speculativo e la sua più popolare declinazione, l’ontologia orientata all’oggetto, si configurerebbero quindi come una teologia, più che come correnti filosofiche, tanto da richiedere, nella prospettiva di Cimatti, una trasmutazione da parte del soggetto che si appresta a pensare la fine del mondo, che in altri tempi «si sarebbe chiamata, senza fare tante storie, Regno dei Cieli»8.

Eppure, come nota Vincenzo Cuomo ne L’enigma della bellezza, quello che l’object oriented ontology rivendica non è un accesso assoluto al mondo al di là dell’umano ma, al contrario, la consapevolezza che anche tutti gli enti non umani sono incapaci di relazionarsi direttamente gli uni agli altri. La prospettiva di una pletora di non-umani, piante, altri animali o ombrelli che siano, incapaci quanto noi di prescindere dalla propria prospettiva per relazionarsi gli uni con gli altri è, quanto meno, un po’ straniante. Ma è proprio in questa stranezza che risiede la sua forza scompaginante. Qual è la musica degli oggetti quando non li ascoltiamo? Come suona quest’alterità? A domande dal sapore tanto bizzarro, l’arte corre a rispondere. Il death ambient del musicista tedesco Marc Richter riserva alle voci campionate una nicchia ristrettissima, a dispetto dei suoni impersonali delle registrazioni di campo, tanto che ascoltare Alphabet 1968 (2009) «è come essere scortati alla porta che esce dal mondo umano per accedere a un mondo misterioso di oggetti-tra-di-loro»9.

Agli occhi dell’arte, il mondo degli oggetti, separato da noi, appare persino sacro. È un’estraneità voluttuosa, una riverenza tranquilla quella che John Foxx riserva alle sue fonti di ispirazione per l’album ambient Tiny Colour Movies (2006), una raccolta di tracce ispirate alla collezione di film brevi di Arnold Weizcs-Bryant: cortometraggi frammentari, che spaziano da vecchi filmati di sorveglianza a riprese domestiche. Quello che prende forma e, progressivamente, occupa una posizione di primo piano, è ciò che siamo abituati a considerare semplicemente uno sfondo. Gli oggetti, l’ambiente e il suo suono. Attraverso le crepe dell’antropocene, forse, troviamo il futuro.

Siria Moschella


1 Lo dice Burial, in un’intervista rilasciata a Mark Fisher per The Wire n. 286 (dicembre 2007).
2 È il titolo del primo dei volumi che minimum fax ha dedicato agli scritti di Mark Fisher apparsi sul blog k-punk, pubblicato nel gennaio 2020.
3 Mark Fisher, Realismo Capitalista, Nero Editions 2018, p. 51.
4 Mark Fisher, Spettri della mia vita, minimum fax 2019, p. 46.
5 Ivi, p. 241.
6 Ivi, p. 140.
7 Felice Cimatti, Il sublime del reale, ovvero materialismo e teologia, in Decentrare l’umano. Perché la Object-Oriented Ontology, Kaiak Edizioni 2021.
8 Vincenzo Cuomo, L’enigma della bellezza, Ivi, p. 231.
9 Mark Fisher, Spettri della mia vita, minimum fax 2019, p. 206.

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