plastica nella placenta
Fonte immagine: Biomed CuE

È nato prima il bambino o prima la plastica?

Uno studio condotto dall’Ospedale Fatebenefratelli di Roma e dal Politecnico delle Marche sembra aver trovato una risposta per questo interrogativo: abbiamo iniziato a nutrirci di plastica sin da prima di nascere. O almeno, così sembra essere per i bambini della nuova generazione.

Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, scriveva Shakespeare. A noi è andata peggio: siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i nostri pc, i nostri telefoni, il souvenir preso dall’ultimo viaggio, la penna con la quale scriviamo, il caricabatterie che ci permette di continuare a parlare con i nostri amici e la carta di credito che ci permette di fare acquisti online.

Dal panismo al plasticismo, siamo plastica che cammina, che vive, che prende decisioni. E, da adesso, siamo plastica nella pancia delle donne, plastica che urla la notte non lasciandoci dormire.

E c’è di peggio: non essendo biodegradabili, ci siamo condannati all’immortalità.

Bimbi cyborg: benvenuti nel futuro

La ricerca condotta dall’Ospedale Fatebenefratelli di Roma e dal Politecnico delle Marche dal titolo Plasticenta: la prima prova della presenza di microplastiche nella placenta ha infatti accertato la presenza di microplastiche all’interno della placenta: 12 frammenti di materiale artificiale individuati mediante la Raman microspettroscopia, identificati come polipropilene e materiale sintetico verniciato. Materiali utilizzati per produrre bottiglie di plastica, packaging alimentare e cosmetici. Si tratterebbe di quantità infinitesimali, certo, non più grandi di 10 micron, ma risulta comunque allarmante che anche un organo così delicato e cruciale per la prosecuzione della specie umana sia ormai, irrimediabilmente, inquinato.

Allarmante e dagli effetti ancora sconosciuti, tanto più grave se si pensa che l’assorbimento di microplastiche, in questo caso, inizi in una fase delicatissima – quella di formazione, letterale – di nuovi esseri umani e non in un organismo adulto, dotato di un sistema immunitario in grado di permettergli di proteggersi da sostanze esterne. La placenta, inoltre, rappresenta lo snodo comunicativo tra ambiente fetale ed ambiente esterno ed è in questo spazio che avviene la divisione tra ciò che il bambino avverte come “sé” o come “altro”. Il rischio dunque è che, sin dalla gestazione, il feto inizi a considerare come parte integrante di sé stesso componenti plastiche.

Cosa potrebbe succedere, dunque?

Antonio Ragusa, primo autore della ricerca Plasticenta, in una dichiarazione raccolta dall’Ansa sottolinea come non sia possibile, allo stato attuale, determinare i rischi per la salute dei bambini nel lungo periodo. Tra i possibili scenari c’è un cambiamento del sistema immunitario o nel metabolismo dei grassi. Ma si tratta ancora di ipotesi, da sottoporre al vaglio della ricerca scientifica.

Sani come pesci (di plastica)

Ci si potrebbe chiedere però come sia finita la plastica all’interno della placenta. Ma non è detto che la risposta possa piacere.

Come dimostrato da numerose ricerche, la plastica, una volta rilasciata nell’ambiente, subisce una degradazione che dà origine a particelle grandi millesimi di millimetri ritrovate ormai ovunque: negli oceani, sulla sommità delle montagne più alte, nell’intestino di alcuni animali. E, ovviamente, nell’uomo.

Sarebbero due le “vie d’ingresso” prevalenti di plastica a riguardare l’uomo: la prima avrebbe a che vedere con l’apparato respiratorio; la seconda con l’alimentazione.

Il consumo smodato di plastica, soprattutto quella usa e getta, dei paesi industrializzati e lo sversamento di questo materiale nei mari di tutto il pianeta ha ormai, in maniera incontrovertibile, inquinato la catena alimentare degli animali e, con loro, dell’uomo, in un processo che parte dalla fauna ittica ed arriva fino alle tavole imbandite per i succulenti pranzi domenicali o per i brunch aziendali. Sotto quale forma? Nessuna visibile ad occhio nudo, purtroppo, dato che le microplastiche diffuse negli oceani verrebbero assunte dai pesci, assorbite dal loro sistema linfatico e, di conseguenza, distribuite ai vari organi e tessuti.

Quando si dice esser sani come pesci, no? Ecco.

Per quanto riguarda gli effetti sull’uomo, alcune osservazioni condotte dall’Epa – Environmental protection agency americana e dell’Efsa – Autorità europea per la sicurezza alimentare, hanno sottolineato come la presenza di nanoplastiche nell’organismo umano possa incidere – non rendendolo efficace al 100% – sull’assorbimento di alcune sostanze fondamentali per l’uomo avere effetti sul sistema nervoso umano e determinare cambiamenti del comportamento, replicando quanto accaduto su alcune specie ittiche.

Tutte possibilità ed ipotesi sottoposte al vaglio degli studiosi che mantengono comunque una certa prudenza nel dichiarare quali siano gli effetti nel medio e nel lungo periodo anche per la grande varietà chimica delle microplastiche e l’impossibilità di individuare un effetto univoco che sia universalmente valido.  

Dunque quali sono le possibili soluzioni? Nessuna nel breve periodo e comunque nessuna che non coinvolga il cambiamento dei nostri stili di vita. Solo la riduzione dell’esposizione alle microplastiche può effettivamente ridurre la possibilità di ingerirle. Ma come fare, se da decenni ne facciamo un uso sconsiderato e poco attento?

Insomma, se prima il leit-motiv era “polvere siamo e polvere torneremo ad essere”, adesso dobbiamo modificarla: siamo plastica. E, come già detto, sarà lei a sopravviverci.

Edda Guerra

Edda Guerra
Classe 1993, sinestetica alla continua ricerca di Bellezza. Determinata e curiosa femminista, con una perversa adorazione per Oriana Fallaci e Ivan Zaytsev, credo fermamente negli esseri umani. Solitamente sono felice quando sono vicino al mare, quando ho ragione o quando mi parlano di politica, teatro e cinema.

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