Perché Dante e la Commedia hanno ancora tanto da dirci
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Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura, / che la dritta via era smarrita. Mai incipit più celebre fu scritto. Mai racconto più straordinario fu consegnato all’umanità. La Commedia trascende il tempo e continua, con la capacità che la contraddistingue di traversare il caduco e l’eterno, ad affascinare letterati, storici e semplici lettori. Ne è la prova il Dantedì, che oggi, per la prima volta, unisce l’Italia al suon dei versi del poema: costretta per forza di cose a ‘trasferirsi’ dai luoghi della cultura al web, la prima giornata nazionale dedicata a Dante rende ben l’idea di quanto la Commedia sia ancora ‘viva’.

Ci sarà chi, a mezzogiorno in punto o forse più tardi, farà propria la voce di Francesca e il suo abbandonarsi all’amore e alla letteratura; qualcuno, invece, impersonerà Ulisse, l’uomo che ancora va con la mente a quel viaggio coraggioso, oltre i limiti imposti da Dio; altri si emozioneranno nel condividere, con i propri cari lontani o con gli studenti dietro gli schermi, l’abbraccio di Virgilio e del suo concittadino Sordello.

Ma cos’è che, a distanza di secoli, fa della Commedia una delle opere più lette e amate di sempre?

Non bastano da soli la lingua onnivora, gli stili che si fondono per meglio rappresentare la molteplicità del reale in una struttura metrica – la terzina incatenata – in ogni luogo perfetta.

La Commedia è ‘l poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra, in esso convivono – e sono inseparabili – la storia dell’uomo e il disegno divino: viaggiare con Dante significa fare esperienza della sofferenza e parimenti della beatitudine, conoscere la miseria e la grandezza; significa vivere fatti che seguono una logica orizzontale e al contempo verticale; significa conoscere quel destino ineluttabile, da sempre compiuto agli occhi di Dio. Ed è proprio questa duplicità che trasforma l’opera del singolo nell’opera di tutti: Dante parla agli uomini, si immedesima in essi, ne interpreta i dubbi e le paure sul ‘qui’ e il ‘dopo’, e lo fa da poeta, teologo, politico; lo fa soprattutto da uomo.

Emblematico il canto X dell’Inferno, uno dei più noti della Commedia e di recente protagonista della lezione dantesca tenuta, in occasione del Festival di Storia organizzato da Laterza, dal professor Alessandro Barbero .

Perché Dante e la Commedia hanno ancora tanto da dirci
Dante e Virgilio nel VI Cerchio.
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Si tratta di un canto impregnato di storia e drammaticità: dalle arche infuocate, nelle quali giacciono gli eretici, si leva dapprima il capo dei ghibellini, Farinata degli Uberti, che ben conserva la superbia e l’orgoglio della passata vita terrena, mostrandosi pronto a ribattere le vendicative affermazioni del suo interlocutore di parte guelfa. Accanto a questa figura, così possente, se ne leva poi un’altra, di statura ben diversa:

Allor surse a la vista scoperchiata / un’ombra, lungo questa, infino al mento: / credo che s’era in ginocchie levata. / Dintorno mi guardò, come talento / avesse di veder s’altri era meco; / e poi che ‘l sospecciar fu tutto spento, / piangendo disse: «Se per questo cieco / carcere vai per altezza d’ingegno, / mio figlio ov’è? e perché non è teco?».

A rivolgersi a Dante è Cavalcante de’ Cavalcanti, padre di Guido, il grande assente della Commedia – la cui invisibile presenza si fa qui sentire più che mai. Dalle terzine sopraccitate si percepisce chiaramente il tormento che attanaglia l’anima dannata e che la infiamma più che il fuoco stesso della tomba in cui è costretta a stare: un filo, mai reciso, lega ancora alla terra Cavalcante, il quale, come farebbe qualsiasi genitore, si chiede dove e come sta suo figlio, perché non è con il suo amico che percorre il regno infernale per altezza d’ingegno.

E io a lui: «Da me stesso non vegno: / colui ch’attende là, per qui mi mena / forse cui Guido vostro ebbe a disdegno». / Le sue parole e ‘l modo de la pena / m’avevan di costui già letto il nome; / però fu la risposta così piena. / Di sùbito drizzato gridò: «Come / dicesti? elli ebbe? non viv’elli ancora? / non fiere li occhi suoi lo dolce lume?». / Quando s’accorse d’alcuna dimora c’io facea dinanzi a la risposta, / supin ricadde e più non parve fora.

La grandezza da sola non basta – dice a Cavalcante il Dante pellegrino: nella Commedia a determinare la salvezza non sono dignità e nobiltà d’animo, bensì la fede, la volontà di lasciarsi guidare dalla virtù celeste ammettendo l’inadeguatezza della ragione. Guido non l’ha fatto: alle parole di Dante, che usa il passato, Cavalcante si dispera, grida, esprime il proprio dolore – incalzando l’interlocutore con ben tre interrogative – per poi ripiombare definitivamente nella sua arca.

È impossibile non provare pietà per Cavalcante che, pur anima, svela tutto il suo essere uomo, così come fanno gli altri spiriti che Dante incontra nel corso del suo strabiliante viaggio e ai quali decide di prestare voce e sentimento. La dimensione oltremondana, dunque, non affievolisce, anzi rafforza quella terrena: la Commedia, paradossalmente, si rivela una delle narrazioni più puntuali e profonde che mai sia stata concepita del “nostro” mondo, imperfetto ed eterogeneo.

E allora leggere il poema vorrà dire non solo scendere all’Inferno, risalire verso il Purgatorio e ascendere con Dante al Paradiso; leggere il poema vorrà dire guardarsi dentro, traversare pienamente se stessi.

Anna Gilda Scafaro

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