Smalltown Boy (Lofi Version), il valore salvifico dell'essenziale
Fonte: Emic Entertainment

You leave in the morning with everything you own in a little black case/ Alone on a platform, the wind and the rain on a sad and lonely face”: nella metà degli anni Ottanta, la probabilità di udire, specialmente per gli assidui frequentatori di locali notturni, la voce in falsetto di Jimmy Sommerville scandire le parole di “Smalltown Boy”, il pezzo che da lì a poco, come un fulmine a ciel sereno, avrebbe rivoluzionato il repertorio delle hit da discoteca, era decisamente alta.

Pubblicato nel giugno del 1984, il brano d’esordio dei Bronksi Beat piombò di diritto in vetta alle classifiche musicali degli anni lucenti conquistando un’ampia fetta di pubblico che si estendeva in gran parte del globo. A testimonianza della popolarità acquisita e del perdurare dello status di icona della canzone che portò il trio britannico alla ribalta internazionale, le molte reinterpretazioni diffusesi a macchia d’olio nel tempo. Particolarmente riuscita, è la cover version firmata da Sonny Hollis e Frankie Flow, fresca di uscita per Emic Entertainment.

Se i più ne hanno apprezzato il ritmo trascinante, quanti ne hanno appieno compreso e assaporato la quintessenza? Ponendosi come proposito di sviscerare la natura soggettiva di “Smalltown Boy”, il duo lo-fi hip hop campano ne ha sgretolato eruditamente le logiche, proponendone una versione scarna e priva di orpelli, simultaneamente lirica e ruvida; il che genera un’agilità espressiva non di poco conto.

La copertina della versione di ”Smalltown Boy” targata Sonny Hollis e Frankie Flow

Accade, in certi momenti, di inseguire un estremo bisogno di interiorità alla ricerca della propria parte più autentica, fulcro primario di ogni felicità. La discesa nei personali abissi e l’incontro con l’anima genera un’assoluta sensazione di libertà: l’individuo, solo di fronte unicamente ai propri valori, talenti e debolezze, è scevro da qualsiasi abitudine mentale e giudizio socialmente imposto, inebriandosi esclusivamente di ciò che è pura essenza.

Abbiamo incontrato Sonny Hollis e Frankie Flow per una chiacchierata sul progetto artistico congiunto che li ha visti partecipi. Sentiamo cosa hanno da raccontarci in merito il loro brano recentemente pubblicato:

Graffianti, grintosi e lontani da ogni cliché: la comunione delle vostre due personalità traboccanti si esprime attraverso sonorità di grande carattere e unicità. Vi sentite simili sul piano delle visioni? Se sì, sapreste definire gli elementi che vi legano maggiormente?

(SONNY HOLLIS): «Essendo entrambi due persone alquanto riflessive, amiamo approfondire ogni aspetto del mondo che ci circonda con quella massiccia dose di ironia che da sempre ci caratterizza. Diversamente da come a primo impatto potrebbe sembrare, dal punto di vista prettamente artistico abbiamo non poche divergenze. Per noi ciò non rappresenta una problematica, ma un punto a favore: è nella diversità e nella voglia di arricchirci reciprocamente da ricercare il motore che ci ha spinti ad instaurare una collaborazione ormai duratura.»

(FRANKIE FLOW): «Pur avendo stili ed influenze musicali contrapposti, lavorare insieme a nuovi brani appare spontaneo, quasi come un gioco. D’altronde, come potrebbe essere il contrario per due amici che si conoscono e frequentano da una vita? Per quanto riguarda il mio profilo artistico e la mia proposta musicale, cerco sempre, pur rimanendo legato ad un certa tipologia di sonorità, di tenermi lontano dai luoghi comuni tipici dei miei generi di riferimento (hip hop e neo soul): il mio desiderio principale è proporre un qualcosa di fresco e inedito.»

Trasformandone le complesse strutture in forme semplici e dirette, siete riusciti nel non semplice intento di dare a “Smalltown Boy”, tra i brani clou di un decennio tra i più ricchi, innovativi ed affascinanti dal punto di vista musicale, nuova linfa vitale. Quali logiche avete adottato?

