25 aprile, Liberazione e Resistenza

A qualcuno potrà sembrare pretenzioso e retorico, una specie di flusso di coscienza imbottito di velleità ideologiche e di malinconiche, nostalgiche alienazioni dalla realtà, allora prima che cominci voglio sgombrare subito il campo: sì, questo è un editoriale retorico, esattamente come il 25 aprile è una festa per tutti gli italiani – almeno, per quelli capaci di articolare un pensiero – e la Resistenza è un sacro dovere degli eredi della Liberazione, noi che siamo la retroguardia culturale dell’antifascismo, noi testimonianze indirette e per nulla credibili del miracolo partigiano.

Anzitutto sia chiaro: non c’è nessun derby tra fascismo e comunismo da giocare, non c’è mai stato nulla del genere. Sostenerlo vuol dire ignorare non solo l’intero periodo storico della Resistenza, ma le nozioni basilari della politica, dell’economia e dell’assetto istituzionale di un Paese, nonché quelle dell’umana decenza. Il profilo perfetto per diventare un ministro, ora che ci penso.

Ma il 25 aprile non è solo questo, perché quando si tratta di decidere da che parte stare non ci si può nascondere dietro una citazione di Brecht. Quando si tratta di fare la Storia la ragione non è mai un’opzione ad esaurimento posti; invece in molti hanno preferito sedersi dalla parte del torto di propria spontanea volontà. Restituire questa semplice, fondamentale verità al lascito narrativo del presente è il primo, necessario atto di Liberazione; il resto ne consegue quasi per sillogismo.

E ve lo dico, ne ho piene le scatole di sentir parlare di Resistenza come un ricordo anacronistico per comunisti amareggiati. Siamo nell’anno 1 del regime gialloverde e occorre metter fine a questa menzogna gargantuesca, ora, seduta stante. Qualcuno ci rimprovera di voler tornare a un passato che puzza di polvere e stantio. A loro rispondo: siete voi quelli che hanno allestito una farsesca messinscena del Ventennio. Siete voi quelli fuori dal tempo, alienati dalla realtà, quelli con gli occhi gonfi di nostalgia e la lingua gonfia di frasi fatte.

(Immagine: LaPresse)

È l’era cominciata ufficialmente il 1° giugno 2018, ad averci precipitato indietro di un secolo, e ne abbiamo già sperimentato gli sciagurati effetti. Non occorre attendere l’apertura dei campi di concentramento, anche perché quelli esistono già, si trovano in Libia e a quanto pare non fanno orrore a nessuno.

Sul piano economico, il sovranismo cullato dall’illusione dell’autarchia, in un contesto di esasperata globalizzazione, è quanto di più folle e deleterio si possa concepire. Salvini e Di Maio inneggiano al nazionalismo sociale di vecchio stampo, ma l’unica similitudine che si riscontra finora è un debito pubblico che cresce a ritmi da conflitto bellico. Fra elemosine di Stato mal progettate (leggasi reddito di cittadinanza), generose regalie ai padroni del profitto (leggasi condono fiscale), cervellotici sperperi (leggasi quota 100), il sovranismo in salsa gialloverde è una catastrofe macroeconomica arginata soltanto dalla moneta unica. E non certo per sempre.

Sul piano sociale, la grettezza ideologica del regime si è palesata molto in fretta. Il congresso di Verona è stato una lustra vetrina in cui esporre, ed imporre, una visione della società rigidamente patriarcale, in cui alla donna obbediente e sottomessa non spetta che accudire il focolare e sfornare figli (o al massimo condurre programmi di cucina), e all’uomo, anzi al maschio spetta il virile sostentamento della famiglia – la sola, unica famiglia ammessa in natura. Le minoranze non possono far parte dello schema, si comprende, perché guastano l’idillio da Mulino Bianco che si desidera inculcare come stereotipo di felicità, ma siccome non è possibile sterminarle restano fuori dai bordi, nell’immaginato che si può ipotizzare ma non si può dire, pudiche vergogne da nascondere con foglie di fico nell’adamitica coscienza di retaggi religiosi ed elettorali.

Ma è sul piano culturale che gli istinti reazionari hanno saputo dare il peggio di sé, sviscerando i più sordidi aspetti del totalitarismo e gettandoli in pasto all’opinione pubblica come budella di pesce sul banco degli scarti. La crociata narrativa contro i migranti invasori, di per sé, basterebbe a far accapponare la pelle. Ma noi italiani siamo abituati a digerire in fretta i rigurgiti storici. Attacchi sfrontati alla libertà di stampa, italianizzazione forzata di termini stranieri, uso incessante della propaganda per seminare odio e ignoranza sono il pasto nudo con cui si sfamano gli istinti più ignobili e beceri di un popolo ridotto alla catatonia morale.

Per cui smettiamola di raccontarci balle. Smettiamola di confortarci al pensiero che se c’è chi ritiene il saluto romano “più igienico” o chi sente il bisogno di esporre striscioni inneggianti a Mussolini è solo per goliardata, folklore politico, o al limite idiozia. È esattamente questo lassismo a fertilizzare il terreno con il letame da cui sbocciano i neofascismi. E non dobbiamo consentirlo, né oggi né mai. La Resistenza parte da qui, dai piccoli gesti quotidiani con cui arginiamo la deriva di un’etica e di un’epoca. Senza frettolosi revivalismi: si può, e si deve, essere partigiani anche senza imbracciare un fucile. Perché per ammazzare il fascismo non occorre aprire il fuoco, basta aprire un libro; non è necessario spargere sangue, ma conoscenza.

Per cui, ministro Salvini, se davvero ritiene che è soltanto dalle mafie che l’Italia debba esser liberata cominci a chiarire i rapporti del suo partito con la ‘ndrangheta, prima di fare passerelle a Corleone. E ministro Di Maio, antifascisti lo si è sempre, non soltanto il 25 aprile, non soltanto in favore di telecamere o in prossimità delle elezioni: farebbe bene a ricordarselo, domani, quando tornerà a fare affari con chi derubrica la Resistenza a una partita di calcio.

Quanto a noi, che la Liberazione non l’abbiamo vissuta, ma viviamo la prigionia dei nostri tempi inalando un’aria greve di censura, odio, discriminazione, indifferenza: dobbiamo essere consci che non basta pubblicare foto capovolte per averla vinta. Coi fascisti non si discute, è ovvio; però con gli altri sì, con quel popolo che inizia a tollerarli, a vederli di buon occhio, persino a desiderarli bisogna discutere. Non si liquida la questione con una vignetta o un commento sprezzante. Se ci abituiamo all’idea che sia tutto qui, che da piazzale Loreto non si torna indietro, che il nostro piedistallo sia un luogo sicuro da cui ostentare fierezza e appartenenza, perderemo tutto. Di nuovo. A tutti noi, per il 25 aprile dell’anno 1 del regime gialloverde, arrivi il più semplice e disperato appello: ora e sempre Resistenza!

Emanuele Tanzilli

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