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Fonte: Matt Rourke/AP Photo

Il paradosso, a poche ore dalla vittoria di misura di Bernie Sanders su Pete Buttigieg in New Hampshire, è che finora si è parlato molto di più delle primarie dem come di un fallimento, piuttosto che come dell’inizio della riscossa dell’opposizione antitrumpiana dopo il duro colpo dell’assoluzione del presidente dall’impeachment. Il (de)merito è tutto dell’ormai celebre disastro del caucus in Iowa della scorsa settimana e del metodo di conteggio del voto usato per la consultazione elettorale, che ha miseramente fallito.

Il Caucus in Iowa e la perdita di credibilità delle primarie dem

Una vera e propria sciagura mediatica, quella causata dall’imprevisto difetto nella lettura e decodificazione computerizzata del numero delle preferenze, che ha causato per giorni un’incertezza assoluta sull’identità del vincitore (Buttigieg? Sanders?) deleteria per la credibilità di un intero movimento politico. È incredibile che il partito democratico USA, chiamato a dare un segnale forte al Paese da qui a luglio, un segnale di presenza concreta, di forte proposta democratica contro il populismo autoritario trumpiano, si sia perso proprio al nastro di partenza del caucus in Iowa, in un modo che rischia di compromettere la corsa alle presidenziali 2020.

Al punto che non è sembrato nemmeno più rilevante il dato inaspettato, senz’altro curioso, della vittoria dell’outsider Buttigieg, ex sindaco di South Bend in Indiana, che l’ha spuntata per un soffio sul ben più reputato Bernie Sanders, con Joe Biden defilato in terza posizione. Passa in secondo piano che il primo appuntamento delle primarie dem abbia offerto la ribalta a un personaggio come Buttigieg, che da sindaco adottò anche qualche provvedimento discutibile in materia di ordine pubblico nei confronti di neri e ispanici (e per questo, paradossalmente, è un candidato forte contro Trump, perché in fondo parlano un po’ la stessa lingua).

Tutto o quasi, infatti, si è ridotto all’analisi del crack del sistema elettronico di conteggio dei voti e all’ennesima presa d’atto delle battutine di Trump che canzonava – giustamente – gli avversari politici. “Come pensano di governare?”, ha chiesto tronfio il presidente nel solito tweet al vetriolo, sguazzando nella palude di imbarazzo e inadeguatezza creata dal caucus in Iowa. Affermazioni, smentite e repliche tra i membri di un partito tutt’altro che compatto hanno animato la settimana successiva all’assurdo incidente. Le primarie dem si sono trasformate in un ring su cui i responsabili delle campagne dei singoli candidati si rimbalzavano minacce di ricorsi per il ricalcolo delle preferenze, mentre i responsabili dell’app incriminata rassicuravano, senza essere troppo convincenti, sul buon esito delle procedure elettorali.

Il dato politico passato inosservato: la vittoria di Buttigieg su Sanders

È pur vero che siamo nel 2020 ed è plausibile e legittimo provare a rendere meno faticose le procedure di voto all’interno di un processo lungo e complesso come le primarie dem; è altrettanto vero che uno Stato poco popoloso come l’Iowa ben si prestava all’impiego di un sistema parzialmente computerizzato di gestione della consultazione. Tuttavia, col senno di poi è lecito chiedersi se valesse davvero la pena affidare a un’app poco sperimentata e, a quanto pare, anche poco qualificata, l’esito del caucus in Iowa, un evento che faceva da banco di prova per la credibilità democratica.

A maggior ragione considerato che, nell’attuale momento politico, si rafforza la tradizionale percezione, comune a molti analisti, che nel 2020 gli Stati più piccoli (in termini di popolazione) rappresenteranno comunque una fetta importante dell’indirizzo del consenso verso questo o quel candidato. Magari ciò avverrà, appunto, non in termini numerici relativi, ma in valore assoluto, aumentando cioè la popolarità di un certo candidato e il suo riflesso sull’immagine a livello nazionale a seconda dei risultati conseguiti nelle realtà più in apparenza trascurabili.

Perciò, nel caucus in Iowa partire col piede giusto sarebbe stato importante, non solo per una questione di coerenza complessiva delle primarie dem, ma anche e soprattutto per ricavare un dato politico già rilevante sull’orientamento del popolo democratico. In questo senso, un’affermazione chiara e incontrastata di Buttigieg su Sanders sarebbe stata molto più interessante dal punto di vista analitico, per quanto l’Iowa sia comunque uno Stato popolato al 90% da etnia bianca e non si conosca ancora l’orientamento dell’elettorato di colore e ispanico su questo candidato (comunque non uscito certo ridimensionato dal confronto con Sanders in New Hampshire, in attesa del Super Tuesday di marzo).

La spiegazione di un fallimento già decisivo

E dire peraltro che i caucus sono eventi politici particolarmente interessanti: per sintetizzare, si tratta di un confronto dal vivo, acceso e diretto tra gli iscritti al partito, all’esito del quale si vota in massa attraverso un metodo misto, manuale ed elettronico, in cui la parte fondamentale la gioca proprio la famigerata app sviluppata dalla Shadow, una società cliente del partito. Come è stato osservato, all’atto del conteggio dei voti espressi dalle grandi assemblee che hanno caratterizzato il caucus in Iowa il lavoro più oneroso (in un procedimento già di per sé più complesso di quanto sembri) è spettato al personale locale: tra presidenti dei singoli eventi elettorali in tutto lo Stato e soggetti di supporto, quasi nessuno era stato però adeguatamente preparato a usare la nuova tecnologia di voto.

A queste difficoltà si sono associate vere e proprie problematiche tecniche dell’applicazione, che hanno finito per ingolfare il sistema in diversi centri dell’Iowa. Risultato, l’app in questione non è riuscita a contare i voti sottoposti dai funzionari di partito in un buon numero di casi ed è per questo che a lungo non si è capito chi avesse vinto. Bisogna poi tenere presente che questa specifica modalità delle primarie dem consiste in elezioni indirette, vale a dire che la base del partito elegge dei delegati che poi, alla convention finale, stabiliranno insieme a quelli degli altri Stati chi sarà lo sfidante di Trump. Insomma, quelli da definire all’esito del caucus in Iowa non erano le preferenze dirette per un singolo candidato, ma quelle a beneficio di decine di delegati dello Stato, nel caso dell’Iowa 41, che voteranno per ciascun candidato “fisico” nella convention finale.

Ecco perché è stato ancora più facile che i funzionari e le app malfunzionanti entrassero in conflitto: troppi voti e preferenze da gestire hanno fatto semplicemente crashare il sistema. Un’iniziativa, quella di utilizzare l’aiuto elettronico, che era stata adottata per garantire maggiore trasparenza all’intero sistema, ma che si è rivelata il più classico degli autogol.

Ed ecco come, alla fine, l’unico che per adesso se la ride è l’immancabile “The Donald“. Altro che aver paura di Buttigieg e Sanders, che pure hanno usato toni trionfalistici in New Hampshire sull'”inizio della fine di Trump”: grazie all’incidente della scorsa settimana il presidente si è praticamente risparmiato la fatica di dimostrare la presunta inettitudine politica e amministrativa dei dem. Almeno il disastro del caucus in Iowa è capitato all’inizio del lungo percorso delle primarie, in tempo per venire dimenticato – tweets di Trump permettendo.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo "Sannazaro", quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l'Università "La Sapienza" di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.

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