L'impatto della violenza coloniale sui corpi delle donne razzializzate
(Fonte: Wikipedia Commons)

Violenza e sopraffazione fanno inevitabilmente parte del colonialismo. Queste non si basano esclusivamente sullo sfruttamento del territorio e delle risorse del Paese colonizzato, ma anche sul controllo esercitato sulla popolazione e sui corpi. Il colonialismo ha spogliato e continua a spogliare intere regioni delle loro ricchezze, colpendo ogni ambito della vita dei popoli e delle culture che vengono colonizzate. La rappresentazione di questi ultimi gioca un ruolo fondamentale: come spiegato dal sociologo Stuart Hall nel libro The West and the Rest: Discourse and Power, la contrapposizione tra l’Occidente civilizzato e sviluppato e il “resto” del mondo, rimasto inevitabilmente ad uno stadio primitivo e dunque inferiore, ha impregnato il discorso razziale promuovendo stereotipi e pregiudizi che hanno fatto da giustificazione alle pratiche discriminatorie messe in atto.

Nella rappresentazione dell'”altro”, non è mai mancata l’attenzione verso i corpi e il tema della sessualità. La visione occidentale che voleva il Nuovo Mondo come una sorta di paradiso terrestre, in cui le persone vivevano in uno stato di natura praticando una sessualità aperta in quanto guidati da “istinti” prettamente animaleschi, ha caratterizzato per secoli le descrizioni di ciò che non rientrava nella concezione di Occidente. Tutto ciò si lega inevitabilmente all’oggettivazione e al feticismo, che è stato spinto agli estremi in casi come quello di Saartje Baartman, passata alla storia come la “Venere Ottentotta”. Nata in Sudafrica nel 1789, la donna è stata portata a Londra nel 1810 dopo aver attirato l’attenzione degli schiavisti per via del suo aspetto fisico, in particolare per due condizioni: ossia la steatopigia – il carattere somatico, legato al genere femminile, consistente in ipertrofia o iperplasia delle masse adipose delle cosce e dei glutei (cfr. Treccani) – e la cosiddetta “apertura Ottentotta”, dovuta alla macrininfia.

L'impatto della violenza coloniale sui corpi delle donne razzializzate
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Questi ultimi decisero, quindi, di esporla negli “zoo umani” tipici dei primi decenni dell’800. Per cinque anni Baartman è stata la protagonista di “performance” disumane, legata ad una catena e costretta a camminare imitando un animale. Il suo corpo e la sua persona sono stati ridotti alla sua sessualità, ampiamente enfatizzata e trasformata in una sorta di spettacolo, rendendola l’emblema di quella diversità che caratterizzava l’altro in netta contrapposizione ai canoni europei ed eurocentrici, e dunque una prova dell’abissale distanza tra “razze” differenti, alla quale spettava un’attenzione morbosa. Nemmeno la sua morte ha placato tutto ciò. Infatti, quando la donna ha perso la vita a causa di una malattia infettiva (si pensa fosse vaiolo) nel 1815 il suo scheletro, i suoi genitali e il suo cervello sono stati esposti presso il Musée de l’Homme di Parigi fino al 1974.

La violenza coloniale si sfoga sui corpi privandoli della loro dignità, facendoli diventare oggetti alla mercé dell’oppressore. Ai tempi del colonialismo italiano, il Governo fascista si impegnò a presentare l’Africa come il continente in cui il popolo – o meglio gli uomini – avrebbero “collaudato” la propria virilità. Il concetto di mascolinità bianca doveva passare anche attraverso la conquista non solo di nuovi territori (o, almeno inizialmente, la “liberazione” dei popoli dalla loro stessa incapacità di governarsi), ma anche delle donne che – proprio come gli Stati occupati – venivano sfruttate e sottomesse.

Stampa, televisione, cinema, radio e mondo dell’arte hanno contribuito alla diffusione di una rappresentazione ipersessualizzata dei corpi razzializzati. Le vignette “umoristiche” diventate un fenomeno durante il colonialismo offrono un esempio concreto del modo in cui venivano descritti gli abitanti dell’Africa orientale, da un lato, e gli italiani impegnati a portare la civiltà nel continente, dall’altro. Le donne, raffigurate come una merce, vengono ridotte alla loro presunta preminenza fisica. Fuori dall’Italia, le opere degli artisti appartenenti alla corrente del “primitivismo” si ponevano l’obiettivo di rappresentare le culture relegate allo “stato di natura”, ovviamente contrapposto alla “civiltà” occidentale. La colonizzazione di nuovi territori e l’incontro con popoli diversi hanno attirato la curiosità e le fantasie di coloro che vedevano nell’altro la possibilità di fuggire dalle costrizioni della società occidentale, per esprimere la propria arte rifacendosi ad una prospettiva vista come agli antipodi dalla tradizione europea.

