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Fonte: Getty Images

Si può lanciare la sfida al più grande “impostore mediatico” della storia recente americana, re incontrastato finora di tweets e campagne elettorali permanenti sui social network, scendendo in campo sul suo stesso terreno e sperando pure di batterlo? Per Michael Bloomberg, magnate delle telecomunicazioni ed ex sindaco di New York, non solo si può, ma si deve. Non solo: con un meme creato ad arte, secondo lui e i suoi consulenti d’immagine si può davvero lanciare la sfida per la Casa Bianca. Sarà vero?

Chi è Michael Bloomberg

78 anni, Bloomberg è il classico imprenditore americano più o meno self made che, in pieno stile USA, si è buttato in politica trasferendo l’immagine di uomo d’affari di successo nel campo dell’amministrazione della cosa pubblica. Nono nella classifica dei più ricchi del mondo, è stato prima democratico, poi repubblicano “indipendente”, quindi sindaco di New York (raccogliendo con molto successo il testimone dal celebre Rudy Giuliani); recentemente, più o meno dal 2018, si è riassociato al partito democratico, prevalentemente in funzione anti Trump.

Sì, perché Michael e Donald, i due vecchi tycoon della scena americana, proprio non possono vedersi, almeno da quando il secondo è diventato presidente (prima erano in rapporti quantomeno cordiali). Bloomberg ha infatti più volte dichiarato di volersi candidare alla corsa per la Casa Bianca per “sbarazzarsi” di Trump. Probabilmente colpito dal successo del suo collega multimiliardario nel 2016, l’ex sindaco di New York ha deciso quindi di competere contro l’intero establishment democratico per diventare l’unico e più credibile sfidante di Trump nel 2020. Tuttavia, la strada stavolta sembra tutta in salita.

Un meme, un voto: l’equazione perfetta per la Casa Bianca?

Bloomberg non ha una base popolare alle spalle. Non si può dire nemmeno che abbia una base ideologica. Porta in dote, come detto, la forte carica antitrumpiana, che però non è certo una novità tra le fila democratiche; non ci va giù tenero nemmeno con i suoi potenziali sfidanti nella corsa delle primarie, considerato quanto polemizza abitualmente con un altro grande vecchio del partito, Bernie Sanders. Non potrebbe essere altrimenti, del resto, considerata la sfumatura “socialista” del senatore del Vermont e la vocazione “ipercapitalista” del magnate delle telecomunicazioni.

Tuttavia, per Bloomberg gli ostacoli oggettivi verso una difficile affermazione alle primarie e quindi alle presidenziali del 2020 non sembrano costituire un problema. Il primo passo che gli è stato suggerito dal suo entourage è quello di crearsi un elettorato di riferimento: per un settantottenne, si penserà, dovranno essere i cittadini più maturi. Invece no, perché Michael è uno che guarda sempre lontano. Gli elettori cui punta sono innanzitutto i giovani fino ai 30 anni. A questa fascia di cittadinanza ci si arriva attraverso Internet e i social. E qui entrano in scena i meme.

Vignette e immagini satireggianti che prendono in giro un’espressione, un tic o una gaffe possono essere un problema, ma non quando sei tu a crearteli da solo o a pagare qualcuno per farlo per te. In questo secondo caso, infatti, il meme diventa uno strumento per far circolare un messaggio velato, creare notorietà intorno a un personaggio, meglio se anziano e con una montagna di soldi. Soprattutto, consente di “alleggerire” l’immagine del suddetto, danaroso vecchietto, cosicché possa sembrare più accessibile e alla mano anche per i meno abbienti.

In una parola, il meme può aiutare a diventare accettabile come presidente; persino più di quell’altro personaggio di Sanders, che con la sua zazzera bianca pure sembra un pensionato un po’ su di giri, ma che parla sempre e solo di crisi economica, sanità pubblica e politiche sociali. Con una simile prospettiva, meglio assicurarsi di avere una copertura mediatica capillare. Bloomberg ha pensato di assumere praticamente tutte le tipologie di operatori di Instagram, ma anche di Facebook: dai più ai meno seguiti influencers, i rimbalzi di meme ormai si sprecano, col New York Times che parla di una vera e propria “valanga” di post. Questo fenomeno ha allertato gli stessi gestori dei social network per l’eccessiva politicizzazione del loro utilizzo.

L’investimento economico sfiora cifre folli e di fatto incomparabili con quelle di quasi tutti gli altri candidati alle presidenziali sul fronte democratico. Pare infatti che Bloomberg, pur di rendere sempre più concreto il sogno di arrivare alla Casa Bianca, stia investendo qualcosa come un milione di dollari al giorno in pubblicità solo su Facebook. Il ritorno in termini di immagine e popolarità dovrebbe essere assicurato, ma non è necessariamente così, per alcuni motivi.

I punti deboli della campagna di Bloomberg (per ora)

In primo luogo, non è facile creare dal nulla quello che non si ha, nemmeno se allo scopo si possono spendere montagne di denaro. Non basta infatti dirsi anti Trump per ottenere un buon bacino di consenso in una competizione democratica mai quanto stavolta politicizzata e ideologicamente orientata, tra il “rosso” Sanders, la nuova proposta Buttigieg, il solito Biden ed Elizabeth Warren più agguerriti che mai. Un meme non sostituisce dei veri contenuti dialettici e politici, che per il momento, nel caso di Bloomberg, sembrano ancora un po’ carenti.

Manca un programma definito sul futuro del Paese; manca ancora una road map efficace per rendere più credibile per Bloomberg l’ipotesi di un futuro da inquilino della Casa Bianca. Oltre alle prospettive sull’avvenire, poi, manca anche una toppa decente su certi errori che tornano da uno scomodo passato e che i competitor nella corsa delle primarie non esitano a sottolineare.

Quando infatti hai alle spalle delle pesanti accuse per molestie sessuali sotterrate da importanti accordi economici riservati con le presunte vittime, non è difficile per un personaggio come Warren, molto attenta alla questione femminile, sottolineare la pericolosa somiglianza tra Bloomberg e Trump nell’ambito del primo dibattito televisivo tra i partecipanti alle primarie dem.

In aggiunta, Sanders lo ha accusato di essere un razzista con le minoranze afroamericana e latina, Biden di non condividere l’Obamacare. In realtà, se Warren e gli altri attaccano tanto decisamente Bloomberg un motivo c’è. Qualche sondaggio ha cominciato a dare il miliardario in netta risalita, quasi intorno al 14%. Difficile dire se pagare i meme “pagherà” anche in termini di voti, ma per saperlo non c’è molto da aspettare: dopo Nevada e South Carolina, il Super Tuesday si avvicina.

Ludovico Maremonti

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