violenza domestica, vittimizzazione secondaria, tribunali civili, convenzione di istanbul
fonte: D.i.R.e

Ecco le nostre #EvidenzeStrutturali verso la Giornata contro la Violenza sulle Donne. L’articolo 31 della Convenzione di Istanbul in materia di “Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza” stabilisce che nei tribunali civili, durante i processi per il riconoscimento dei diritti di custodia o di visita di figli e figlie, gli episodi di violenza domestica debbano essere presi in considerazione nell’elaborazione della sentenza.

Inoltre, qualsiasi verdetto emanato dal giudice deve garantire sicurezza e non compromettere i diritti sia della donna vittima di violenza che dei bambini e delle bambine. Allora perché l’indagine condotta da D.i.Re, resa pubblica il 15 luglio 2021, denuncia non solo la disapplicazione dell’articolo 31, ma anche l’assenza di qualsiasi tipo di riferimento alla Convenzione di Istanbul? Perché non si impedisce che le donne vivano processi di vittimizzazione secondaria?

Perché la violenza domestica non viene riconosciuta nei tribunali civili e per i minorenni?

In casi di affidamento di minori, l’inadeguatezza del sistema giuridico italiano nel trattare la violenza di genere, accompagnata da una buona dose di pregiudizi di matrice culturale, porta ad un mancato riconoscimento della violenza domestica e alla disapplicazione della Convenzione di Istanbul. Durante i processi civili è possibile notare una forte pressione alla bigenitorialità che tende ad occultare elementi fondamentali nell’elaborazione di una sentenza giusta che tuteli tutte le parti coinvolte.

Quando presenti, la violenza domestica ai danni della madre e l’eventuale violenza assistita subita dai minori, ad esempio, vengono accantonate. Questa attitudine spinge il giudice o la giudice e la CTU (Consulenza tecnica d’ufficio) ad un’analisi superficiale e semplicistica del caso che si risolve con la retorica de “il bambino o la bambina ha bisogno del padre e della madre”. Tenendo sempre a mente il costruzionismo che regola la ripartizione dei ruoli di genere nella famiglia e senza negare la necessità del bambino o della bambina della presenza costante delle figure genitoriali, tutto il resto non può cadere nel baratro della non rilevanza.

Nell’elaborazione della sentenza è fondamentale dare la dovuta importanza alle dinamiche relazionali tra le mura domestiche, riconoscere e tenere conto della relazione abusiva tra i genitori. Una narrazione distorta dei fatti innesca la dissoluzione automatica della violenza domestica dalla discussione, specialmente quando si parla del rapporto abusivo in termini di rapporto conflittuale. Identificando l’uno con l’altro, tutta una serie di significati intrinseci vengono rigirati per il verso opposto. La differenza tra conflitto e abuso è chiara, come le implicazioni che i due termini portano con sé. Una relazione abusiva non identifica le due parti in disaccordo come poste sullo stesso piano, ma al contrario individua uno stato di subordinazione di una delle due.

Nell’area della violenza di genere, una dinamica relazionale di questo tipo riconosce come attorə sociali l’uomo-maltrattante e la donna-maltrattata, modello ben distante dal rapporto di un uomo e una donna in conflitto. Operare in funzione di una sovrapposizione dei due termini è inammissibile e porta, conseguenzialmente, ad una vittimizzazione secondaria della donna, che non viene tutelata in quanto soggetto che ha subito una violenza.  

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Fonte: Pexels.com//Anete Lusina

Cosa emerge dall’indagine di D.i.Re?

L’indagine condotta da D.i.Re è intitolata “Il (non) riconoscimento della violenza domestica nei tribunali civili e per i minorenni” ed è stata curata dalle avvocate Titti Carrano e Elena Biaggioni, con il contributo di Paola Sdao per l’interpretazione dei dati e delle avvocate Ethel Carri e Maria Cristina Cavaliere. L’obiettivo della ricerca è quello di verificare l’applicazione dell’articolo 31 della Convenzione di Istanbul tramite un’analisi dei processi giudiziari nei tribunali civili e per i minorenni seguiti dalle avvocate di D.i.Re, avvenuti in un determinato arco temporale.

Secondo l’indagine, nella maggior parte dei casi la violenza domestica viene riconosciuta solo marginalmente durante i processi civili, nonostante si presenti una documentazione esaustiva comprovante la violenza subita dalla donna e la violenza assistita subita dai minori. «L’obiettivo principale è salvaguardare e conservare il rapporto con la prole, ovvero il legame genitore-figlio\a, indipendentemente dalla presenza di condotte violente nei confronti della madre» scrivono Carrano e Biaggioni, in linea con ciò che si evince dalla ricerca circa la tutela della madre nell’organizzazione degli incontri con il padre. Solo il 22% delle avvocate dichiara la presenza di disposizioni per salvaguardare la madre.

Inoltre, un altro elemento fondamentale che emerge e che contribuisce alla vittimizzazione secondaria delle donne è l’incidenza delle CTU nell’elaborazione della sentenza. La consulenza tecnica d’ufficio grava particolarmente sulle spalle delle donne poiché il team di specialistə coinvoltə possiede un formazione standard, non specifica per il singolo caso. Conseguenzialmente, nella maggior parte dei casi i quesiti posti per la valutazione non vertono mai sulla violenza domestica o assistita subita.

Come emerge dalla ricerca di D.i.Re, il non riconoscimento della violenza domestica può essere considerato un dato di fatto nei tribunali civili e per i minorenni. Si tratta di una realtà che necessita di un cambiamento concreto, a partire da un’adeguata formazione delle figure professionali coinvolte, ma non solo. È fondamentale anche un percorso di sensibilizzazione nei confronti di temi, come la violenza domestica, con l’obiettivo di sradicare quei pregiudizi di matrice culturale che offuscano la capacità di giudizio e di arrestare il processo di vittimizzazione secondaria che colpisce ulteriormente le donne.

Giuseppina Pirozzi

Se potessi, scriverei per sempre senza fermarmi neanche un istante. Ogni momento è perduto nel fluire continuo e incessante dell’esistenza, se non è cristallizzato dall’inchiostro alleato sul quel foglio innocente che accoglie le speranze e i sogni mancati, ed io forse ho perso un bel po’ di cose da quando son nata, ma la penna è la mia spada e il foglio è il mio scudo, insieme le mie battaglie le abbiam vinte tutte. Mi chiamo Giusy e ho 21 anni, amo la letteratura, la poesia, la primavera e i sorrisi degli sconosciuti che ti colorano le giornate un po’ grigie.

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