(SONNY HOLLIS): «Delusi dalla decade che da ragazzini appariva viziosa e colorata ma che, a conti fatti, ci ha solo che illuso, abbiamo deciso di trasporre in note questo nostro senso di amarezza. Ancor prima di recarci in studio, le intenzioni apparivano chiare: rendere “Smalltown Boy”, brano cult degli anni Ottanta, minimale e grezzo. Consideriamo la nostra versione un sequel dell’originale, ovvero il racconto di come un qualcosa sia andato storto nei piani del ragazzo di provincia protagonista della canzone.»

(FRANKIE FLOW): «L’intuzione di fondo è partita da Sonny, il quale ha prodotto un beat con le caratteristiche da lui descritte. Notando che la base si prestava ad un cantato morbido di matrice neo soul, che ben si confà alle mie caratteristiche vocali, ho sposato la sua idea senza pensarci due volte; il resto è venuto da sé.»

Se dovessimo, oggigiorno, attribuire un significato a “Smalltown Boy”, quale sarebbe?

(SONNY HOLLIS): «Sebbene il testo possa, a mio parere, parlare a chiunque, non vorremo nient’affatto spogliarla del suo reale significato: “Smalltown Boy” era, è e resterà fino alla fine di questo mondo un inno contro ogni forma di discriminazione, in particolar modo l’omofobia. Sentirsi diversi, non accettati e presi di mira può letteralmente mettere a repentaglio l’incolumità fisica e mentale di un individuo. Il fatto che una canzone scritta più di trent’anni fa risulti ancora così attuale mette i brividi!»

(FRANKIE FLOW): «Il brano è un monito per le generazioni passate, presenti e future a fuggire via da chi giudica a prescindere, senza conoscere. La parte del testo che più mi è rimasta impressa è “the answer you seek will never be found at home, the love that you need will never be found at home”. A tale frase, che mi ha colpito nel profondo, ho attributo il seguente significato: non bisogna aver paura di essere sé stessi e di uscire dalla propria comfort zone se necessario; ognuno merita di sentirsi amato ed accettato per come è, senza apportare alcuna modifica al suo modo di essere e/o comportarsi.»

Il ritorno all’essenziale può essere inteso come una sorta di medicamento interiore: vuol dire ritrovare il nucleo rovente intorno al quale ridefinire la nostra esistenza personale. A vostro avviso, è davvero possibile adempiere, nel pieno delle proprie facoltà, a questa missione?

(SONNY HOLLIS): «Data la direzione presa dalla società, il ritorno all’essenziale appare – non per essere pessimisti – mera utopia. Il progetto musicale di cui ci facciamo portavoci non vuol essere un tributo a quell’epoca, morta e sepolta, nella quale bastava poco per essere realmente felici, ma un tentativo di ricreare una piccola dimensione analogica dove rifugiarsi dai dettami imposti. Indipendentemente dal parere di chi vi vuole male e dalle costrizioni subite da chi vi vuole vendere le proprie convinzioni come verità assoluta, siate sempre voi stessi!»

(FRANKIE FLOW): «Non me la sento di esprimere sentenze su come sia opportuno comportarsi: essendo un argomento piuttosto complesso e delicato, anche per il più qualificato dei sociologi trattarlo non sarebbe cosa da poco. Personalmente posso dirvi che per scordarmi delle vacuità e concentrami su problematiche concrete, oltre a produrre brani, faccio esercizi di meditazione. Credo che la frustrazione dovuta alla consapevolezza che la vita effettiva non potrà essere mai e poi mai come quella immaginata, porti costantemente a ricercare bisogni al di fuori di quelli essenziali. Rendersi conto che il sentiero del desiderio non avrà fine e che, pertanto, non si raggiungerà in nessun caso l’agognata metà dell’appagamento è indubbiamente un meccanismo controintuitivo: una volta compreso, però, il concetto, tendere la mano all’essenziale sarà decisamente più semplice ed immediato.»

Vincenzo Nicoletti

Greenpeace

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