Tagliare i fondi all'editoria è un atto liberticida e il M5S lo sa fin troppo bene

Che lo stato di salute dell’informazione in Italia non fosse dei migliori era già piuttosto evidente, tuttavia le cose sembrano destinate a peggiorare. Parecchio. Il motivo è da ricercare fra gli interventi per l’editoria contenuti nella Legge di Bilancio 2019, laddove si stabilisce che a partire da quest’anno, e in modo progressivo fino al 2022, i fondi all’editoria erogati in favore di quotidiani e periodici editi da cooperative giornalistiche, enti o fondazioni senza scopo di lucro saranno ridotti fino a essere azzerati del tutto. Il taglio, rispetto agli importi pattuiti nel d.lgs. 70/2017, è del 20% per l’annualità 2019, del 50% per il 2020 e del 75% per il 2021. A partire dal 1° gennaio 2022, infine, la cancellazione totale.

La misura arriva con l’ovvia benedizione del Movimento 5 Stelle, nella persona del sottosegretario all’Editoria Vito Crimi, e con la generale soddisfazione dell’ambiente pentastellato. Non è difficile spiegarsene il motivo: fin dai suoi albori il M5S si è contraddistinto per una furente idiosincrasia nei confronti di tutto ciò che avesse a che fare con la stampa. Nel patrimonio genetico di fenomeno anti-sistema la guerra alla “casta” dei giornalisti è stata fin da subito parte integrante dell’abilissima operazione mediatica di Grillo e Casaleggio.

Basta un breve excursus storico per avere contezza di un rapporto, per usare un eufemismo, complicato e turbolento, fatto di vere e proprie liste di proscrizione coi nomi dei giornalisti sgraditi e insulti spesso offensivi oltre ogni misura. “Vi mangerei tutti per il gusto poi di vomitare”, asseriva con pacatezza Beppe Grillo nel settembre di due anni fa, dopo la sospensiva cautelare della candidatura di Giancarlo Cancelleri alle regionali siciliane. “Pennivendoli che si prostituiscono solo per viltà”, commentava lo scorso novembre Alessandro Di Battista, a seguito dell’assoluzione di Virginia Raggi per il caso-Marra. Due esempi nel mare magnum di volgarità lessicali e ideologiche con le quali il M5S ha liquidato l’articolo 21 della Costituzione.

Non è difficile interpretare l’odio orwelliano contro i “prezzolati” della carta stampata e le accuse di usurpare fondi pubblici per diffondere fake news e fare propaganda per i partiti “di regime” come elementi fondamentali nella strategia dei cinquestelle. Era dunque prevedibile che, una volta al governo, il M5S non si sarebbe lasciato scappare l’occasione di colpire il settore là dove era più vulnerabile, proprio sui fondi all’editoria. Eppure, ciò che adesso viene spacciato per un risultato storico, una conquista epocale da Crimi e Di Maio, cela nient’altro che menzogna e ipocrisia.

Crimi Di Maio M5S
Vito Crimi e Luigi Di Maio

In primo luogo, va chiarito che gli organi di informazione facenti capo a partiti, movimenti politici o società quotate in Borsa erano già stati esclusi dall’accesso ai contributi con la Legge 198 del 2016, entrata in vigore il 15 novembre di quell’anno, quando presidente del Consiglio era ancora Renzi – appena prima che il suo Governo si schiantasse col referendum costituzionale. I grandi colossi della stampa su cui il M5S ha sputato veleno, insomma, non percepiscono nemmeno un centesimo, e proprio per mano di colui che più di tutti erano stati accusati di agevolare.

Chi è dunque a usufruire dei fondi all’editoria? Fra i beneficiari troviamo principalmente Libero Quotidiano, Avvenire, il Manifesto, il Foglio, Italia Oggi, Famiglia Cristiana e l’ampia galassia di pubblicazioni a tema religioso o dedicate alle minoranze linguistiche. Fra le emittenti radiofoniche spicca senz’altro Radio Radicale, con il suo preziosissimo archivio dagli oltre 400 mila documenti: un patrimonio che rischia di andare perduto e per cui già un ampio fronte di storici, filosofi, giornalisti e intellettuali ha lanciato un accorato appello.

