tre corone fiorentine Boccaccio donne

La storia della lingua italiana muove i primi e decisivi passi nel Trecento, quando le tre corone fiorentine depongono le basi per un bagaglio culturale intoccabile. Dante resterà nei secoli l’indiscusso autore di un’opera insuperabile che miscela teologia, storia e misticismo. Petrarca, incarnando una nuova figura d’intellettuale e spostandosi di corte in corte, sceglierà il volgare per le sue liriche del Canzoniere. In entrambe le opere, il collante che tiene alta l’attenzione del lettore è l’amore per una donnaBeatrice è la signora della Commedia, celeste e sublime, guida paradisiaca e simbolo di un amore puro e superiore che, solo, poteva condurre il poeta a «l’amor che move il sole e l’altre stelle»; Petrarca si consuma, invece, nel groviglio di una passione umana e terrena, che non esclude l’aspetto sensuale, per Laura da «i capei d’oro a l’aura sparsi […]. Non era l’andar suo cosa mortale, ma d’angelica forma». Tutti tratti noti di un formulario tradizionale che, sulla scia della poesia stilnovistica e della Vita nuova dantesca, ricalcava l’atmosfera stilizzata e irrealistica del locus amoenus. E, dunque, Boccaccio? Qual era il suo scopo e la sua posizione rispetto alla tradizione poetica?

«E quantunque il mio sostenimento, o conforto che vogliam dire, possa essere e sia a’ bisognosi assai poco, nondimeno parmi, quello doversi più tosto porgere dove il bisogno apparisce maggiore, sì perché più utilità vi farà e sì ancora perché più vi fia caro avuto. E chi negherà, questo, quantunque egli si sia, non molto più alle vaghe donne che agli uomini convenirsi donare? Esse dentro a’ dilicati petti, temendo e vergognando, tengono l’amorose fiamme nascose, le quali quanto più di forza abbian che le palesi, coloro il sanno che l’hanno provato e pruovano: ed oltre a ciò, ristrette da’ voleri, da’ piaceri, da’ comandamenti de’ padri, delle madri, de’ fratelli e de’ mariti, il più del tempo nel piccolo circúito delle loro camere racchiuse dimorano, e quasi oziose sedendosi, volendo e non volendo in una medesima ora, seco rivolgono diversi pensieri, li quali non è possibile che sempre sieno allegri.»

Nel proemio de Il Decameron, è Boccaccio stesso, in prima persona, a precisare le proprie intenzioni. Il pubblico a cui si rivolge è di donne, quindi di tutte quelle persone a cui, nella società medievale, era negata l’alta cultura. Dunque, metaforicamente, vuole arrivare ad una platea di non letterati che si avvicinano alla lettura per diletto ed evasione.

Si schiera dalla parte di chi ha meno riconoscimenti, a differenza degli uomini che «se alcuna malinconia o gravezza di pensieri gli affligge, hanno molti modi da alleggiare o da passar quello, per ciò che a loro, volendo essi, non manca l’andare attorno, udire e veder molte cose, uccellare, cacciare o pescare, cavalcare, giucare e mercatare,[…]. Adunque, acciò che per me in parte s’ammendi il peccato della fortuna, la quale dove meno era di forza, sì come noi nelle dilicate donne veggiamo, quivi più avara fu di sostegno; in soccorso e rifugio di quelle che amano, per ciò che all’altre è assai l’ago, il fuso e l’arcolaio; […].»

Vittime della Fortuna sono proprio le donne, nelle quali evidentemente risiede meno forza e questo, come se fosse veicolo d’una colpa ancestrale, le esclude e le pone in una posizione d’inferiorità all’interno della società. Un mero caso fortuito che le priva di qualunque sostegno. Allora l’intervento dell’autore diventa d’aiuto per coloro che amano, quindi solo per chi è capace di nobili intenti e predisposto ad alto sentire: non apporta guadagno alle altre cui basta cucire e filare la lana.

La scelta è quella di presentare cento novelle, «o favole o parabole o istorie che dire le vogliamo (a seconda che, più nello specifico, siano fiabe, esempi o storie di personaggi illustri) raccontate in diece giorni da una onesta brigata di sette donne e di tre giovani nel pistilenzioso tempo della passata mortalità fatta, ed alcune canzonette dalle predette donne cantate al lor diletto». Nelle cui novelle, protagoniste saranno le donne martoriate da un sistema patriarcale che le vede affidate alla volontà despotica di padri e mariti; quelle donne costrette da due forze che animano costantemente il mondo del Decameron, in una visuale realistica e non idealizzata: l’imprevedibile capriccio della Fortuna e l’incontenibile temperamento dell’Amore, dalle più svariate forme. L’amore può essere gentile, tale da riuscire ad elevare, secondo gli stilemi cortesi, gli animi di amanti rozzi; ma può presentarsi anche come licenzioso ed erotico, incontenibile da non riuscire ad evitare la tragedia (come le storie che «ebbero infelice fine» riportate nella IV giornata).

«Saranno per avventura alcune di voi che diranno che io abbia nello scriver queste novelle troppa licenza usata, sì come in fare alcuna volta dire alle donne e molto spesso ascoltare cose non assai convenienti né a dire né ad ascoltare ad oneste donne. La qual cosa io nego, per ciò che niuna sì disonesta n’è, che, con onesti vocaboli dicendola, si disdica ad alcuno; il che qui mi pare assai convenevolmente bene aver fatto. […] E lasciando omai a ciascuna e dire e credere come le pare, tempo è da por fine alle parole, Colui umilmente ringraziando che dopo sì lunga fatica col suo aiuto m’ha al disiderato fine condotto: e voi, piacevoli donne, con la sua grazia in pace vi rimanete, di me ricordandovi, se ad alcuna forse alcuna cosa giova l’averle lette.»

Per sua stessa ammissione, Boccaccio ritiene che possano essere mosse delle critiche alla sua opera ma, ormai, il suo intento (dilettar il gentil sesso) è stato raggiunto. La licenziosità in alcuni casi è stata doverosa, richiamata dalla struttura della novella stessa che altrimenti avrebbe perso di fascino.

«Senza che, alla mia penna non deve essere meno d’autorità conceduta che sia al pennello del dipintore, […].»

Gli argomenti trattati scevri di indugio malizioso, precisa l’autore, possono essere annoverati allo stesso modo tra le storie ecclesiastiche e nelle scuole filosofiche; possono essere ascoltate da persone giovani e mature che non si lasciano facilmente corrompere dalla leggerezza di una novella. Un’opera scritta può giovare come danneggiare, la differenza è nell’animo del lettore: non si può invogliare a mali intenti chi non ne ha. E a coloro che biasimano la sua scelta di riportare tutte le storie che gli sono state raccontate, la replica è semplice: «Conviene, nella moltitudine delle cose, diverse qualità di cose trovarsi.»

E con il senno del poi, è giusto riconoscere, al meno amato delle tre corone, il merito di aver sfidato la tradizione. Nel tentativo di trattare la realtà per quella che era, senza pudico e rarefatto filtraggio; nell’avvicinare chi da sempre era stato estromesso dalla elitaria discussione culturale; nel dare voce alle donne, alle loro esigenze e tormenti che spesso avevano (e tuttora hanno) troppo poco peso.

Pamela Valerio

 

 

 

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui