Rethinking Nature al museo Madre: l'arte della coesistenza
Un dettaglio di di Fires (2021) di Adriana Bustos. Foto di Siria Moschella

Da venerdì 17 dicembre sino al 5 maggio 2022 è al Madre la mostra Rethinking Nature, a cura di Kathryn Weir e della curatrice associata Ilaria Conti: una raccolta di opere contemporanee che esplora e ripensa i confini tra umano e non umano per assottigliarli, per esplorare la possibilità di una reciproca contaminazione, con 15 nuove produzioni in anteprima internazionale e oltre 50 opere realizzate da più di 40 artisti e collettivi provenienti da 22 paesi.

Rethinking Nature è un processo in divenire, un esperimento vivente, che prende forma opera dopo opera. È un’idea che avanza, un progetto declinato nelle sue molteplici facce: una “natura” che viene ripensata e che, al contempo, ripensa, facendosi soggetto attivo di sperimentazione. Tra pittura, scultura, video, collage la mostra è un tentativo di riflessione intorno alla “Natura”, comunemente intesa come una risorsa illimitata, soggiogata dalle forze imperialiste del Capitale. Quello che il percorso espositivo suggerisce è un modo alternativo per relazionarvisi: la natura, più di ogni altra cosa, siamo anche noi; siamo la stessa natura che si ripensa, svincolandosi dalla posizione di secondarietà a cui è stata relegata. C’è un filo conduttore che parte dall’ossessione per il dominio e la separazione, e arriva alla dissoluzione dei confini fittizi, passando per la consapevolezza dell’interconnessione ecologica. È sul crinale di questa interconnessione che i confini dettati dallo sfruttamento si svelano nella loro pericolosa inconsistenza, lasciando spazio a entità consapevoli di essere ibride, finite, interdipendenti. Proprio su questa promiscuità si muove la mostra, per liberare nuove possibilità di coesistenza.

Rethinking Nature al museo Madre: l'arte della coesistenza
Un dettaglio di Bestiario de Indias I (2020) di Adriana Bustos. Foto di Siria Moschella

Come in un collage, umano e non umano si ritrovano mescolati: se l’impressione iniziale può avere del disorientante, lentamente finiamo con l’abituarci a questa riconfigurazione, lasciando che la stranezza dei nuovi accostamenti riplasmi le categorie a cui siamo abituati. È questo il potere del weird, una sensazione che, come scrive Mark Fisher, «chiama in causa un senso di non-correttezza: un’entità o un oggetto weird è talmente inusuale da generare la sensazione che non dovrebbe esistere, o perlomeno non dovrebbe essere qui. Eppure, se l’entità oppure l’oggetto è effettivamente qui, allora le categorie utilizzate finora per dare senso al mondo non possono essere valide. La cosa weird non è sbagliata, dopotutto: dovranno per forza essere inadeguate le nostre concezioni»1.

Sono proprio le surrealiste operazioni di collage e di montaggio che, in ambito artistico, liberano il potere scompaginante della stranezza e Rethinking Nature è un’esplorazione di questo potere. Nei collage, appunto, di Marzia Migliora immagini di lavoratori sfruttati ed ecosistemi devastati sono sovrapposte a quelle di uomini e donne che degustano tranquillamente i frutti di quella distruzione, riconnettendo in un baleno i poli controversi di un’agricoltura che ha abbandonato ogni proposito di cura. Nell’opera pittorica Bestiario de Indias I (2020) e nelle sculture in fango grezzo Hibridos (2020/2021) di Adriana Bustos, esseri umani e non si mescolano, dando forma a mostruose chimere: si tratta di riproduzioni di immagini raccolte dalle cronache dei coloni europei che sbarcarono sulle coste dell’odierna America del Sud; la mostruosità degli esseri descritti dice molto sulla relazione tra dinamiche imperialiste e disumanizzazione. Allo stesso tempo, sembra mettere in discussione l’attendibilità delle classificazioni separatrici: se c’è bisogno di distinguere e allontanare per esercitare violenza, è forse perché l’alternativa è ancor più spaventosa di una guerra di sterminio. È la possibilità che quelle chimere non siano poi tanto diverse da noi stessi. Non è un caso, infatti, che in Fires (2021) Bustos abbia dato forma alla teoria del “Geocosmos”, delineata in Mundus Subterraneus (1664) dal gesuita tedesco Athanasius Kircher: tipico del Barocco, che precede la frammentazione dei saperi illuminista, il Geocosmos suggerisce un’interconnessione tra mondo organico e inorganico, e immagina la terra come uno scheletro di pietra comunicante col proprio nucleo di fuoco. Sulla scorta dei collage di Migliora, Adriàn Balseca ricongiunge le fila della violenza dell’industria della gomma, cominciata tra XIX e XX secolo con lo sfruttamento delle risorse in Amazzonia. Nel film muto Skin of Labour (2016) la linfa di alberi di gomma cola direttamente all’interno di guanti in lattice, aderenti alle ferite delle cortecce; accanto alla proiezione, scorre ritmicamente Incisiones (2019), una sequenza di modelli di pneumatici delle grandi multinazionali della gomma.

Rethinking Nature al museo Madre: l'arte della coesistenza
Sulla sinistra la proiezione di Incisiones (2019), al centro quella di Skin of Labour (2016) di Adriàn Balseca. Foto di Siria Moschella

Ma il percorso di Rethinking Nature aspira, anche, a restituire centralità alle voci escluse dall’Occidente etno e antropocentrico. È il caso delle opere del Karrabing Film Collective, un gruppo indigeno di oltre cinquanta membri che racconta, attraverso la propria produzione artistica, le condizioni di diseguaglianza degli aborigeni dell’Australia del Nord; così come delle opere pittoriche di Edgar Heap of Birds che, proveniente dalle Nazioni Cheyenne e Arapaho, con Defend Sacred Mountains (2018) rivendica il rispetto negato ai luoghi ritenuti sacri dalle popolazioni indigene degli attuali Stati Uniti: ciascun gruppo di stampe rappresenta un tentativo di resistenza politica in difesa di una montagna; Mauna Kea, sull’isola di Hawaii, ospita oggi 13 telescopi pur essendo sacra nella religione hawaiana; il San Francisco Peaks in Arizona è inquinato dal deflusso delle acque reflue, benché sia il luogo in cui le tribù Diné/Navajo raccolgono le piante medicinali; Bear’s House/Devils Tower nel Wyoming è un luogo sacro per i nativi delle Grandi Pianure del Nord, ma è diventato una meta turistica per scalatori; il Bear Butte nel Sud Dakota, invece, è attualmente un punto di ritrovo per motociclisti.

Con Decolonizing Botany/Jevi Jejapo-pyra Temiti-tyre (2020) l’artista brasiliana Maria Thereza Alves, con la collaborazione di Ke’y Rusù Katupyry e Verà Poty Resakã, affianca a ritratti di piante il loro nome in latino, appartenente alla classificazione scientifica, e quello in lingua tupi usato dal popolo indigeno dei Guaranì, che sembra suggerire possibilità alternative di identificazione, spostando i confini della designazione: non più costus scaber, ma “ho acqua ma sono fragile, ho spirito”; non più goethea strictiflora ma “le mie foglie coprono le mie lacrime di dolore. Ma sono ammirate dalle altre piante”. Queste sintetiche espressioni cambiano radicalmente la prospettiva di osservazione delle piante che lacrimano, attraggono l’altrui attenzione, incantano gli esseri umani.

Rethinking Nature al museo Madre: l'arte della coesistenza
Alcune delle piante ritratte in Decolonizing Nature (2020) di Maria Thereza Alves. Foto di Siria Moschella

Così come i confini della designazione, anche quelli tra un’entità e l’altra finiscono con l’essere messi in discussione. Rethinking Nature sembra percorsa dal tentativo di destituire l’ontologia sostanzialista che vorrebbe separare gli enti gli uni dagli altri, per suggerire quello che il filosofo Timothy Morton definirebbe un “essenzialismo strano”: la possibilità di designare singole entità senza condannarle all’isolamento, un’ontologia dell’interconnessione, che riconosce umani e non umani intrecciati in una “maglia”. In questo spirito sono le opere che si appellano al senso del tatto, allo scorrere le une sulle altre di superfici continue, che alludono ad un cosmo legato da reciproche implicazioni tra gli esseri che lo popolano. In Black Eldorado (We are the earthquake) (2021) Jota Mombaça e Iki Yos Pina Narvaez sovrappongono immagini dell’estrazione dell’oro in Brasile e Venezuela con immagini di esplorazione endoscopica orale: tra il corpo umano e il corpo della Terra sembra non esserci differenza. Il processo di decolonizzazione è inscritto nei corpi, che rivendicano la loro contaminazione col non umano, la loro appartenenza terrestre. Un simile potere di ridefinizione è attribuito alla sessualità, nel film Pteridophilia 2 (2018) di Zheng Bo, che immagina un rapporto sessuale tra un uomo e una pianta di felce a nido d’uccello, riflettendo sulle esistenti forme di sessualità interspecie, che legano intimamente entità diverse, molto più prossime le une alle altre di quanto ci riesca di immaginare. È così che la “natura” si trasforma in un agente di primo piano, nel quale e dal quale siamo costantemente coinvolti e dissolti. Questo recupero di agentività è una sfida che un’epoca segnata dal riscaldamento globale e dalla minaccia di estinzione non può rinunciare ad intraprendere: nel cortometraggio Upcoming Polar Silk Road di Elena Mazzi, che documenta la realizzazione di una nuova rotta commerciale nell’Artico sfruttando lo scioglimento dei ghiacciai, la voce fuoricampo ci chiede «who are you? What are you looking for in these places where your species was unknown?». A chiedercelo sono i non umani, di cui non siamo mai stati i padroni.

1Mark Fisher, The Weird and the Eerie, minimum fax 2018, p. 17.

Siria Moschella

5 x mille Survival
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