Così artisti tra cui Gauguin hanno soggiornato in località come Tahiti, colonia francese in cui il pittore – in cerca di un luogo in cui potersi allontanare dal progresso occidentale – trovò l’ispirazione per la realizzazione di diversi quadri (Annah la giovane, Racconti barbari e Lo spirito dei morti veglia sono alcuni esempi). Da questi, tuttavia, emerge una visione dell’isola come un paradiso terrestre in cui poter vivere liberamente il proprio desiderio sessuale, ma da un punto di vista maschile ed eurocentrico. La rappresentazione dei popoli “primitivi” che abitavano terre lontane era strettamente legata al mito dell’Età dell’oro: proprio come nelle leggende che immaginavano un’antichità in cui le leggi erano assenti, non era ancora nato il concetto di proprietà e la sessualità era vissuta senza preconcetti moderni, nelle colonie era possibile trovare risorse pressoché infinite a cui attingere, ma anche corpi destinati a diventare oggetto di feticizzazione sotto il controllo dominante dei colonizzatori.

L'impatto della violenza coloniale sui corpi delle donne razzializzate
(Fonte: Wikipedia Commons)

In Italia il colonialismo è andato di pari passo con la nascita del madamato, pratica sviluppatasi fin dai primi anni dell’arrivo dei soldati. Questo consisteva in un “matrimonio” tra coloni e donne del posto fondato (sulla carta) su una serie di obblighi rivolti ad entrambi i coniugi. Di fatto, però, il madamato ha permesso di istituzionalizzare veri e propri abusi nei confronti di giovani donne grazie da cui gli italiani avevano, in virtù del “contratto matrimoniale”, modo di pretendere prestazioni sessuali. Tra i casi che più hanno fatto discutere spicca quello del giornalista Indro Montanelli, fondatore de Il Giornale, che all’età di 26 anni si è “sposato” con una ragazza eritrea di nome Destà (di età compresa tra i 12 e i 14 anni).

Nel corso di un’intervista con la scrittrice e attivista Elvira Banotti nel 1969, descrisse così il loro “matrimonio”: ‭«Scusate, ma in Africa è un’altra cosa. L’avevo regolarmente sposata, nel senso che l’avevo comprata dal padre». Quando Banotti lo ha accusato di stupro, il giornalista ha rimarcato: ‭«Nessuna violenza, le ragazze in Abissinia si sposano a 12 anni». L’Italia, ad ogni modo, non è stata assolutamente l’unica nazione ad adottare pratiche simili. Negli Stati coloniali europei, infatti, era previsto il “concubinaggio”. Nel 1937 tuttavia nel Paese c’è stato un cambiamento di rotta, con la proibizione del madamato e la successiva introduzione delle leggi razziali fasciste (a partire dall’anno seguente, fino all’inizio degli anni ’40). Il motivo era dato dalla crescente preoccupazione all’idea di una “corruzione” della razza bianca.

La violenza coloniale si basa su un binomio che vede l’altro come oggetto del desiderio – dotato di una sessualità che viene ampiamente enfatizzata – ma allo stesso tempo limitandolo a ciò che è primitivo, barbaro e dunque pericoloso. I pregiudizi sviluppatisi nel passato oggi continuano ad esercitare un’influenza sulla rappresentazione e sulle forme di discriminazione con cui le persone razzializzate devono fare i conti. La diffusione delle tesi secondo cui le donne nere fossero per indole più “disponibili” sessualmente durante lo schiavismo, per esempio, ha permesso agli schiavisti di trovare una giustificazione alle violenze perpetrate. Il fatto che, dagli abusi, si potessero “ricavare” anche nuovi schiavi da sfruttare, con la nascita di bambini destinati ad essere privati della loro libertà, incentivava ulteriormente la spirale di discriminazioni e violenze.

I numerosi parti delle donne nere erano considerati un’ulteriore prova del loro “appetito sessuale” particolarmente acceso. Così è stato possibile accentuare la contrapposizione che vedeva da un lato le donne bianche, tenute ad essere “pure” e che seguivano uno stile di vita moderno, e le donne nere “impure” e appartenenti a contesti ben lontani dal progresso degli occidentali. Con la fine del colonialismo e dello schiavismo, non si è smesso di rappresentare queste ultime rifacendosi agli stereotipi del passato e al binomio tipico della rappresentazione razzista: sessualmente “disponibili” da una parte e violente e pericolose dall’altra (mostrate nella cultura pop nei panni di prostitute o delinquenti). Questo fenomeno è stato battezzato “stereotipo di Jezebel”, termine che indica la tendenza a percepire le donne nere come più promiscue derivante dal discorso razzista. Frutto di tutto ciò è anche l’adultizzazione precoce delle bambine e delle ragazze razzializzate che, fin da giovanissime, subiscono molestie dovute alla propensione a vederle come più “mature” rispetto alle loro coetanee bianche e alla condizione di minore tutela dovuta alla doppia discriminazione che vivono.

L’influenza della mentalità coloniale si manifesta in diversi modi e, spesso, è molto sottile. Nemmeno il femminismo occidentale è estraneo a tale visione. È quanto denunciato un anno fa dall’avvocatessa e giornalista Rafia Zakaria nel libro Femminismo bianco, nel quale ha ripreso le riflessioni di icone del movimento e gli avvenimenti passati alla storia come l’istituzione del diritto al voto per le donne. Il femminismo ha iniziato a svilupparsi nell’Ottocento rifacendosi al punto di vista di donne bianche benestanti, mentre quelle razzializzate dovevano fare i conti con discriminazioni e segregazione. Zakaria, nel suo libro, porta le prospettive di personalità come Audre Lorde che, decenni fa, parlava della necessità di un femminismo che tenesse conto delle diverse dimensioni dell’identità di una persona: questa, secondo l’attivista e scrittrice, era l’unica via per porre realmente fine all’oppressione.

Il femminismo intersezionale mira proprio a sottolineare l’esistenza di sottogruppi che vengono discriminati per questioni che – oltre al genere – si legano all’etnia, alla religione, all’orientamento sessuale o più in generale al contesto in cui ci si trova. Un esempio è dato dal dibattito intorno al velo che, molto spesso, nei Paesi occidentali viene associato meramente alla sottomissione della donna costretta ad attenersi ai dettami patriarcali di una religione oppressiva. Ciò che accade in Paesi come l’Iran, in cui le donne sono impegnate in proteste contro le imposizioni dello Stato e i soprusi della polizia religiosa che in molti casi hanno poco a che fare con il Corano (basti pensare alle rivolte scoppiate dopo l’uccisione di Mahsa Amini) finisce con l’essere filtrato in un’ottica islamofoba.

Sono frequenti inoltre i casi in cui il punto di vista occidentale si sovrappone a quella che, nei fatti, è la volontà delle donne che potrebbero decidere (o meno) di indossare il velo. Con la tendenza, nel primo caso, a giudicarle come private della loro libertà a prescindere seguendo un modello di emancipazione radicato in una visione eurocentrica ed escludente che, in più Paesi, ha portato all’introduzione di leggi volte a limitare l’uso del velo. A ciò si lega inoltre l”idea diffusa della necessità, per queste donne, di dover essere “salvate” senza lasciare alcuno spazio alla loro autodeterminazione. Da anni, le femministe musulmane lottano per superare questa visione, che «sminuisce le scelte di coloro che vogliono indossare il velo» come dichiarato dalla giornalista Hanna Yusuf nel corso di un’intervista per il Guardian. In conclusione, della violenza coloniale non smettono di rimanere le tracce, visibili nella rappresentazione che viene fatta delle persone razializzate, nelle discriminazioni perpetrate quotidianamente (strascico di quelle del passato) e negli abusi vissuti dalle donne nei contesti in cui il loro corpo diventa campo di battaglia.

Cindy Delfini

Cindy Delfini
Classe '97, Milano. Studio scienze Politiche, Economiche e Sociali, con un forte interesse verso i diritti civili. Sono appassionata di arte nelle sue diverse forme di espressione: musica, danza, cinema, serie TV, letteratura.

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