Gigi Simoni
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Se ne va Gigi Simoni, allenatore forse apprezzato più per la sua compostezza e signorilità che per le sue doti tattiche. Un allenatore che tanto avrebbe fatto bene al calcio di oggi, popolato da mitomani e narcisisti.

Il destino ha voluto che Gigi Simoni se ne andasse proprio in occasione di quella che finora è la ricorrenza più importante per i tifosi dell’Inter: il 22 maggio, data della vittoria dell’ultima Champions League nerazzurra, conquistata precisamente 10 anni fa al Santiago Bernabeu e coronamento di una indimenticabile stagione conclusasi con l’ormai noto Triplete. Già, perché il suo volto era noto soprattutto per la sua, peraltro non lunghissima, esperienza sulla panchina interista. Gigi Simoni è un esempio raro di allenatore entrato in breve tempo nel cuore dei supporter. Esempi passati, altri più attuali, dimostrano come a volte nemmeno il raggiungimento degli obiettivi stagionali sia sufficiente per conquistare la tifoseria dell’Inter. Eppure lui ci era riuscito. Appena 73 presenze sulla panchina dell’Inter erano bastate per farsi amare e, soprattutto, farsi apprezzare per la sua compostezza, la sua signorilità e il suo equilibrio.

Certo la sua Inter, quella del biennio 1997-1998, non è di certo riuscita ad ottenere gli stessi risultati di quella di Mourinho, ma non si può dire che non ci fosse andata vicina. All’epoca c’erano campioni diversi, c’era un altro tipo di calcio ed un altro modo di allenare. C’erano Baggio, Zamorano, Simeone, Djorkaeff. Ma soprattutto c’era Ronaldo. Fu proprio Simoni il primo italiano ad avere l’onore di allenare il brasiliano, acquistato per una cifra record dall’Inter nell’estate del 1997 e che a maggio del 1998 consentì ai nerazzurri di conquistare la Coppa Uefa, unico successo del compianto allenatore sulla panchina dell’Inter. Proprio quell’anno Simoni si aggiudicò anche il premio della panchina d’oro, a conferma del fatto che anche i colleghi allenatori ne riconoscessero le qualità.

Gigi Simoni in compagnia di Ronaldo.

Poi, dopo appena una stagione e mezza Moratti decise di esonerarlo, per motivi che non sono tuttora chiari. Di lì l’Inter sarebbe entrata in una striscia negativa che sarebbe durata per anni, e che neanche l’ingaggio di Marcello Lippi come allenatore avrebbe raddrizzato. Ma questa è un’altra storia. Queste sono storie di numeri, di risultati. Quella di Simoni è invece la storia di un uomo che va al di là delle statistiche. La storia di un allenatore con un carattere che raramente si vede su un campo di calcio. Quel tipo di allenatore che tanto farebbe bene al calcio moderno. Un calcio ormai popolato da allenatori e giocatori mitomani, narcisisti, esaltati e dove non sembra esserci più posto per gli uomini di calcio come lui, equilibrati, rispettosi, gentili.

La differenza tra il classico allenatore moderno e Gigi Simoni sta nel fatto che quest’ultimo viveva per lo sport, non per la gloria, i soldi o le copertine di giornale. In effetti, qualcuno direbbe che una persona come lui non sopravvivrebbe al calcio moderno, dove la fame di vittoria e di introiti dei club è troppo forte. Qualcuno direbbe che una persona equilibrata come lui non potrebbe avere successo né raggiungere vittorie importanti nel calcio odierno. Tuttavia, anche i numeri sono dalla parte di Gigi Simoni, e smentiscono queste assunzioni. Infatti Gigi Simoni, al di là della nota esperienza all’Inter, ha saputo distinguersi anche con altre compagini. Oltre ad alcune salvezze miracolose tra cui si ricorda quella con il quasi fallito Napoli nel campionato 2003-2004, sono ben sette le promozioni in Serie A conquistate dall’allenatore emiliano alla guida di diverse squadre tra cui Genoa, Pisa, Cremonese e da ultimo Ancona.

Gigi Simoni alla guida del Napoli nella stagione 2003-2004.
fonte immagine: calcionapoli24

Insomma, la verità è che il calcio che conta ha regalato a Gigi Simoni una sola chance di mettersi in mostra alla guida di una grande, e quella stessa chance è durata troppo poco. Sono in molti a sostenere che quella sua Inter avrebbe potuto vincere qualcosa di più, se solo gli avessero dato la possibilità di costruire un percorso più lungo. Così come sono molti a sostenere che, in generale, lo stesso Simoni meritasse molto di più come allenatore. Peccato che oltre all’esperienza milanese il tecnico emiliano abbia avuto solo l’opportunità di guidare squadre più piccole. Ma ci piace pensare che quella di non essere riuscito a sedere su una panchina di un’altra grande sia stata una scelta in linea con la sua personalità, lontana da qualsiasi forma di esibizionismo e di mitomania.

Si fatica a individuare una persona che abbia espresso parole di cattivo gusto su di lui nel corso dei suoi anni da allenatore, men che meno in occasione della sua morte. Ciò dimostra quanto la sua personalità fosse apprezzata nel mondo del calcio. Diversi esoneri subiti, alcuni peraltro ingiustificati (si pensi a Napoli e Inter). Pochi i riconoscimenti sportivi. Mai una parola fuori posto. O forse sì: in occasione dell’ormai noto scontro Iuliano-Ronaldo nella sfida scudetto del 22 aprile 1997, Gigi Simoni perde le staffe e si scaglia contro l’arbitro Ceccarini, finendo per essere espulso. Eppure, persino in quell’occasione, il massimo che la sua bocca riesce a proferire all’indirizzo dell’arbitro è un elegante “si vergogni”. Quello è forse l’unico episodio della sua carriera in cui si è potuto notare un comportamento sopra le righe. Ma insomma, chi non l’avrebbe fatto.

Arrivederci, Gigi.

Amedeo Polichetti

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