L’esborso complessivo è di poco più di 60 milioni di euro all’anno, l’equivalente di un caffè – o una copia di giornale – per ogni italiano. Da questa cifra, comunque piuttosto irrisoria, vanno distinti invece i finanziamenti “indiretti” come la pubblicazione di bandi di gara, il sostegno alle crisi aziendali e l’IVA agevolata, che impattano per cifre intorno ai 500 milioni di euro, come spiega bene questa ricerca, e che per il momento restano immuni al taglio.

“Nel 2022 non ci saranno più fondi all’editoria, in modo tale che tutti i giornali possano stare sul mercato”, ha dichiarato un compiaciuto Di Maio al riguardo. Sembra chiaro l’intento di avviare una transizione verso un modello anglosassone, lasciando che l’informazione diventi il risultato di un incrocio tra offerta e domanda nelle mani delle lobby – per cui, tra l’altro, in Italia non esiste ancora una regolamentazione normativa.

L’altra grande ipocrisia del M5S è stata accusare i suoi avversari di diffondere fake news per gettare discredito e impedire l’ascesa al potere dei cinquestelle, ma il non aver mai speso una parola sul fitto network di siti che negli anni ha disseminato il web di bufale a sfondo razzista, xenofobo e antiscientifico (ricordate le scie chimiche? e le sirene? e i microchip sottopelle? e i vaccini che causano autismo? e il bicarbonato che cura il cancro? Appunto) per alimentare rabbia e dissenso e convogliare il favore dell’opinione pubblica, sebbene in modo non ufficiale, verso gli attuali partiti di governo.

Non occorre un guru della finanza per prevedere cosa accadrà da qui a tre anni: il colpo mortale inferto alle testate meno solide causerà nuove crisi e chiusure, la perdita di centinaia di posti di lavoro, la concentrazione dell’informazione nelle mani di pochi monopolisti (esattamente il contrario di quanto auspicato, con buona pace dei lanciatori di sassolini che nascondono la mano) e una riduzione del pluralismo che farà fare ulteriori passi indietro all’Italia nella classifica della libertà di stampa.

Già nel 2018 i Reporter Senza Frontiere ci collocavano a un poco dignitoso 46° posto, giustificato tralaltro con la motivazione per cui “Numerosi professionisti dell’informazione sono stati apertamente criticati e insultati a causa del loro lavoro da rappresentanti politici, in particolare alcuni membri del Movimento 5 Stelle che non hanno esitato a definirli «sciacalli senza valore» e «prostitute»”. Che coincidenza.

Classifica Libertà Stampa
La classifica della libertà di stampa stilata da RSF

Ma non è tutto. Un Paese con una stampa meno libera è un Paese esposto a ulteriori deficit democratici. Basta confrontare la classifica di prima con quella che misura l’Indice di Percezione della Corruzione stilata da Transparency, per esempio, per notare come vi sia una sostanziale sovrapponibilità fra i due aspetti, a conferma di quanto un ambiente in cui ai giornalisti viene impedito di svolgere il loro ruolo nella società, prima ancora che il loro lavoro, favorisce le condizioni per la diffusione della corruzione. Ma il M5S preferisce continuare a raccontare altro, e mente sapendo di mentire. In perfetta coerenza con quanto detto finora.

Emanuele Tanzilli

2 Commenti

  1. Oh scemooooo, mapensi che siamo tutti con l anello al naso???? Vai a lavorare e scrivi cose sensate, che dal 2022 andrete tutti a zappare la terra!!!!

    • Gentile (ma neanche tanto) signor Ciccio, il nostro giornale non prende contributi pubblici. Facciamo già tutti dei lavori precari per poter mantenere aperto il nostro spazio di libera espressione, ma zappare la terra sarebbe altrettanto dignitoso, gliel’assicuro, la prospettiva non ci spaventa. Ci spaventa invece la prospettiva che anche nel 2022 ci saranno persone livorose e rancorose pronte a insultare in modo gratuito, senza cognizione di causa e con un utilizzo scellerato della punteggiatura. I giornali servono anche a questo, in fin dei conti.

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