Fonte immagine: Whats-on-netflix.com

Dopo trent’anni circa di progetti, rinvii e delusioni, approda su Netflix la trasposizione dell’amato fumetto di Neil Gaiman, “The Sandman”, a cura tra gli altri dello stesso Gaiman, Allan Heinberg e David S.Goyer. E lo fa con una coerenza al materiale originale sorprendente, al netto delle necessarie modifiche tese a risaltare l’omogeneità narrativa di una stagione composta da dieci episodi; al punto che, verrebbe da dire, un Netflix da tempo sofferente di una preoccupante emorragia di abbonati potrebbe pensare di renderlo uno dei suoi show di punta, come ha fatto con “Stranger Things”. Ma forse è più la speranza (anzi, sarebbe meglio dire il sogno) di fan di vecchia data…

Sandman è stato un fumetto che alla sua uscita ha contribuito a cambiare la percezione del medium: solo “Watchmen” e “Il ritorno del cavaliere oscuro” possono stargli alla pari come impatto. Pubblicato dalla DC Comics dal 1988 al 1996 nell’arco di settantacinque numeri (settantasei se consideriamo uno Special), Sandman ha plasmato la definitiva maturazione – perlomeno nella concezione di molti – del fumetto supereroistico come opera per adulti: anche se dovremmo premettere che l’etichetta di fumetto di supereroi per Sandman non solo è fuorviante ma sostanzialmente sbagliata. Difatti, pur essendo nelle intenzioni dell’epoca l’ennesimo restyling di un vecchio personaggio supereroistico desueto della DC (ovvero un Sandman degli anni ’70 che sia nel fumetto che nella serie viene affettuosamente sbeffeggiato in “Casa di bambola”), la creatura creata da Gaiman appartiene a un universo completamente diverso: ha infatti più a che fare con l’inconscio collettivo teorizzato da Jung o Joseph Campbell, prendendo di petto folklore e mitologia (ad esempio il mago Sabbiolino che Hoffmann e Freud renderanno immortali, o la mitologia greca), che con esseri in tuta e mantello che salvano il pianeta.
Sandman si pone come prima ambizione quella di raccontare la storia del Re dei Sogni, Morfeo, un essere che fa parte di una famiglia difficile (gli Eterni) che comprende altri servitori dell’umanità quali Morte, Desiderio, Disperazione… Ma l’enorme interesse in Sandman è che il suo creatore Neil Gaiman ha cercato di creare un enorme castello di storie che fanno da cornice ad altre storie: d’altronde il Re dei Sogni è anche il re dei miti. E i miti – come il folklore, le fiabe, i racconti – si reincarnano in continuazione…

Sandman, immagine dalla serie tv Netflix

Nel 1916, in una sperduta villa del Sussex, il sedicente mago Roderick Burgess decide di evocare Morte con un incantesimo, così da imprigionarla e ottenere per sé potere, ricchezza e immortalità. Ma l’evocazione va storta e per sbaglio Burgess si ritrova nel seminterrato uno dei fratelli di Morte: Sogno (o Morfeo che dir si voglia). Spogliato degli strumenti del suo potere – un elmo, un sacchetto di sabbia e un rubino, sparsi in giro per il mondo – per circa un secolo il magus Burgess e il suo inetto figlio Alex cercano di scucire almeno una parola alla strana figura, imprigionata nuda in una gabbia di vetro: ma non accadrà mai. Fino a quando Morfeo troverà il modo di liberarsi, e tornare in un Reame del Sogno in rovina dopo cento anni d’assenza.

Il primo episodio di Sandman segue con fedeltà quello che è il primo numero del fumetto, un tour de force narrativo fatto di stesure su stesure su cui Neil Gaiman lavorò all’epoca oltre sei mesi. Lo fa anche in maniera iconografica, suggerendo citazioni ai disegni di Mike Dringenberg e Sam Kieth, o ricalcando molti dialoghi alla lettera. La sensazione data dai dieci episodi è proprio questa: un misto di fedeltà filologica e di piccoli tradimenti necessari, che potrebbero dare fastidio ai puristi. Ma i puristi dovrebbero essere infastiditi anche solo dall’idea di un adattamento: ogni traduzione in un altro medium implica, banalmente, un tradimento. E se di tradimento si tratta quali sarebbero i nervi scoperti della serie televisiva, ovvero i cambiamenti più evidenti?

Pare che la scelta di Gaiman di rendere la serie più inclusiva possibile sia stata vissuta da alcuni con tedio, perché in effetti è qui che si concentrano le modifiche più vistose. Personaggi che nel fumetto originale sono uomini e nella serie diventano donne (come la Lucienne di Vivienne Acheampong), pensare a un Lucifero interpretato da Gwendolyne Christie (ma davvero dobbiamo discutere del sesso degli angeli?) o l’idea che Death, in originale una ragazza dark pallidissima ispirata all’icona goth Cinamon Hadley, sia interpretata dall’attrice di colore Kirby Howell-Baptiste, sono modifiche di non poco conto sul piano prettamente visivo ed è inutile girarci attorno. La domanda che bisogna porsi è: in qualche modo alterano la storia originale di Sandman, o la rendono così dura da digerire? La risposta è che, ovviamente, non cambia proprio niente in quel senso. E che una serie tv del 2022, ispirata a un fumetto del 1988, difficilmente potrebbe adagiarsi a ripetere quell’immaginario visivo in modo integralista, specie se è il suo stesso creatore a scegliere le modifiche: e specie se la stessa idea alla base del fumetto è che le storie restano sempre le stesse anche quando a cambiare sono le persone che la raccontano, o il modo in cui le vediamo a seconda dei nostri parametri culturali di riferimento.


I primi dieci episodi della serie racchiudono quelli che sono i primi due cicli narrativi del fumetto, “Preludi e notturni” e “Casa di bambola”. Due cicli che pur essendo legati da una vicenda unitaria adottano anche due punti di vista diversi. In “Preludi e notturni”, gli episodi 1-6 che vediamo nella serie, Morfeo (il volutamente monoespressivo Tom Sturridge) si rivela quale sovrano orgoglioso e freddo, che torna alle sue responsabilità riprendendo gli strumenti del suo dominio. Per farlo non esita a scendere all’Inferno, o ad affrontare il potere immenso del suo stesso rubino che ha appena scatenato una mattanza in una tavola calda (il quinto episodio, “24 ore”, sotto molti aspetti uno dei più notevoli di questa prima stagione e che rispetto a molte serie Netflix si lascia andare a momenti quasi gore, con un bravissimo David Thewlis nei panni del patetico John Dee).
L’episodio 6, intitolato “Il rumore delle sue ali”, funge da spartiacque nella serie, interrompendo quello che è una sorta di preambolo e presentandoci le differenze emotive – e di genere – che la serie adatta dal fumetto: una vicenda lontana dai toni horror o spiccatamente fantasy delle puntate precedenti, e che si concentra sull’emotività di personaggi che devono fare i conti con la morte e le loro scelte passate e presenti, riassumendo il nucleo tematico della serie: quella di venire a patti con il proprio orgoglio e i propri pregiudizi, aprendosi agli altri e abbattendo le barriere che ci si è costruiti attorno.

Sandman, immagine tratta dalla serie Netflix. Fonte: tvserial.it

Con gli episodi 7-10 la vicenda sembra subire un brusco cambiamento di prospettiva: la protagonista della storia in questo caso diventa la giovane Rose Walker (Vanesu Samunyai), che si ritrova ad interpretare un ruolo più grande di quello che avrebbe mai immaginato nelle sorti del mondo del Sogno e dell’umanità, per dimostrare che le persone non sono solo dei giocattoli in balìa di forze superiori.
Giocando sul filo di quella rigorosa fedeltà al materiale originale la serie si prende un bel rischio: Morfeo diventa un personaggio quasi secondario negli ultimi episodi della prima stagione, che in effetti soffrono di qualche lungaggine eccessiva; e anche se la presenza del Corinzio di Boyd Holbrook, un Incubo sfuggito al suo creatore e che ispira miserabili serial killer in tutto il Nordamerica, aiuta a tenere alta la tensione (di fatto è reso il villain di questa prima stagione), inevitabilmente diventa difficile per un neofita capire le motivazioni di questa deviazione dagli antri dell’inferno a una spaventosa – perché banalissima – convention di serial killer in un lussuoso albergo. L’unica rassicurazione che si può dare – sperando in altre stagioni – è che ciò cui si è assistito in questi dieci episodi è solamente un minimo tassello di un mosaico enorme, che deve ancora dispiegare tutta la sua portata epica. Ma che nel frattempo adatta quello che sembrava uno degli esempi perfetti di qualcosa di inadattabile partendo col piede giusto. Con alcune scelte di casting pazzesche: perché se è vero che Tom Sturridge può irritare con la perenne espressione glaciale (ma è Morfeo stesso nel fumetto ad essere irritante e freddo), è difficile non essere sedotti dal Desiderio di Mason Alexander Park. Un gioco di seduzioni che si estende su tutta la prima stagione, bella e ancora imperfetta, ma con margini di miglioramento notevoli: considerando che il bello dovrebbe iniziare ora.

Nicola Laurenza

Nato nel 1991, studia e si interessa di letteratura e cinema. Vive (o ci prova) tra Campania e Lazio.

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